#AmericanGods / 01×02 The Secret of Spoons

Daniele D'urso

C’è una barca che naviga sull’oceano, uomini alla deriva in cerca di salvezza, dalla sua stiva emerge un canto; un invocazione,  unica parola… nome.

 

Anansi…Anansi…Anansi.

 

Ma chi conosce Anansi sa, colui che possiede le storie del mondo va tenuto lontano.

Così si aprono le danza della seconda puntata di American Gods, la serie tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Neil Gaiman. In un’altra parte del globo esiste un detto che recita: due indizi fanno una prova.

Se la prima puntata ci aveva incredibilmente sorpresi, consegnandoci il lecito dubbio della novità per dare un giudizio oggettivo e complessivo sapevamo di dover aspettare. American Gods dimostra, nel minor tempo possibile, di non essere un fuoco di paglia, ma una certezza nell’immediato futuro. Una serie realizzata con cura maniacale nei dettagli, dai forti appetiti narrativi che esaltano ogni aspetto visivo.

Nonostante diverse scene possano sembrare confuse, o poco attinenti con il soggetto principale, hanno l’enorme merito di incollare letteralmente lo spettatore allo schermo, lasciando diversi punti di domanda. È una serie che si piace – assolutamente si – autocelebrativa, con il vizio di raccontare una storia fatta di mistero e paranormale, promuovendo il prodotto e la sua qualità. Perché se molto di quello che accade ci viene nascosto, una cosa è certa: il compiacimento degli autori nel selezionare in modo cosi marcato tutti gli elementi è ben visibile, una proclamazione di intenti che per una buona volta non stona ma fornisce l’attenzione necessaria.

Tutto prende forma senza conservare un barlume di lucidità, ogni personaggio sembra vivere in una sfera di misticismo privata fuori dalle leggi della natura. Ogni interazione è un discorso fatto di allusione e premonizioni, questo gioco al segreto immedesima il pubblico in Shadow, non è un caos che egli non sappia la verità su quello che gli sta accadendo, ma nonostante ciò continui nel suo operato – rischiando la vita ad ogni giro d’orologio – senza far troppe domande. Il pubblico ha il medesimo ruolo in questa commedia, sporgersi in avanti sul baratro dell’ignoto, un elaborato e dottrinale utilizzo di espedienti narrativi che spostano l’attenzione su dialoghi meravigliosamente elaborati.

L’inizio o la fine di un viaggio che porterà Shadow e Mr. Wendnesday attraverso le sconfinate strade della nazione americana, alla ricerca di qualcosa di effimero per l’occhio umano. Prima tappa Chicago, emblematica sosta di un viaggio iniziato molti anni prima a cavallo tra i meandri della storia e dell’evoluzione della società umana.

In una casa  vivono tre sorelle e due fratelli; non è una di quelle storie da mille e una notte, con un lieto fine servito in una tazza di tè, ma un racconto impressionista amalgamato sul fondo di un caffè dolce ma scuro come la notte. Un accordo è stato stretto, un accordo che prevede il pagamento esiguo di sangue e Cernobog non è il tipo di uomo da tralasciare i tributi dovuti. Il tempo si ferma, la vita si allinea al tavolo nel mezzo della stanza. La partita che può costare la morte, il climax enfatizza ogni mossa, come inesorabile scorrere del tempo che avvicina ogni uomo alla sua fine.

Per completare questo schema bisogna osservare come il casting sia assolutamente perfetto, ogni attore scelto è assolutamente la realizzazione visiva di ciò che Gaiman ha trasmesso nei suoi libri. Orlando Jones nato per interpretare Anansi…è solo l’inizio ne vedremo delle belle.

Alla prossima settimana con American Gods.


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