#BaoPublishing / Kobane Calling di Zerocalcare

Mirko Tommasino

Sono le due e mezza qui.

Ho appena finito di leggere Kobane Calling di Zerocalcare e sto cercando con molta difficoltà le parole per raccontarvi cosa mi hanno lasciato i racconti di Michele Rech dei suoi tre viaggi in medio oriente inclusi in questo volume edito da Bao Publishing.

Tra poco più di due ore le donne del Pkk si alzeranno e inizierà la loro giornata dedita alla preparazione fisica e spirituale alla guerra. A quest’ora, in una delle tante notti trascorse in quei territori, Zerocalcare è sveglio e condivide con noi i suoi pensieri, mentre qualcuno starà preparando lenticchie per colazione.

Tutto questo mi fa sentire a disagio, come se il Mammut presente nelle stanze del sicuro occidente si fosse palesato di punto in bianco. Noi non possiamo capire, non possiamo nemmeno immaginare di poterlo fare. La quotidianità della guerra che Zerocalcare ci racconta è qualcosa di estremamente distante da noi, dalla nostra consocenza e dalle nostre abitudini. Con il suo linguaggio estremamente colloquiale, l’autore ci porta tra la gente e le strade di una zona di guerra, dando un volto alle miriadi di servizi che ascoltiamo al telegiornale, inserendo i nomi di ogni individuo che incontra (talvolta veri, talvolta fittizzi per proteggere la loro posizione).

Zerocalcare si contestualizza in un racconto fatto di suoi (e miei) coetanei (o poco più giovani) che lo fanno sentire estremamente “piccolo” in confronto a loro. Sono storie di individui stranieri in ogni terra, costretti a vivere nell’ombra. Perché la terra che avranno sotto i piedi da oggi in poi non sarà più quella di casa, per volontà di governanti talmente distanti dalla realtà da apparire surreali ai nostri occhi. Durante la narrazione si trattano temi estremamente profondi con una semplicità disarmante, tipica del linguaggio di Zerocalcare. Ed è giusto che sia così, perché il lettore di questo volume è un individuo qualsiasi, come l’autore. Come lui, è giusto che si ponga domande che lo faranno sentire superficiale o egoista, e come lui è giusto che possa trovare le risposte strada facendo.

A quest’ora c’è silenzio dove vivo, a Formia (LT). Tra le montagne della mia città è possibile guardare le stelle, senza luci di disturbo. Ma, come dice Calcare, il nostro cielo e le nostre stelle sono diversi rispetto alla notte delle montagne irachene.

Durante i miei studi ho affrontato anche io in passato il tema dell’appartenenza ad una determinata terra, punto cardine su cui ruota buona parte del fumetto. Qui in Europa non abbiamo confini tangibili, possiamo viaggiare liberamente, dando questo fattore per scontato. N.I. non può tornare a casa e non può definire tale il luogo in cui si trova oggi. Calcare durante la narrazione discute con il Mammut di Rebibbia su cosa significhi per lui avere i piedi ben saldi sulla terra di casa, e di cosa implichi essere così distante in quel momento. Questo fumetto racconta la guerra, piena delle sue contraddizioni e delle sue distanze talvolta enormi, talvolta ridicolmente brevi. Tutto questo, spesso, visto e riferito da occhi femminili. Quanto orgoglio e quanta determinazione negli occhi e nelle parole di ragazze spesso più giovani di me, che raccontano la loro storia a testa alta. Quanta ammirazione e quante domande lasciano negli occhi di chi legge.

L’autore chiede a se stesso, attraverso il suo alterego mastodontico, se fosse davvero disposto a vivere in Rojava: attorno a questa risposta ruota tutto il senso del viaggio che compie in prima persona.

Una delle cose che mi ha fatto maggiormente effetto è il luogo di partenza della seconda parte della storia. La narrazione inizia al Testaccio, davanti all’ex mattatoio, dove trascorro le mie giornate di studente. Non conoscevo l’esistenza di una comunità curda da quelle parti e vedere quelle tavole mi ha scosso. Non per allarmismo, tantomeno per paura, anzi. Mi ha dato il senso profondo di quanto sia importante conoscere bene la quotidianità, andare a fondo, oltre le impalcature di superficie. Durante la lettura mi sono immedesimato in Michele che attraversa quei luoghi con uno spirito totalmente diverso rispetto ad altre ore del giorno, che si sente profondamente a disagio una volta uscito da quel centro, così diverso da Roma, eppure così radicato al suo interno.

Non mi sono mai interessato particolarmente alla guerra combattuta dal popolo Curdo. Raramente sono andato oltre le notizie da telegiornale, estremamente generiche e confusionarie. Il fumetto riporta prepotentemente nelle nostre case una storia che, erroneamente, immaginiamo molto lontana. Secondo la narrazione del volume, si tratta di un popolo che ha la cultura della guerra fortemente radicata all’interno della vita quotidiana, perché costantemente in guerra, da troppo tempo. Eppure, leggerete tra le pagine, la convinvenza civile auspicata da questo popolo è una perla rara.

Nel fumetto c’è Kobane prima e dopo l’occupazione dell’Isis (Daesh), ci sono tutti i territori limitrofi abbandonati dopo la devastazione portata dalla guerra e le popolazioni che vivono in piccoli spazi di libertà in mezzo al dominio dello Stato Islamico. Ci sono gli scheletri delle vecchie strutture che muovevano l’economia una vita fa. Ci sono gli individui che cercano di adattarsia questo nuovo modo di vivere. C’è chi se ne frega e chi cerca di collaborare. Insomma, c’è inaspettatamente una pluralità di condizioni che spesso viene taciuta dai media.

Davvero, è impossibile scendere nel dettaglio della mole di informazioni raccontate. Sono pagine piene di ricordi e di immagini tratte da un mondo che, personalmente, fino a questa sera in buona parte ignoravo. Non me la sento ora, seduto sulla mia poltrona, di esprimere un giudizio sull’esperienza di qualcuno che ha avuto il coraggio e la determinazione di mettersi in gioco in prima persona in un simile contesto. Potremmo stare qui a discutere dello stile di rappresentazione e narrazione tipico di Zerocalcare, trovare tutti i pro e i contro, ma non voglio assolutamente fare nulla di simile.

Quando lessi la prima storia su Internazionale capii subito di aver letto qualcosa di estremamente importante, che  avrebbe attirato un pubblico diverso da quello tipico del blog di Zerocalcare. L’autore non ha mai fatto mistero della sua posizione nei confronti del G8 di Genova e in generale delle forze dell’ordine, posizione che in questo fumetto viene più volte ribadita e rafforzata da richiami più o meno velati durante la narrazione. Kobane Calling è un reportage estremamente onesto e soggettivo, il racconto appassionato di un amico davanti ad una birra, che ci tiene a farti conoscere qualcosa estremamente significativa. Preparatevi a vivere la storia del viaggio (probabilmente) più intenso della vita dell’autore fino ad oggi: l’attraversamento di una zona di guerra.

Per questo sono grato a Zerocalcare, per aver scritto una storia di questo spessore e carica di così tante emozioni. Non sono mai stato fan dei fumetti fedeli alla realtà, tranne rare eccezioni, perché per me il fumetto è prima di tutto uno spazio dove lasciar libera l’immaginazione. Però, onestamente, ho letto poche volte un reportage così efficace e magnetico. Kobane Calling è uno dei fumetti più belli che abbia letto in vita mia.

Ora apprezzo molto di più la libertà di poter scrivere queste parole. Apprezzo il silenzio di questa notte, e capisco di essere fortunato a non aver paura di andare a dormire.


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