#BAOPublishing / La lega degli straordinari gentlemen BLACK DOSSIER

Fra gli autori mainstream, Alan Moore è sicuramente fra i più ostici.
Complice la costante voglia di inventare, rivoluzionare, citare, rendere reale e tragico anche il supereroe più classico.
Leggerlo ha bisogno di una mente sempre attenta.
Le storie, complessissime, sono fatte di mille pezzi che s’incatenano l’uno nell’altro, in un mosaico in cui ogni parte dipende dall’altra per l’economia generale. Forse, da questo punto di vista, è l’unico fumettista nel suo genere. Non a caso Alan Moore è Alan Moore.
Ciò che ho detto finora accadeva per i suoi grandi classici. Watchman, V for Vendetta, From Hell. Il protagonista è la scrittura, e la citazione è subordinata al racconto.
Con il suo atipico (e unico nel suo genere) La lega degli straordinari gentlemen, per la prima volta nella storia del fumetto, è la citazione a fare il racconto.

Nelle prime, classiche storie (quelle che ispirarono molto vagamente l’abominio La leggenda degli uomini straordinari) la lettura è comunque molto incalzante, e le citazioni che formano la trama (I delitti della Rue Morgue, Le cascate di Reichenbach, 20.000 leghe sotto i mari, e mille altre) si presentano sì importantissime per l’economia del racconto, ma comunque trascurabili per il lettore meno esperto di letteratura di genere.
Con il terzo volume (pubblicato da Bao Pubishing) Black Dossier, Alan Moore crea ciò che forse neanche in letteratura si era mai fatto.
Il Black Dossier è, fra le opere post-moderne (perchè che Alan Moore, insieme a Gaiman e pochi altri, sia un fumettista post-moderno lo dicono tutti i loro lettori), anche letterarie in senso stretto, la più estrema.

Si parte già un pò spaesati. Si erano lasciati Allan Quatermann e Mina Harker a fine ‘800, dopo l’invasione aliena de La guerra dei mondi di Wells. Ora, siamo in Orwell. Anzi, in un post-Orwell.
La dittatura del Grande Fratello è appena finita. La società britannica cerca di rialzarsi. La Harker e Quatermann, inseguiti da James (Jimmy) Bond, agente governativo, mettono le mani su un fascicolo contenente la storia della Lega di superuomini di cui fanno parte.
Il Black Dossier, appunto.
E si applaude già non solo per la resa della cupa Londra post-dittatura, ma anche per la capacità di un autore da poco uscito da un capolavoro distopico come V for Vendetta di allontanarsi da quello stile e creare un distopismo totalmente diverso.
Si respira davvero un’aria alla Orwell.
E già da qui, la grande capacità di mimesi di Moore si lascia intravedere, grazie anche al tratto antico di O’Neill, che, poverino, nello star dietro a Moore sarà impazzito.
Ma sarà solo poi, con l’apertura del Black Dossier, vero protagonista del racconto, che iniziamo a capire cosa abbiamo davanti.
Black Dossier è un folle capolavoro di stile, dove un Alan Moore camaleonte prende mille volti, mille toni, mille stili, citando, cambiando, ampliando l’universo che aveva creato nei volumi precedenti.
Le storie di fine ‘800 (entrambe sempre pubblicate da Bao Publishing), sembrano quasi la punta dell’Iceberg, mentre questo Black Dossier è tutto ciò che c’è sotto.
Il tutto illustrato pregievolmente da O’Neill, anche lui camaleontico, che passa dall’illustrazione pubblicitaria alla striscia di giornale alla xilografia e all’illustrazione 6/700esca, e sempre con il suo stile riconoscibilissimo, più impulsivo che definito, e proprio per questo magico. Il Black Dossier si apre su una finta cosmogonia del mondo de La lega degli straordinari gentlemen. Già questo testo è un capolavoro. Nello stile di Oliver Haddo, mago creato da Maugham, finto autore dello scritto, si parla delle divinità Lovecraftiane in conflitto con gli angeli del libro di Enoch. Si aggiungono poi le divinità dell’era Hyboriana (Conan il barbaro) ed Oberon e Titania (Sogno di una notte di mezza estate). L’effetto è straniante. Abbiamo letteratura ‘alta’ e ‘bassa’ allo stesso livello, che si mescolano con naturalezza in un testo allucinante, più dai toni da manuale di storia che di racconto fantasy.
Non credo che, con le dovute precauzioni, paragonare questo scritto a Borges sia osare troppo.
E poi, d’improvviso, cambia totalmente stile. Fumetto a strisce alla Mandrake. La storia di Orlando. Ovvero la storia di un immortale che ciclicamente cambia sesso, divenendo nel corso dei secoli amante e protagonista dei più grandi eventi. Lo troviamo incontrare l’Ozymandias di Shelley e il Re Artù di Britannia, Gulliver e Semiramide, il Tibet e l’Inghilterra. Insomma, una vita bella piena.
Dunque, senza troppi spoiler (quelli di sopra erano solo esempi), il tutto si struttura in questo modo. Nell’imitazione dello stile di un autore e del tipo di rappresentazione del periodo, in una continua mimesi.
Troviamo Alan Moore diventare Shakesperare, scrivendo un improbabile “atto perduto” de La Tempesta. Lo troviamo raccontare le avventure di Fanny Hill, personaggio della letteratura erotica del 700. Lo ritroviamo imitare Jack Kerouac (forse l’esercizio meno riuscito) e Wodehouse. Prima è grottesco, poi epico, poi pop. Ha sapore prima antico e moderno, ‘sconcio’ e mistico.
Ci racconta (unico momento di respiro in cui finalmente ti ritrovi senza problemi nella continuity della saga) del primo incontro fra la Murrey e il capitano Nemo, e dell’incontro della lega inglese con i loro corrispettivi tedeschi e francesi.
Ci racconta di Gulliver, Don Chisciotte, Prospero e Titania, Fantomas e Caligari.
Le storie prendono le forme di cartoline, libri in folio del ‘600 e antichi manuali mistici, di documenti militari, fumetti per bambini, pubblicità progresso e volantini, in una continua sfida alla forma.
La parte ‘classica’ a fumetti, che si intervalla al Black Dossier e dovrebbe far respirare un momento il lettore, è anch’essa zeppa di citazioni, importantissime per la comprensione dell’intreccio. Tutta la fantascienza distopica (e il romanzo politico) di inizio XXesimo secolo si mescola creando un fanta-universo politico in cui non è intuitivo districarsi. Fortunatamente per noi, nell’ultima parte della storia, il tutto si risolve in modo più semplice (ma comunque elegante).
In allegato ci sono degli occhialini 3D, i classici verde-rosso. Ebbene sì, nel caso, alla fine del volume, non aveste ancora mal di testa, le ultime, escheriane pagine, ambientate in un altro mondo (non vi dico quale per non rovinarvi la sorpresa), sono tutte in uno strepitoso, letale (per gli occhi) 3D. Anche se, devo ammetterlo, dopo lo stupore iniziale, leggere quei baloon piccolissimi con gli occhialini mi ha dato un bel pò di nausea.
Il paragone con Gaiman (e specialmente Sandman) e questo Black Dossier credo venga spontaneo, viste le continue citazione alle medesime opere di Shakespeare. Salta immediatamente all’occhio che Moore è più colto del connazionale. Più estremo. Più spinto.
Ma c’è una cosa che Moore dovrebbe imparare da Gaiman.
La semplicità.


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