#baoPublishing / The Private Eye: Basta Internet!

Filippo Garofalo

Il Cloud.

Il magazzino più imponente e vasto di tutto il mondo. Una nuvola affamata che si ciba costantemente di dati, i nostri. File, mail, numeri, foto. Tutto registrato in questo immaginario spazio virtuale. Ci abbiamo messo le nostre vite dentro, abbiamo affidato le nostre informazioni, segreti e paure ad un ammasso di algoritmi. E se un giorno tutto questo… crollasse? Se il Cloud, ritenuto impenetrabile e riservatissimo, portasse alla luce tutti i dati che ogni singolo individuo del pianeta ci custodisce? Cosa accadrebbe se si venisse a conoscenza di tutto? Da un semplice tradimento si potrebbe arrivare a questioni riguardanti la salvaguardia del mondo intero. La risposta a queste domande è The Private Eye.

Scritto da Brian K. Vaughn e disegnato da Marcos Martin, il graphic novel, portato in Italia da bao Publishing nasce come webcomic su panelsyndicate.com, permettendo al lettore di decidere lui stesso il prezzo da pagare per la lettura (si, anche gratis). Il team sceglie il formato 16:9, più funzionale alla fruizione su schermo. Un volume corposo ma decisamente scorrevole che, attraverso la tematica trattata e i numerosi spunti di riflessione, potrebbe facilmente guadagnare un posto nella vostra libreria.

Anno 2076. Los Angeles. Davanti a noi figura un mondo distopico. Il Cloud è crollato, rivelando tutti i segreti che conteneva. Famiglie distrutte, carriere infrante e amicizie spezzate. Le persone vivono all’insegna della privacy più ossessiva, costretti a portare dei travestimenti in pubblico per proteggere la propria identità. Niente internet, niente Facebook, niente smartphones. La tecnologia informatica si è arrestata fornendo una crescita demografica e industriale più adatta e sana. Il nostro protagonista, P.I., è un paparazzo, l’invasore della privacy per eccellenza. Non risulta difficile dunque immaginare come, in una società il cui scopo è l’anonimia più assoluta, P.I. se la dovrà vedere con la “polizia” di giornalisti. Non come li conosciamo noi, ma agenti federali al servizio del cosidetto Quarto Potere, con il compito di proteggere ed informare il pubblico, ricorrendo anche all’uso di armi se necessario. La vita di P.I. verrà sconvolta quando a bussare alla sua porta sarà una donna in cerca di informazioni che metteranno a repentaglio la vita del nostro paparazzo e del futuro stesso.

The Private Eye è una bella scommessa. Un progetto rischioso e particolarmente impegnativo che riesce efficacemente nella sua realizzazione. Vaughn crea un noir futuristico in cui tutto ciò che riguarda il mondo “social” non esiste piu. Le persone possono tornare a essere quelle che sono nella vita reale, o quasi. Sceglie, per contrappasso, di ambientare la vicenda a Los Angeles, sede di numerose celebrità che finalmente possono interagire in pubblico grazie alle maschere indossate. Vaughn ci mostra la sua visione di questo futuro. Un futuro il cui nemico giurato è Internet. Un mondo molto lontano da quello attuale che, completamente immerso nell’era della condivisione informatica più sfrenata, non sembra poi così male.

La lettura può essere vista come un episodio della serie tv britannica Black Mirror (chi non la conoscesse lo invito a recuperare immediatamente) in cui alla base di tutto vi è il sacrificio della nostra identità… quale però? La reale o la virtuale? Ognuno di noi con il suo PC è in grado di fare qualsiasi cosa. Fare ricerche, domande o dire cose che nella vita reale non oseremmo mai dire. Forse The Private Eye vuole essere una finestra sulla punizione che forse, un giorno, ci saremo meritati. Un reminder di come ci siamo lasciati abbindolare da tutto ciò che ci viene dato come garantito. L’uomo, fortunatamente, non ha il potere su tutto. Impossibile è dunque il controllo di un mezzo ben più grande di lui. Lo sa P.I. grazie al nonno che rappresenta la nostra generazione. Vogliamo gli smartphone e vogliamo condividere… tutto. Inutilmente. Vogliamo i like ed essere accettati dalla comunità virtuale molto più di quella reale. Dal momento in cui si abusa del virtuale, iniziamo a soffrire di un disturbo dissociativo di personlità. Ormai avere una conversazione normale in cui non si guardi un cellulare almeno due volte ogni cinque minuti (voglio essere ottimista) è praticamente un lontano ricordo. Per quanto mi riguarda The  Private Eye osa molto anche se avrebbe potuto azzardare qualcosina in più approfondendo alcune tematiche e concetti che si affacciano nella vicenda.

L’argomento è delicato e scottante e Vaughn lo sa, altrimenti non sarebbe divertente. I dibattiti sono infiniti e questa recensione potrebbe durare pagine e pagine in cui si sottolineano l’immensa tristezza e ipocrisia di certi comportamenti che fanno da padrone sin dalla preadolescenza. La morale è sempre la stessa. Usare i mezzi che abbiamo a disposizione con la giusta frequenza e finalità. Insomma una storia intelligente, ben strutturato, una regia molto cinematografica. Spaventosamente realistico e non così tanto utopistico.

Marcos Martin, insieme a Muntsa Vicente, sfrutta appieno il formato 16:9 scegliendo un tratto volto alla sintesi. I colori scelti donano al novel un’atmosfera similpop, evidente soprattutto nelle inquadrature della città e degli ambienti interni. Peronalmente, l’unico punto a sfavore forse gli sfondi molto spesso resi vuoti e riempiti da una semplice tinta di colore.

Possiamo essere meno passivi se lo vogliamo ed utilizzare la rete con più buon senso. Dove saremo nel 2076 non lo so, speriamo in un futuro migliore.

 

So long Bubs! 

 


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