#antropologiadeifilm / Steve Jobs

Daniele D'urso

Dare una rappresentazione cinematografica ad una delle icone del ventesimo secolo è un progetto arduo e quanto mai difficile, ma a volte sono proprio le cose più complesse a darci le maggiori soddisfazioni.

Steve Jobs è un film semplicemente emozionante, che da una visione completamente diversa rispetto a  quello che siamo abituati a vedere; merito di un regista versatile come l’inglese Danny Boyle e di uno dei copioni più belli che Aaron Sorkin, più maturo rispetto al passato, avesse mai potuto ideare.

Il risultato è una pellicola pura, incalzante, che non da spazio all’immaginazione e indirizza in una e in una sola direzione che non era mai stata intrapresa prima: chi c’è dietro il cofondatore dell’Apple, il creatore del Macintosh? Chi è l’uomo? Chi è veramente Steve Jobs?

John dammi retta: chi ha detto che il cliente ha sempre ragione, ti assicuro, era un cliente. (Steve Jobs)

La risposta che  viene fuori non è così scontata come può apparire; attraverso le tre grandi presentazioni dei suo prodotti più rivoluzionari (il Mac nel 1984 agli inizi della sua carriera, il Next Cube del 1988 dopo esser stato estromesso dalla sua stessa azienda e l’IMac del 1998 quando viene richiamato dalla Apple e ricomincia la seconda parte della sua visione), Danny Boyle ripercorre, nel vero senso della parola, il ‘dietro le quinte’ della vita dal genio di Cupertino, ambientando completamente il film nei backstage di tre teatri, con una fitta rete di dialoghi e litigi che attraversano gli anni e la crescita fisica e umana che intercorre tra i rapporti personali più stretti (Steve Wozniack, l’amico di sempre con cui aveva iniziato a progettare le prime idee nel garage di casa, la figlia che non aveva voluto riconoscere, Lisa, e John Scully A.D. della Apple e figura paterna).

Tutto il mondo sta aspettando il Mac! (Steve Jobs)

Jobs si trasforma per una volta non nel santo che tutti abbiamo imparato ad idolatrare ma nel cattivo volenteroso; viene fatto scendere da quel piedistallo di considerazioni che la critica moderna ci ha fatto credere, mostrandoci cosa è in grado di fare e come può affascinare con i suoi dialoghi e i suoi modi accalappiatori il pubblico; la meschinità di quest’uomo è magnetica, accattivante, ti cattura e distorce la realtà anche di fronte all’ovvio che insistentemente cerca di affondarlo.

Il copione di Aaron Sorkin non è mai banale e scontato anzi da l’idea che il vero problema sia intrinseco nella personalità dell’inventore tanto ossessionato dal successo da farlo prevalere davanti ad ogni rapporto umano, creando una forma di dipendenza da esso; il Jobs magistralmente interpretato da Fassbender è drogato di successo, ne ha bisogno più di qualunque altra cosa e quando le persone gli fanno notare i meriti di altri,  forzatamente cerca di non capire,  di sminuire, evita il confronto, riduce il tutto a ‘io sono il genio, tu non sei nessuno.’

I musicisti suonano i loro strumenti, io suono l’orchestra. (Steve Jobs)

E quando la sua proverbiale arroganza esaspera i suoi interlocutori, lo scontro diventa il vero successo del film: da Scully che si rassegna all’egocentrismo, passando per Wozniak che esplode stanco di incassare insulti, arrivando fino a Lisa che riesce con il suo fare adolescenziale a ridare umanità ad una figura dai modi più cibernetici della macchina che lui stesso aveva creato.

Sapremo molto presto se sei Leonardo da Vinci o se credi solo di esserlo. (Steve Wozniak)

Michael Fassbender è un’automobile da corsa lanciata su un rettilineo della durata di due ore dove apparentemente niente e nessuno è in grado di fermarlo; a pigiare sul pedale del freno ci pensa Kate Winslet che interpreta Joanna Hoffman, membro del team e sua spalla, l’unica in grado di mantenere un rapporto di stima reciproca per tutto l’arco narrativo.

Se continui ad alienarti le simpatie della gente senza motivo non rimarrà più nessuno a cui dire “ciao”. (Joanna Hoffman)

In sostanza Steve Jobs è un film da andare a vedere per scoprire il lato più romanzato e meno mediatico di una delle personalità più affascinati del ventesimo secolo.


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