#American Gods / 01×08 Come to Jesus

Daniele D'urso

Termina la prima stagione di American Gods e lo fa soverchiando le regole, non scritte, del suo passato. Abbiamo lodato questa serie per la singolare capacità di portare vivo l’interesse del pubblico nonostante lo scarso utilizzo del razionale, distaccandosi in maniera netta con questa proposta viene decontestualizzata la narrazione e attraverso il cliffhanger finale ci troviamo ad avere sprazzi di realtà, screditando ogni possibile previsione.

I puristi, lettori del romanzo non dovranno preoccuparsi, nonostante la necessaria diversità che la serie ha intrapreso, riscrivendolo la narrazione del libro, mantiene inalterato il suo fascio e forse ottiene anche qualcosa in più. Siamo alla mercé di una serie in divenire che non ha un registro fisso ma è in grado di plasmarsi a seconda delle necessità. L’alienazione delle regole ha comportato inverosimilmente un enorme equilibri nel caos che ci è stato rivelato.

Così Come to Jesus ultimo atto di questa prima stagione diventa l’anello di congiunzione di tutto ciò che abbiamo visto e non visto in queste otto affascinanti puntate. I protagonisti siedono uno accanto all’altro, ma non siamo alla fine, bensì alla prima portata di questo banchetto. Come avevamo già accennato nel corso della scorsa recensione, la bellezza di questo mondo parallelo creato da Neil Gaiman è il costante flusso divino. Non esistono intenzioni buone o intenzione cattive, esistono solo intenzioni. Bianco e nero, luce e tenebra si fondono creando un ciclo che ha poco di superiore e molto di umano. Lo scrittore inglese si rifà alla tipica visione classica del divino, al pantheon greco-romano, dove ogni divinità presenta le caratterizzazioni emozionali e emotive di qualunque essere umano. Gli dei non sono super partes, non lo sono mai stati, mangiano, fumano, elargiscono piani e persino uccidono come tutti noi. L’onniscienza viene messa da parte e il concetto di divino assume l’umano.

Oester, la dea pagana della primavera che ospita durante il giorno di pasqua le varie incarnazioni della cristianità, ne è l’emblema. Media – questa volta vestita da Judy Garland nel celebre film Ti amavo senza saperlo – e il Ragazzo Tecnologico vengono a rivendicare i loro accordi, ma Wednesday e stanco di mantenere un basso profilo, lo scontro è inevitabile, dopo il tradimento di Vulcano molte cose sono cambiate. L’urlo primordiale della guerra è alle porte, gli schieramenti vanno a delinearsi. Gli enigmi fanno posto alle parole, parole forti, crude, parole di sangue. Mentre si imbastisce lo scontro a fare da cornice alla vicenda ci pensano Laura e Mad Sweeney in cerca di una soluzione ai loro problemi e se i contorni sono delineati da loro due nel retro si muove Bilquis al soldo dei nuovi dei.

Sembrava che le sconfinate strade della nazione americana dovessero dividere e allargare la narrazione, ma poi tutto improvvisamente si riduce e il palcoscenico dello scontro diventa improvvisato. Gli antichi dei sornioni, lontani, distaccati, minacciati ma mai domi; il ‘Felice della Guerra’, uno dei tanti nomi del ‘Padre Universale’, di Grimnir, di Odino stava solo aspettando il momento giusto.

E allora in fin dei conti siamo un po’ tutti come Shadow, ci sentiamo persi, perché la verità e che otto puntate sono troppo poche, abbiamo quell’amaro in bocca dovuto all’abbandono, un vuoto dentro che ci sta lacerando. Proprio come il nostro protagonista eravamo scettici, razionali, volevamo toccare con mano, ma ora abbiamo visto e tutto è cambiato.

Ora anche noi crediamo, crediamo a tutto.


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