#Coconino / La terra dei figli, di Gipi – Recensione

Mirko Tommasino

Ho provato a immaginare la fine un passo per volta, inserendo mentalmente un nuovo tassello per ogni metro di mondo attraversato. Una delle cose a cui non ho mai pensato, è il lascito dei padri ai primi figli del nuovo mondo.

La terra dei figli (Gipi, edito da Coconino Press – Fandango Editore) è il ritratto di due fratelli in un mondo morente ereditato dai padri, manifesto di uno scontro muto tra due generazioni che hanno segnato la fine e l’inizio di due ere. Gipi reinterpreta la fine dei tempi attraverso il paradigma più antico di tutti: l’incomunicabilità generazionale, ambientando l’intera vicenda in un paesaggio rurale che richiama l’antico legame tra l’uomo e la terra.

Dopo poche tavole in cui ci illudiamo che il mondo sia nuovamente incontaminato e pronto ad accogliere una nuova epoca per l’uomo, osserviamo come la morte abbia cambiato radicalmente le abitudini degli abitanti, diventando un aspetto tangibile e quotidiano della vita. Ci sono morti ovunque, come oggi potremmo trovare degli oggetti abbandonati. I sopravvissuti sono abituati alla presenza dei cadaveri, e ognuno ha trovato il proprio modo per conviverci.

I binari su cui si muove l’intera vicenda sono i divieti e le leggi del nuovo mondo, a cui i due ragazzi fanno fatica ad adattarsi. Il padre vorrebbe che i figli restassero lontani dai pericoli reprimendo la loro curiosità, sortendo (ovviamente) l’effetto opposto. Il nuovo mondo è rappresentato graficamente da linee nervose e allo stesso tempo primordiali, come una nuova nascita. Gipi si reinventa ancora una volta: non ci sono colori, non ci sono ombre e sfumature, c’è solo un maggiore e un minore quantitativo di tratto sottile su immensi spazi bianchi.

Gli abitanti della terra post apocalisse sono profondamente cambiati dopo l’avvento di quest’ultima: più simili a freaks dementiche ad esseri umani, vivono dei frutti della terra e si contendono ferocemente la poca carne a disposizione. Il linguaggio ha risentito fortemente della fine, ogni conversazione avviene tramite frasi sgrammaticate e concetti molto basilari, in cui vengono reiterati senza significato alcuni termini ancestrali, spesso usati prima dell’apocalisse. Come chi comunica, anche noi percepiamo la sensazione di non saper leggere e comprenderci, fondando la nostra storia attuale su fraintendimenti e violenza, come accade nel volume.

Perché è questo l’altro filo conduttore: la violenza. Partendo da alcune prese di posizione ed alcune incomprensioni, o seguendo le leggi di un DioFiko, durante tutto il volume viene perpetuata una violenza cieca, che a sua volta scatenerà ulteriore dolore e sofferenza. In questo lago di incomunicabilità, ritrovare l’umana pietà passerà attraverso il gesto più semplice che si possa concepire in circostanze simili.

Non ci è dato sapere cosa abbia scatenato la fine, possiamo solo conoscere cosa questa ha portato alla famiglia dei protagonisti, attraverso le parole (dette e non dette) del padre e alcuni dialoghi particolarmente significativi. Gran parte della storia ruota attorno ad un oggetto che passa di mano in mano, quasi come una reliquia, che cambierà le sorti dell’intera vicenda.

La terra dei figli è un viaggio emotivo in un mondo arido, dove la prima goccia che dopo tanto tempo bagna la terra è una goccia di sangue. Al termine della lettura ognuno sarà in grado di decidere quali saranno i primi fiori a sbocciare.


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