#AmericanGods / 01×06 A Murder of Gods

Daniele D'urso

La grande qualità di questo show è saper viaggiare attraverso lo spazio e il tempo, collegare i vari aspetti della storia dal Giurassico fino ai giorni nostri esibendoli in un grande disegno finale. Un disegno divino, si ma solo in parte, perché a guidare questa sconfinata mappa di realtà non è una sola mente, ma una miriade di esseri senzienti…un disegno pluri-divino.

Esiste un confine che divide il Messico dagli Stati Uniti, un confine che come tanti si erge come barriera di due culture, due stati, due modi di vivere. Eppure quella solitaria striscia di terra nasconde molto di più. È una zona di speranza e sangue, una zona di conquista e di fuga… la terra di nessuno, la casa di tutti. Aprendo la strada a tematiche forti e attuali come l’immigrazione la sesta puntata di American Gods riparte nel suo viaggio fatto di passato, presente e futuro che si incrociano tra le route della donna che comanda i cinquanta stati federali. Una madre indipendente e sanguinaria che non lascia scampo a chi cade in fallo… la chiamano America.

Dopo tanto peregrinare in un’unica direzione i binari della narrazione si scindono. Shadow e Mr. Wednesday, intenti nel loro lavoro di reclutamento, non sono più soli; hanno alle calcagna un nuovo gruppo di emarginati. Un’unione variegata e casuale che lega una partnership del tutto insolita. Laura e Mad hanno un interesse in comune e il voler rubare un mezzo li porterà a trovare sul loro percorso Salim, l’ex-rappresentate diventato tassista dopo l’incontro con un Jinn. I tre sono in cerca di risposte, ma contemporaneamente hanno una forte paura del futuro che li attende. Vorrebbero che le cose si sistemino per il meglio, ma in realtà non hanno ancora ben chiaro cosa sia per loro ‘il meglio’. Il viaggio assume i connotati di un’avventura ai confini della realtà, dai forti tratti onirici come se stessero in moto durante un lungo sogno nel quale tutto è ancora in ballo, con la consapevolezza che questo ambiguo desiderio prima o poi debba cessare.

Al contrario Shadow e il suo capo sono alle prese con qualcosa di molto più pragmatico. Vulcan è una cittadina molto particolare dai tratti tipicamente patriottici e conservatori. Fonte di sostentamento dell’intera popolazione è la grande acciaieria che produce armi e munizioni. A gestire la situazione è il fabbro divino proveniente dal pantheon degli dei dell’antichi – per l’appunto Vulcano. Il concetto che ci viene presentato su come la fede possa trasformarsi in un brand è molto interessante. L’ormai ex fabbro dell’Olimpo sembra, al contrario di tutti gli altri reclutati, non sentire il peso dello scorrere del tempo ed è proprio questo il suo asso nella manica. Il suo nome è un marchio e la sua leggendaria fucina un’industria. Un personaggio dai tratti ambigui che nasconde qualcosa di oscuro, ma in fondo quale di questi signori dall’origine celestiale non nasconde qualcosa dentro l’armadio?

Nel complesso è chiaro come la narrazione si stia sviluppando, e stia ampliando gli orizzonti verso un numero più ampio di personaggi. Nel corso di queste puntate centrali pur rimanendo uno show dal grande impatto visivo si è perso qualcosa in tal senso. In quest’ultima puntata tolta la parte ambientata a Vulcan, la story-line si divincola pericolosamente in discorsi ripetiti ma soprattutto estremamente metafisici che tendono alle volte a divenire pretenziosi.

Era comunque chiaro fin da subito che non si poteva spingere questa macchina sull’acceleratore per tutta la serie, ma che avesse bisogno, prima o poi, di alcune frenatine assistite per amalgamare al meglio la costruzione di una narrazione che si sta ingrandendo su tutto il suolo americano.

Alla prossima settimana sempre con American Gods.

 


Comments are closed.

Caricando...