#antropologiadelgdr / Il primo risveglio

Mirko Tommasino

Apri gli occhi, l’unica cosa che riesci a vedere è un muro umido davanti a te. La luce è scarsa, dai le spalle al resto dell’ambiente e non sei in grado di capire dove sei. Al momento non ricordi come sei giunto qui, dunque è meglio procedere per gradi: chi sei?

Chi si avvicina al gioco di ruolo per la prima volta deve compiere un esercizio preliminare fondamentale: reinventare una nuova vita. Quando leggi un libro sei portato ad immedesimarti in uno dei protagonisti costruiti per te dall’autore, quando hai a che fare con un videogioco hai la possibilità di scegliere tra i vari personaggi generati dagli sviluppatori. Il gioco di ruolo ti presenta una tabula rasa, dove puoi letteralmente scegliere di essere chiunque.

Questa scelta mette in difficoltà neofiti ed esperti, perché non avere nessun vincolo è una condizione di scelta estremamente complessa.

Cosa rispondereste a qualcuno che vi chiede a bruciapelo chi siete? Probabilmente qualcosa di simile a nome-età-impiego, perché le relazioni quotidiane “superficiali” che instauriamo si basano su questo. Durante la creazione del personaggio è come se si stesse comunicando con qualcuno coperto da un telo, cercando di svelarlo un centimetro alla volta.

Molti giocatori danno priorità alla creazione di personaggi forti, capaci di cavarsela in battaglia portando alla sconfitta il nemico prima di essere esausti. Questa visione è prettamente figlia di una cultura ereditata da film e videogiochi, in cui il prescelto deve sconfiggere il mondo intero per arrivare al suo scopo, senza ammettere sconfitte o secondi tentativi, un individuo perfetto in ogni circostanza. Ecco, questo nel mondo del gioco di ruolo è equivalente al dire: “Piacere, mi chiamo Tizio, ho Caio anni e lavoro come Sempronio”.

Mi piace pensare ai personaggi giocanti come degli individui che esistono a prescindere dal mondo che li circonda, per questo ho scelto loro come primo argomento da esaminare. Perché qualsiasi sia il mondo in cui essi si trovino, se il personaggio viene accettato da chi conduce il gioco implica che sia sopravvissuto almeno fino al momento di inizio avventura.

In molti GDR i personaggi hanno delle caratteristiche fisiche e mentali che determinano ogni scelta successiva. Buona parte dei giocatori, a seconda delle caratteristiche ottenute (da un lancio di dadi o dalla distribuzione di punteggi da un totale prestabilito) partono a testa bassa verso l’ottimizzazione di ogni aspetto possibile. Perché è così che ai sconfiggono i mostri, con degli eroi forti, estremamente scaltri e dotati di potenti magie. Questo ragionamento ha portato alla creazione di intere schiere di maghi elfi, guerrieri orchi e ladri mezz’uomini, perché è giusto che sia così: si assecondano le naturali inclinazioni dei personaggi date dai punteggi fisici e mentali.

Questa è una strada che si percorre nella stragrande maggioranza dei casi, perché snellisce il gioco e permette di muoversi attraverso comportamenti rodati. Io stesso penso di aver creato molti personaggi su questa falsa riga, ottimizzando le loro abilità e inclinazioni per raggiungere il massimo danno in combattimento possibile, la conoscenza delle magie più temibili nel gioco o delle combo eccezionali con i miei compagni di avventura.

Intanto, il povero malcapitato di cui vi ho parlato all’inizio, continua a fissare il muro. Lentamente inizia a ricordare qualcosa. Nel velo d’acqua che copre la pietra viva, vede riflesso il suo viso deforme, verde scuro, mentre alle sue spalle c’è un tavolo a cui sono seduti due uomini, illuminati da una lampada ad olio. Ricorda che lo hanno aggredito mentre stava cacciando, colpendolo alle spalle.

Devono averlo scambiato per un troglodita simile a tanti altri, che vanno in giro vestiti di stracci e cacciano a mani nude. Sorride il pelle verde, perché sa che avrebbero dovuto bendargli la bocca per renderlo inoffensivo. Dal nulla le sedie e il tavolo prendono fuoco, i due uomini rimangono intrappolati tra le fiamme. Uno di loro scorge tra esse il grosso orco pronunciare parole incomprensibili, con le mani ancora legate dietro la schiena.

Un personaggio maggiormente caratterizzato offre maggiori possibilità di interazione, soluzioni sconosciute ed esperienze di gioco che, altrimenti, non potrebbero accadere. Partite sempre da un’idea, qualsiasi essa sia, costruendo una vita attorno ad essa. Sono un ragazzino abbastanza bravo nel procurarmi cose illecitamente? Ottimo! Come ho fatto ad imparare così bene? Come ho vissuto fino ad oggi? Con chi? Mi è stata più utile la mia prestanza fisica o la mia scaltrezza? Sarebbe interessante sapere come un semplice essere umano sia riuscito ad accumulare un tale quantitativo di ricchezze a soli quindici anni, dato che all’apparenza sembra piuttosto goffo.

Forse è un inganno magico? Oppure basa i suoi furti sulla sua arte oratoria, mandando altri al suo posto.

Sarebbe interessante scoprirlo durante lo sviluppo dell’avventura, cosa dite?

L’importante (in ogni caso) è raccontare. Saper esprimere in pensieri semplici come si comporta il personaggio in ogni situazione, prima di pensare al lancio dei dadi. Nella maggior parte dei casi, una conversazione chiara può risolvere molte situazioni di stallo. Avere in testa una tipologia di personaggio ben definita, aiuta a colmare lacune teoriche nella testa dei giocatori.

Esprimendo in maniera sensata la descrizione di un’azione si vuole compiere, permette a chi dirige il gioco di suggerire ai giocatori novelli come agire “secondo la scheda del personaggio”, aiutandoli a conoscere meglio le meccaniche di gioco, senza annoiarsi o perdere attenzione.


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