#Bonelli / Dylan Dog 362: Dopo un lungo silenzio, di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano – Recensione

Redazione Geek Area

È necessaria una premessa prima di iniziare a recensire Dylan Dog #362 – Dopo un lungo silenzio, di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano. A prescindere dall’essere lettori abituali o meno di Dylan Dog, questo albo è una storia che va letta e sfogliata più volte, perché tra quelle pagine c’è un contenuto che va ben oltre la vicenda narrata. Si tratta di un messaggio schietto e universale, con cui ci si deve confrontare con il dovuto rispetto. Per parlarvene, è necessario che faccia alcuni spoiler sulla storia.

Nel titolo dell’albo si celano diverse interpretazioni possibili. La prima, più evidente e immediatamente comprensibile, è il richiamo al ritorno del creatore di Dylan Dog sulle pagine del personaggio. Sclavi torna a raccontare la storie di Dylan come un padre preoccupato racconta le vicende del figlio al resto dei familiari, con preoccupazione e tenerezza.

In questa storia le cose non vanno affatto bene per Dylan, il suo alcolismo torna attuale e le conseguenze degli alcolici sulla sua vita sono incontrollabili. La dipendenza viene (finalmente) vista come una malattia e trattata da tale, mostrando con attenzione l’altro lato del mestiere dell’indagatore dell’incubo, facendogli affrontare un caso che non esiste.

Il ribaltamento del punto di vista abituale sulla storia è l’elemento chiave della vicenda. Nella scena con Madame Trelkowski a casa di Owen Travers (cliente dell’indagatore, alcolista anche lui da quando improvvisamente è morta sua moglie), tutti si aspettano che prima o poi appaia davvero il fantasma della defunta consorte dell’uomo, ma non accade nulla di tutto ciò. Le uniche allucinazioni tangibili sono quelle indotte dall’alcool, e da quel momento tutta la storia muterà profondamente di significato. Viene sbugiardato ogni riferimento al paranormale, e gli avvenimenti passano sotto la lente d’ingrandimento dello scetticismo, lasciando i protagonisti soli, nel silenzio più profondo.

Quella che a prima vista potrebbe sembrare un lavoro che semplicemente denuncia l’alcolismo come problema sociale, nasconde nel profondo delle emozioni difficili da spiegare con parole diverse da quelle usate dall’autore. Il silenzio in casa di Owen è il silenzio che condanna chi è vittima della propria disperazione. Il tintinnio delle bottiglie è la campana che accompagna l’uomo verso l’ultima discesa nell’oblio. La violenza verbale e fisica verso i propri cari che provano ad evidenziare il problema è qualcosa che spesso passa in sordina, ma non stavolta. Quando si tratta di affrontare per la prima volta una cosa simile, i primi a farne le spese sono coloro che sostengono il diretto interessato, che a sua volta li trascinerà in tutti i modi nel suo vortice d’angoscia.

Sclavi mette nero su bianco una parte terribile del suo passato con una delicatezza e un’onestà che solo i grandi autori sono in grado di sostenere. Veicola un suo personaggio, cambiando il corso tradizionale delle storie che lo vedono protagonista, per raccontare qualcosa di diverso, che lo farà ritrovare davvero solo, per la prima volta dopo tanto tempo.

Mentre in Mater Dolorosa assistiamo all’arrivo salvifico della madre del giovane Dylan, qui il Nostro riesce a rialzarsi sulle sue gambe unicamente con le sue forze, con il coraggio di chiedere aiuto a chi può fornirglielo. Non si tratta di una parabola moralefine a sé stessa, ma di un racconto accorato di chi ha indossato quegli abiti per molto tempo, prima di scriverne.

Quel lungo silenzio a fine lettura diventa una liberazione, con un finale ambivalente tanto luminoso da un lato, quanto cupodall’altro, come ogni esperienza che segna la propria esistenza (e come le due copertine dell’albo: una bianca e una nera). Ogni personaggio raggiunge la pace che merita, a prescindere dal proprio percorso e da qualsiasi influenza paranormale, ritrovandosi a fare i conti solo con sé stesso.


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