#Bonelli / Dylan Dog 361: Mater Dolorosa, di Roberto Recchioni e Gigi Cavenago – Recensione

Redazione Geek Area

Ti risvegli in un letto non tuo a notte fonda, non sai come sei finito lì, non sai quanto ci resterai. Hai a malapena coscienza del tuo respiro e del tuo battito cardiaco, il tuo mondo in quel momento inizia e finisce su un soffitto nero, unica cosa che riesci a vedere e percepire al di fuori di te.

Mater Dolorosa porta con sé tutti i colori cupi della malattia fisica e mentale, del decadimento del corpo e della paranoiaconseguente. Il mondo di un malato è verde pallido e giallo ittero, un filtro che non lascia spazio ad altri colori. Quando arriva, Mater Morbi tinge il mondo di rosso, come le sue labbra e come il sangue che sgorga dai suoi occhi splendidi. Quello sguardo tramuta la malattia in dolore e dipendenza, riducendo il malato a maschera della sua sofferenza.

Come ogni malato, Dylan riesce a vedere solo sé stesso in quanto avatar fisico della sua malattia, portatore di tutti i mali del mondo. Roberto Recchioni insiste molto su questo concetto: mentre in Mater Morbi cita John Donne, identificando implicitamente ogni malato come isola, in Mater Dolorosa fa uscire l’indagatore dal suo enclave e lo fa vagabondare in un arcipelago di morti viventi.

La malattia è esigente, prende ogni tua energia ed allontana ogni tuo affetto, portandoti fuori dalla razionalità per immergerti nel caos. Allo stesso modo, questo albo è una terapia d’urto per Dylan Dog, sotto numerosi aspetti. Il curatore della testata si immedesima in parte in John Ghost, andando a scuotere le solide fondamenta della storia del personaggio, per permettergli di navigare verso nuovi lidi. Ghost innalza una città simbolo dell’avanzare del moderno sulla baia di Moonlight, allo stesso modo Recchioni cambia radicalmente i ruoli consolidati all’interno della testata (uno tra tutti, l’ex ispettore Bloch), liberando il protagonista e le sue vicende verso nuovi sviluppi.

Dylan è solo durante un passaggio fondamentale della sua esistenza (o almeno lo è per buona parte del tempo). Attraverso i suoi occhi ci sono le paure dei suoi lettori di vecchia data, che vedono in questa nuova nemesi qualcosa che non possono controllare, un male sconosciuto che non hanno mai fronteggiato. Il piccolo Dylan viene conteso dalle sue due madri/amanti, colei che l’ha messo al mondo, disposta a proteggerlo per averlo sempre con sé, e la donna che vorrebbe renderlo signore del proprio. La nave di Mater Morbi è il silenzio della terapia intensiva misto ai lamenti e ai rantoli di chi lotta per la vita in quell’ultimo avamposto di speranza. L’albero maestro della nave è a sua volta un albero delle pene, la barella del pronto soccorso dove ogni malato versa il tributo di sangue per garantirsi altri giorni nel mondo dei vivi.

L’indagatore dell’incubo diventa nocchiero dell’unica nave in grado di governare le onde del mare della sofferenza, in attesa che la scienza faccia il suo lavoro: curare la malattia prima del malato. Perché è questo, in fondo, l’antidoto contro ogni male. Dylan e Morgana sono l’ultimo motore di spinta verso un futuro nuovo per l’umanità intera, non per i singoli individui.

L’intero albo è immerso in un eterno presente su due piani temporali diversi, a modo loro immersi entrambi nell’incubo. Trasuda pena e sofferenza attraverso gli splendidi dipinti di Gigi Cavenago, che attraverso un uso magistrale del colore restituisce un’immensa gamma di emozioni, mischiando sfumature di tonalità diverse. Se è vero il discorso fatto a inizio albo in cui è possibile identificare un’emozione o uno stato d’animo con ogni colore (cupo per la realtà e la malattia, luminoso per il sogno, saturo per la passione, scuro per l’abisso), le tavole finali delle due linee temporali raccontano due storie di vita e morte diverse, rispetto a come può sembrare leggendo l’albo una sola volta.

Mater Dolorosa lascia affondare nel mare della sofferenza i detriti della gabbia bonellania e della narrazione didascalica, lasciando spazio ad una storia vissuta come se fosse un flusso di coscienza continuo. Il volume scorre, molto più rapidamenterispetto ad altri suoi predecessori, sballottando il lettore tra il presente e il passato di Dylan. Ogni tavola a suo modo è un quadro, in cui viene rappresentato l’eterno dramma della malattia, intesa come universale, intimo, malessere umano. Come lei viene vissuta diversamente da ognuno di noi, questo albo scatena pareri contrastanti, perché va a toccare contemporaneamente l’immaginario collettivo di un personaggio e un argomento sensibile che, in fondo, ci accomuna tutti più di quanto possiamo immaginare.

Siamo tutti foglie dell’albero delle pene, siamo tutti vele della nave di Mater Morbi.


Comments are closed.

Caricando...