#antropologiadeifilm / Celebriamo Tarantino

Daniele D'urso

È lecito poter pensare che ci siano persone in grado di influenzare intere generazioni, sia nello stile di vita di tutti i giorni sia negli aspetti più artistici e culturali.

Quando si va al cinema, capita nel novantacinque percento dei casi che alla domanda cosa vai a vedere? si risponda normalmente con il titolo del film, ma a volte questo processo di cognizione logica basilare viene esautorato per via dell’ingombrante figura di qualche attore. Un chiaro esempio di ciò è The Revenant dove l’autodistruttiva rappresentazione di Leonardo Di Caprio e delle sue disavventure con l’Academy Awars hanno messo in secondo piano tutto il resto.

Quasi totalmente queste associazioni vengono fatte per gli attori, c’è però qualcuno ad Hollywood che da un paio di decadi ha svolto un lavoro cosi straordinario dietro la cinepresa da stravolgere gli schemi del mondo del cinema e dello show business.

Non ci importa più sapere chi ci sia nel cast, tantomeno cosa voglia raccontare il film. Chi è rimasto intrappolato nella fulvida immaginazione di quest’uomo vuole semplicemente vederlo lavorare ancora e ancora: sto parlando ovviamente di Quentin Tarantino.

Per consacrare la sua splendida capacità registica ci vorrebbe un’antologia, mi limiterò dunque a qualche rigo celebrativo, cogliendo a pretesto l’uscita (seppur di qualche settimana fa) dalla sua ennesima grandiosa pellicola: The Hateful Eight

Peter Bogdanovich (storico del cinema) lo ha definito regista più influente della sua generazione. Non conosco il signor Bogdanovich così bene da poter affermare se sia o meno un tipo a posto, ma posso affermare con certezza che su Quentin non sbaglia.

Quello che Tarantino nel corso degli anni ha trasmesso nelle sue pellicole trascende dalla semplice rielaborazione di scene di vita quotidiana. Ogni situazione viene realizzata come una mistica apparizione e viene rivisitata sotto la lente d’ingrandimento del suo occhio, caratterizzando situazioni al limite dell’immaginazione per tutti i comuni mortali, persino per i Tarantiniani di lunga data.

Ogni istante del suo percorso è in grado di lasciarti di stucco, senza mai poter minimamente programmare quello che starai per vedere.

La caratterizzazione del suo mondo è talmente ben fatta da scollegare gli spettatori dalla realtà per ore e ore, immergendoli in una situazione proto-realistica. Ci mostra come la vita, anche in situazioni molto complicate, è più banale di quanto possa sembrare.

Far emergere la sinfonia da gesti semplici, banali e ripetitivi, come può essere fumare una sigaretta o chiudere una porta. Rendere meraviglioso il semplicismo del quotidiano e assurdo il cinematografico. Questa è la vera capacità che ha solo ed esclusivamente Quentin Tarantino.

Se altri registi almeno concettualmente o scenograficamente gli somigliano, egli resta unico ed inimitabile, il Deus Ex Machina dello stile Exploitation, il fervente idealista del B-Movie. Un uomo anarchico che risponde ad una solo regola: la sua.

Scene diventate cult, monologhi tramutati in codici, citazioni trasformate in modi di vivere: una visione del cinema che ha formato intere generazioni di sceneggiatori. La sua realistica finzione ha portato qualcosa di profondamente diverso in quell’ancien régime che era la cinematografia degli anni 90.

Da Le Iene a Django passando per Pulp Fiction e Kill Bill, le sue pellicole sono diventate degli affreschi del cinema moderno, tavole senza tempo che attraversano epoche e contesti storici, favoriti dalla costante divertente decadenza del conflitto tra uomini.

Ricordo ancora oggi la prima volta che vidi, anni fa, Pulp Fiction (su consiglio di un amico). Rimasi positivamente scioccato: compresi che non stavo guardando un semplice film gangster, ma un gioiello di inestimabile valore.

Con quello stesso amico, la settimana scorsa sono andato a vedere The Hateful Eight, rigorosamente nel formato 70mm, perché se un diamante è per sempre, Tarantino lo è anche di più.


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