#antropologiadeifilm / Zoolander 2

Daniele D'urso

Zoolander 2 a malincuore è chiaramente un’idea uscita solamente per metà, un parto cesareo pesante e difficile che ha dato vita ad un prodotto poco divertente e molto fastidioso. Ma iniziamo dal principio.

Nel lontano 2000 il primo capitolo aveva riscosso un discreto successo al botteghino per poi acquisire molta popolarità nei mesi e negli anni successivi, diventando una pellicola cult del genere della comicità demenziale, prendendo in giro tutto il mondo della moda e delle sue irriverenti icone: dai superficiali modelli interessati solo all’apparire con scarsissime proprietà intellettuali (diciamo pure nulle), agli stilisti così infatuati dal loro ego da diventare delle caricature di loro stessi.

Questa nuova ventata di satira su un mondo che fino a quel momento era stato a malapena palesato dalla comicità, concepì un film interessante, avvincente e in grado di farti ridere ad ogni singola battuta, senza pensare troppo alla banalità delle situazioni.

Purtroppo con il secondo Zoolander si è voluto strafare e quello che ne è uscito fuori è stato un tragicomico fallimento.

Troppi, infiniti e sconsiderati camei di celebrità del mondo dello spettacolo: durante l’arco del film se ne possono contare una trentina, da Valentino a Sting passando per Susan Boyle fino ad arrivare a Cumberbatch! Tutte queste apparizioni distolgono l’attenzione dello spettatore dalla trama, ci si perde e non si sa dove guardare; sembra quasi di stare su un Red Carpet con la consapevolezza che arriverà sempre qualcun altro.

La storia di fondo appare priva di consistenza e dinamicità; ogni cosa che succede avviene per pura sconsideratezza senza delineare un minimo di creatività; tutto viene mosso dalla stupidità, vero motore ripetitivo e logorroico della pellicola. Per raggiungere il successo del primo Zoolander c’era bisogno di un lavoro maggiore in fase di sceneggiatura, anche per questo tutte le scene che rimandano al passato non riescono a realizzare minimamente i fasti del precedente capitolo, rimanendo nel limbo di citazioni di serie B.

Alla fine il film è un infinito susseguirsi di personaggi che non fanno niente se non facce buffe e abbracciarsi a vicenda.

Alcune battute sono degne di nota ma vengono tirate fuori dal cilindro troppo tardi, quando lo spettatore è già stufo, e perdono il loro senso goliardico.

Sono passati 16 anni eppure Derek sembra non essere cresciuto per nulla; probabilmente, seppur strano, la ripetività di questo personaggio è il lato migliore del secondo film. Zoolander è proprio come lo avevamo lasciato: stupido, goffo, inaffidabile e moralmente sconsiderato, l’unico ad esser rimasto ”bello bello in modo assurdo”.

Non si può certo dire lo stesso di Hansel che parte alla grande nelle prime scene del film per poi deludere in maniera scontata e angosciosa; simpatica la prima scenetta dell’orgia…ok, ma poi basta! Non ripetiamola 110 volte: stufa.

Lo stesso discorso  vale per il ritorno di Mugatu: ti fomenta in maniera pazzesca nelle primissime scene, quelle all’interno della prigione, per poi dimenticarsi di essere uno stilista e diventare improvvisamente un brutta copia di un massone alla ricerca del Santo Graal…perchè!?

Il personaggio di Penelope Cruz da ex modella riciclata a poliziotta poi, sembra nuotare contro corrente: stupida e svampita, ci ricorda che per essere belli bisogna per forza essere anche stupidi; Matilda era infinitamente meglio, portava un gran contrasto con la figura demenziale di Derek e invece è proprio questo personaggio a creare un modello di comicità becero e volgare che gira intorno alle tutine sexy e alle grossolane battute di spirito; ma cosa ci rimane davvero della leggendaria comicità del Frat Pack? Probabilmente nulla.

Per non parlare del resto del nuovo cast: Kristine Wiig nei panni di Alexania Atoz ha un che di divertente; sembra che possa sbocciare da un momento all’altro da quel suo fantasioso abito viola, ha la forza per riprendere la strada del primo indimenticabile Mugatu invece  finisce nel dimenticatoio, eclissata dal ritorno del vecchio villain.

Don Atari non si capisce bene cos’è; né carne né pesce, l’uomo dalle frasi a doppia contraddizione finisce per stufare subito diventando da parodia delle nuove generazioni a pesante e fastidiosa; l’emblema di come questo film sia andato troppo lontano nel tempo e non abbia saputo correggere le differenze generazionali palesete in quindici anni di differenza, fortunatamente muore prima del finale.

Per finire con il fastidiosissimo Derek Junior e della sua scialba apparizione da politically correct, inusuale e in contrasto con la visione che vogliamo avere di questo mondo: non si capisce bene a cosa aspiri, se essere un quindicenne di belle speranze o semplicemente il Grillo Parlante pronto a redarguire il demenziale padre in ogni occasione.

Sembra quasi che il film sia una discreta caricatura di un libro di Dan Brown invece è solamente Zoolander, purtroppo 2!

Sicuramente dopo il successo del primo capitolo Ben Stiller meritava la possibilità di un secondo episodio ma difficilmente ne vedremo un terzo.

Zoolander 2 delude per via di quel grande hype che gli si era creato intorno, proprio dove il primo aveva generato il suo successo dalla mancanza di aspettative e considerazioni. Per la serie “a volte ritornano”… ma non sempre per il verso giusto.


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