#BaoPublishing / Umbrella Academy Vol. 1, La Suite dell’Apocalisse – Recensione

Lorenzo Cardellini

Tra l’agosto e l’aprile del 2006 i My Chemical Romance entrano in studio per incidere qualcosa di completamente differente rispetto ai due lavori precedenti, creando un vero e proprio spartiacque tra quello che la band era stata e ciò che sarebbe potuta diventare. The Black Parade prende vita e si distacca dalle sonorità degli esordi, mantenendo comunque fede a tutta quella vena post-hardcore mista ad emo (di qualità) con cui si erano fatti conoscere, inserendo elementi molto più ricercati quali la costruzione di un concept album a metà tra la rock opera ed una produzione Burtoniana , arrangiamenti più articolati, ed un songwriting compatto, evoluto, con un approfondito ed interessante tema centrale.

L’analisi della morte, della sofferenza e di tutto ciò che ruota intorno a questo elemento naturale così spaventoso è colonna portante dell’album, il quale finisce per diventare il miglior lavoro del quintetto statunitense, creando, paradossalmente, più incertezza per il futuro del gruppo di quanto non dovrebbe fare un album dall’ottima riuscita.

Tuttavia la vita di Gerard Way è sempre stata un coacervo di diverse passioni ed influenze: il cinema horror, la musica rock ed il mondo della nona arte hanno ricoperto ruoli fondamentali per la formazione di un artista molto più poliedrico di quanto si volesse effettivamente riconoscere in un periodo dove proporre rimandi alla cultura emo era considerato un elemento deprecabile, sopratutto per la fantomatica “qualità” troppo spesso citata senza un’effettiva analisi del prodotto di cui si sta parlando. In un momento così frenetico della propria vita, in cui avvenne la reale esplosione mediatica dei My Chemical Romance, Gerard si dedicò con altrettanta dedizione alla stesura di The Umbrella Academy, la prima prova da scrittore nel mondo dei comics, che si mostrava come una gigantesca incognita.

La produzione di un volume realizzato da una rockstar all’apice della propria carriera musicale, come sottolineato dall’editor Scott Allie poteva rivelarsi realmente come una bomba ad orologeria. Le critiche, in breve, tendevano all’autogenerazione seguendo lo stesso brusio di sottofondo che accompagnava la carriera musicale dei MCR. Tutto ciò unito al caos vissuto da Gerard durante il tour di supporto a The Black Parade, durante il quale si ritrovava a scrivere proprio i primi capitoli di tale esordio fumettistico, tendeva a generare una tensione evidente.

Il disastro era praticamente già servito.

Ma la vita, fortunatamente, a volte riesce ad andare oltre le apparenze e a zittire le chiacchiere sterili. In questo caso ad averla vinta è stato il giovane compositore americano che ha dato prova di tutte le proprie capacità con un lavoro semplicemente ottimo.

Girare attorno al nocciolo della questione in casi come questi non serve: The Umbrella Academy è un lavoro eccezionalmente interessante, nettamente in anticipo su i tempi, pregno di una narrazione singolare ed estremamente accattivante, che nella sua semplicità e grazie alla sua natura strampalata, riesce a fornire un’analisi di più tematiche in maniera univoca, completando un quadro affrescato con tecniche estremamente singolari.

L’incipit è semplice e lineare, nonostante la mole di elementi che vi ruotano intorno tutto finisce per risultare coerente una volta terminata la lettura. In un giorno particolare solo in parte 43 bambini nascono in maniera apparentemente casuale da altrettante madri single. Di questi 43 solo 7 ne sopravvivono, i quali vengono adottati da Sir Reginald Hargreeves, scienziato alieno, e addestrati per divenire la difesa ultima del mondo.

Da qui si snoderà tutta la cervellotica trama ideata da Gerard Way, il quale non disegna minimamente l’assurdo proponendo escalation di elementi folli, che, nonostante tutto, riescono a risultare perfettamente coerenti grazie alla creazione di un mondo narrativo fatto su misura, dove lo stupore è dietro ogni angolo, salvo poi rientrare perfettamente nelle meccaniche di base dell’universo stesso. Ed è così che tra balzi narrativi eccezionali, i quali ci riportano avanti ed indietro nel tempo, iniziamo a prendere dimestichezza con questa nuova realtà e con le minacce che la popolano. 

Tutto comincia successivamente alla “tragica” dipartita del Professor Hargreeves, alias Il Monocolo, a cui segue il ricongiungimento del disturbato nucleo famigliare da esso creato. Tutto ciò porterà a delle terribili conseguenze, quali l’attivazione di nemici sopiti e pronti ad attaccare proprio dopo tali accadimenti ed al confronto stesso dei protagonisti con il proprio passato, culminando con il componimento della Suite dell’Apocalisse.

Ogni eroe ricopre un ruolo chiave in tale composizione, con i propri problemi e le proprie paranoie dovute spesso a quelle mancanze che hanno segnato degli individui uniti forzatamente e costretti a cimentarsi in qualcosa senza possibilità di scelta. Abbiamo quindi tutta una serie di personaggi con capacità e problematiche differenti: Spaceboy, leader del gruppo, incapace di provare empatia, ed eccessivamente ligio al dovere; Kraken, classico vigilante dai modi duri ma dal grande cuore, ribelle e profondamente segnato; oo5 capace di viaggiare nel tempo, intrappolato prima alla fine dei tempi e poi nel proprio corpo di decenne; Voce, schiva e disinteressata nei confronti di questo mondo, in grado di rendere reali le proprie bugie ed infine Vanya apparentemente priva di qualsiasi potere.

Direttamente ed indirettamente Hargreeves diviene creatore sia della soluzione che del problema, , emblema del miglior esempio di conflitto genitoriale mostrato da diverso tempo a questa parte. Da questo assunto si snoda ogni problematica legata ai vari membri della Umbrella Academy, i quali, inizialmente, vengono definiti solo dal proprio grado di potenza, senza un vero e proprio nome se non quello in codice.

Ed è questo che fa del gruppo la peggiore e migliore famiglia che si possa desiderare in ambito fumettistico. Tale elemento offre un’eccezionale kermesse di possibilità, un grandissimo spettro di analisi, dove ognuno dei personaggi è costretto e guidato verso una crescita, più o meno conscia, volta alla risoluzione di tutti quei complessi che lo affliggono. Way crea delle caratterizzazioni eccezionali, dando vita a costrutti narrativi attraverso cui è possibile analizzare aspetti molteplici dell’animo umano. Questi personaggi falliscono, sanguinano e si ritrovano in balia di sentimenti che finiscono per condizionarli, ed è proprio qui che si nasconde la qualità di un lavoro simile.  

Ognuno di loro cattura il lettore sotto più aspetti e si rivela come un’eccezionale spaccato su questo singolare mondo ed i difetti che lo affliggono. Gerard pone il proprio marchio di fabbrica su ogni singolo elemento, partendo da una narrazione completamente fuori dagli schemi. Frenetica, sconnessa, frammentaria ed intervallata da continui flashback, cambi di inquadratura e piccoli salti in avanti, che nonostante crei molte domande nel lettore riesce a chiudere ogni quesito proprio con la fine del primo arco narrativo, dove tutto si ricongiunge e trova un forte senso logico in una in qualcosa che inizialmente non sembra averne.

Way gioca proprio sulle domande che riesce a far porre al lettore, per poi condurlo, capitolo dopo capitolo, alle dovute risposte, sempre nel modo che preferisce e reputa più opportuno. Non importa se non vi è una spiegazione per ogni singolo avvenimento mostrato, poiché il mondo creato risulta essere tanto saldo da fugare ogni dubbio. Tutto funziona per come è stato pensato e c’è una melodia che accompagna ogni elemento.

La musica di sottofondo che muta e varia pervade tavole e vignette, mostrando come il componimento rimanga un punto saldo per la vita dell’autore. Grant Morrison sostiene che tutto il lavoro si distacchi da The Black Parade, ed è effettivamente così, tuttavia è impossibile non constatare come ne sia figlio, e proprio per questo finisca per seguire le proprie orme allontanandosi da tale nucleo per prendere una forma completamente diversa, personale.

A sottolineare tale personalità interviene lo squadrato tratto di Gabriel Bá che con la sua minuziosa cura per i dettagli, il suo delineare nettamente, anche in maniera grottesca le figure che rappresenta. Riesce a fornire veridicità a tutti gli accadimenti narrati, dandogli l’empatia di cui hanno bisogno con un livello espressivo di forte impatto che delinea caratteri ed emozioni, insieme ad uno storytelling semplicemente ottimo.

Il duo insieme riesce ad avere un’intesa eccezionale che mescola profondo amore per il media fumetto, nonché rigoroso rispetto. È palpabile l’amore di Way per questo mondo ed è ancora più chiaro il volere dell’artista di prendere elementi che possano risultare tipici, quale il concetto di disfunzionalità famigliare e tutta una serie di elementi tanto cari agli stilemi classici, e rimodernarli, riscrivendoli in chiave personale. The Umbrella Academy è la dimostrazione perfetta di come il fumetto possa evolvere nelle mani di autori capaci, di come possa aprirsi alle più disparate contaminazioni, sottolineando come sia una materia viva, che necessita di cambiamento e della giusta dose di creatività.

Tutti questi elementi sono riconducibili alla persona di Gerard Way che, in maniera disarmante, grazie all’ottimo risultato raggiunto con il proprio battesimo del fuoco, pare far parte di questo settore già da tempo immemore. Umbrella Academy, di cui facciamo i complimenti alla Bao Publishing per l’ineccepibile edizione proposta (un cartonato curato nei dettagli, con extra molto importanti, quali le storie del FCBD 2007 o i vari schizzi/bozze) deve trovare posto nella libreria di tutti coloro che vogliono vivere l’evoluzione del fumetto ed al tempo stesso assistere alla nascita di un grande autore sia di oggi che di domani.


Comments are closed.