#BAOPublishing / Tokyo Ghost #2 di Remender e Murphy – Recensione

Fabrizio Mancini

Quando la Tecnologia si scontra con la Natura, non ne esce nulla di buono, tranne una grande storia.

In Tokyo Ghost si possono vedere riferimenti e influenze in ogni dove, due su tutti Ronin di Frank Miller e Ranxerox di Tamburini e Liberatore.

Il mix selvaggio e caotico di due estremi come natura incontaminata ed egemonia tecnologica sono da sempre un grande magnete per molti narratori, Remender non fa eccezione.

Per certi versi uno dei testi meno contorti dell’autore di Black Science e Low, che però non perde mai l’occasione di usare una struttura non proprio semplice.

La sessualità è all’ordine del giorno, anch’essa differenziata da un tipo decisamente genuino e un altro esagerato, deleterio e impari, fattore che si poteva ben notare anche dal volume precedente. Il rapporto di Debbie e Teddy è sessualmente molto forte. Passione e amore coincidono in pieno, in un caso più unico che raro. La contrapposizione verte tutta su uno dei principali antagonisti, il signor Flak, mai vestito, sempre con una camicia e il membro all’aria. Tutti si sottomettono a lui, una dimostrazione di totale superiorità per una sessualità decisamente malsana. Un concetto che sembra ribadire Natura contro Artificio

I significati che scaturiscono da questa opera sono molteplici: a volte la Natura può apparire lenta e pigra, mentre la Tecnologia un impegno di una costruzione che spinge sempre più in alto, ma allo stesso tempo la Natura è inesorabile e stupefacente, trova sempre la strada, anche se è difficile, perché è essa stessa la concretizzazione della vita, mentre la Tecnologia porta l’uomo ad accorciare sempre di più la strada, senza sforzo.

Ma come l’uomo è attratto dal magnetismo naturale, anche il fascino del digitale può essere irresistibile. Il personaggio di Teddy non è altri che questo, conteso fra due estremi, diventa la personificazione dell’oggetto del desiderio delle due forze avverse, un connubio di travolgente passione e implacabile freddezza digitale.

La scelta Giappone è quasi emblematica, poiché al di la della realtà dei fatti, la visione universale che si ha di questo Paese è quello di un mix di antichi valori e cura della natura, con la frenetica appropriazione tecnologica dovuta proprio al ritardo che questa tradizione e chiusura al resto del mondo ha portato.

Tokyo Ghost è un opera in cui Remender sceglie di rendere più semplici fabula e intreccio, a beneficio di una storia pregna di significati, che possono essere interpretati diversamente per ogni lettore, e non in un banale natura vs. tecnologia.

Remender si affida alle mani di quel mostro che è Sean Murphy, che come un mago sa essere morbido e tagliente allo stesso tempo.

I colori di Matt Hollingsworth evocano questo mondo dalla pagina, differenziando per bene le entità naturali da quelle digitali.

Il tocco di Remender è presente anche nel lavoro di questi due grandi artisti, poiché l’impatto visivo delle sue opere sono estremamente riconoscibili e simili (vedi Black Science sempre edito da Bao con Matteo Scalera ai disegni mentre Low con Greg Tocchini).

Tokyo Ghost in conclusione è un’opera cinica, che mette a nudo le debolezze umane e, come tutte le migliori storie con questo risvolto,  è dominata dalle passioni.

 


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