#DylanDog / La fine è il mio inizio di Bilotta e Camagni – Recensione

Mirko Tommasino

Da anni, lo speciale annuale dell’indagatore dell’incubo è interamente dedicato ad un universo alternativo: Il Pianeta dei Morti, in cui Dylan vive in un mondo di Ritornanti, vittime di una malattia incurabile, che ha visto in Groucho il Paziente Zero.

Alessandro Bilotta, creatore di questa realtà parallela, inserisce in ogni episodio narrato numerosi riferimenti alle serie regolare, varcando numerose volte il confine tra fumetto e metafumetto. La fine è il mio inizio, trentesimo speciale annuale dedicato a Dylan Dog, è un albo particolare all’interno di questa continuity, in cui il passato del protagonista svolge un ruolo fondamentale nella narrazione.

Il tema principale dell’albo è il tempo, visto attraverso diverse declinazioni. L’intera storia, per come è stata narrata, sembra essere inserita all’interno di una stasi temporale che può essere avvenuta in qualsiasi momento della vita di Dylan. Questo aspetto sposta l’asticella della narrazione, raccontando una storia che, di per sé, rappresenta la rottura di un circolo vizioso (da qui, il riferimento al titolo).

Dylan si tinge i capelli, come se volesse perpetuare un eterno presente all’infinito. Ma, come viene detto all’interno dell’albo, nella stasi non c’è vita, non c’è niente di bello e niente di brutto. Il peso di questa assenza di vitalità inizia a farsi sentire sul protagonista e su altri personaggi, generando una concatenazione di eventi che farà deragliare il treno della monotonia.

Non è la prima volta che nel mondo dell’intrattenimento viene presentato il tema degli eventi ricorsivi all’interno della vita di un protagonista più o meno consapevole (basti pensare a film come Ricomincio da capo e The Truman Show), ma la cura con cui viene trattato in questo albo rende notevole il risultato finale.

Andiamo con ordine, senza fare spoiler.

Il termine perfetto per definire questo albo può essere preso in prestito dall’arte: Capriccio. Nell’accezione introdotta dal musicista tedesco Michael Praetorius, il capriccio rappresenta

..una specie di fantasia improvvisata, nella quale si passa da un tema all’altro.

Bilotta (sceneggiatura) e Camagni (disegni) ricreano un ordito di temi e riferimenti presi a piene mani dal passato trentennale del personaggio, inserendoli con parsimonia e gusto all’interno della narrazione. Dylan si muove in una scenografia teatrale in cui ogni suo passo sembra volto a ricreare le situazioni familiari che abbiamo imparato a conoscere attraverso le sue avventure londinesi, con gli stessi personaggi e gli stessi luoghi, riassemblati in modo differente, con ruoli differenti. Questa scelta mostra al lettore un mondo estremamente controllato, che fa apparire il passato del personaggio non più come un percorso consequenziale ma, appunto, come un capriccio.

Leggendo le prime pagine della storia scopriamo che dietro un mondo costruito così sapientemente, non può esserci che un architetto esperto, che muove i fili della realtà dall’alto. Quest’ultimo viene costantemente seguito da una telecamera, che riprende ogni sua mossa per conservarne la memoria (unica forma di successione degli eventi, all’interno di un mondo immerso in un presente senza conseguenze).

Per chi viene costruito un mondo simile? Per gli Immemori, individui che scelgono di rinunciare ai loro beni e alle loro vite, per vivere in un’oasi fortificata, con il preciso scopo di allontanarsi definitivamente dalle brutture del mondo esterno. Chiunque in questo luogo ha diritto all’acquisto una nuova esistenza. Dove finiscono le responsabilità degli eventi e delle scelte? Altrove. Per aiutare gli immemori a dimenticare è previsto un trattamento a base di fumo, che aiuterà gli abitanti ad abituarsi a questa nuova realtà. Un oblio volontario, perdendo sé stessi in ogni modo possibile, per vivere un’esperienza scritta a tavolino da altri.

Su queste solide basi la vita cittadina prosegue senza intoppi, finché un personaggio televisivo non inizia a proporre un allontanamento dal fumo, per ottenere una maggiore consapevolezza.

Da questo momento, la storia inizia a prendere una piega diversa, che dimostra quanto sia difficile uscire da una realtà ricorsiva. La confusione che assale Dylan diventa la confusione del lettore, che porterà il protagonista a mettere in dubbio l’esistenza stessa.

L’indagatore dell’incubo inizierà, come suo solito, a porsi mille domande, condividendo con noi il peso di ogni sua, inquietante, scoperta. Si confronterà con bugie, eventi del suo passato e con le conseguenze di scelte personali e non. Se all’inizio della storia siamo immersi in un eterno presente, man mano che svanisce questa percezione quell’oblio protettivo si trasforma in un incubo. Da cosa stiamo scappando? Cosa c’è alla fine del mondo?

La responsabilità soggettiva delle azioni, la metabolizzazione del lutto emotivo e i Natural Born Killers saranno gli elementi ricorsivi che accompagneranno Dylan durante quest’avventura, costantemente in bilico tra realtà e finzione. Una droga per dimenticare, una droga per ricordare. Non tutti sono in grado di sopportare il peso dei ricordi e delle azioni passate, per questo non tutti sono disposti a ritrovare la vecchia vita.

Quanto può, un singolo uomo, reggere il peso di due mondi solo sulle sue spalle?

La fine è il mio inizio è una di quelle storie che presenta talmente tanti livelli di lettura e significati nascosti che, per essere compresa al meglio, deve essere riletta più volte. Ogni lettore ci vedrà la sua verità e sceglierà per chi parteggiare, perché le posizioni contrapposte sono mostrate con chiarezza e senza la facile distinzione tra bene e male, mostrando tutto in prospettiva. Bilotta, scrivendo questo universo, firma un tacito patto con il personaggio, in cui si arroga il diritto di giocare con la sua vita fatta di schemi trentennali, rivoltandoli come un calzino e riassemblandoli con nuove regole e nuovi orizzonti narrativi.

Come nei capricci di Piranesi, in cui le rovine di Roma venivano accostate in paesaggi surreali, l’autore prende i ricordi di Dylan scavando nella sua storia editoriale, e li mostra al pubblico in quanto sé stessi, talmente potenti da essere in grado di vivere prescindendo dal personaggio, mettendo in crisi quest’ultimo.

In centosessanta pagine, la storia di Dylan Dog viene riassemblata, diventando nuovo motore di crescita ed evoluzione, a cavallo tra due universi.


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