#antropologiadeifilm / Il Caso Spotlight

Daniele D'urso

La 88° notte degli oscar verrà certamente ricordata per il trionfo di Leonardo Di Caprio che aspettava questo riconoscimento da ben 22 anni, ma a fare da padrone nella categoria di miglior film dell’anno è stato Il caso Spotlight o semplicemente Spotlight in lingua originale, un pellicola che nel nostro paese ha avuto un risalto mediatico pari a zero al quale proveremo a dare il giusto merito.

Il film diretto da Tom McCarthy narra dell’inchiesta giornalistica svolta nel 2001 dalla squadra Spotlight del Boston Globe, capitanata dal giornalista Robby Robson (Michael Keaton), nella cattolica Boston alla ricerca di prove che confutassero un enormità di abusi subiti dai bambini della città a cavallo tra gli anni ’70 e ’90 da parte di numerosi preti. Iniziando a scavare, il team rincorre la gravità della situazione fino a scoprire una rete di omertà latente da parte della stessa società bostoniana, autolesionista e referenziale nei confronti della secolare istituzione della Chiesa.

L’inchiesta, che due anni più tardi valse al giornale il premio Pulitzer, è una delle più importanti della storia americana e per molto tempo è rimasta nella ‘blacklist’, cioè in quel gruppo di storie già scritte ma non ancora prodotte.

Il tutto si svolge in maniera lineare e univoca con una narrazione molto professionale dei fatti senza particolari giudizi critici; il film non stanca, ma richiede comunque un tasso di attenzione elevato per via dei dialoghi serrati e metodici.

Il team di Spotlight è l’emblema del giornalismo di un tempo che si trova a dover lottare contro la digitalizzazione della carta stampata senza tralasciare però una sobria vivacità per la ricerca della verità.

Tom McCarthy, premiato insieme a Josh Singer anche nella categoria per la miglior sceneggiatura originale, è un regista silenzioso che preferisce far parlare il proprio film, un grande pulitore di scene, tradizionalista e fautore di un cinema classico e in tal senso Spotlight ne è un esempio lampante: tutto si svolge in maniera semplice e sicura senza i trionfalismi e i montaggi sonori della nuova Hollywood, ma con il candore dei tempi che furono.

Il cast è di primissimo livello, dal protagonista Michael Keaton ormai alla terza interpretazione giornalistica, passando per le fenomenali interpretazioni di Mark Ruffalo e Rachel McAdams entrambi nominati agli oscar, per finire con il direttore Liev Schrieber che incide moltissimo nonostante la sua parte secondaria.

Il caso Spotlight è un vero e proprio racconto letterario dove le regole del buon giornalismo e del buon cinema finalmente coincidono anche a fronte di una necessità comune, quella di saper raccontare il vero che antepone prima di tutto la missione del giornalismo di cronaca, un giornalismo per il bene pubblico che ci spiega quanto sia difficile portare alla luce i fatti anche quando essi sono scabrosi e vergognosi.

Ma lo fa in una maniera sobria, elegante, senza cadere nel qualunquismo della critica infondata. Quello che muove il team è il dovere verso la verità, non la frivola critica anticlericale; il vero nemico della pellicola non è dunque la Chiesa o i suoi rappresentati, ma l’omertà che per anni ha nascosto gli abusi.

Sotto la ghigliottina dello spettatore finiscono non solo gli alti prelati ma anche i rappresentati di spicco della società e del giornalismo stesso complici di un’inarrestabile macchina di insabbiamento e oscurantismo.

Con le elezioni presidenziali alle porte, la vittoria di Spotlight ci è sembrato un chiaro monito da parte dell’Academy alla classe politica americana del domani.

La grande forza di questa pellicola è la capacità di discernere da una storia molto attraente già di per sé e drammatica, perché i fatti sono reali e ci lasciano una visione della vita dura e meschina, ma allo stesso tempo ci dimostrano  l’esistenza di un certo tipo di giornalismo in grado di smuovere l’opinione pubblica, che da la grande opportunità di conoscere al meglio il mondo che ci circonda per quello che realmente è, aiutato da un cinema di supporto che si rimette alla giustizia della verità.

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