#DylanDog / La macchina umana

Mirko Tommasino

Chi ci ha dato la pretesa di essere liberi? Chi ci ha autorizzati ad avanzare delle richieste, ad avere dei gusti e una vita? Pensate che basti nascere, affinché si possa essere senza catene? No, non è così, non è mai stato così. Siamo umanamente predisposti ad essere schiavi di qualcuno o qualcosa. Cresciamo con il bisogno mai domo di essere compiaciuti, di sentirci speciali, di essere la voce fuori dal coro. Non siamo e mai saremo niente di tutto ciò.

L’albo numero 356 di Dylan Dog: La macchina umana, è un albo circondato da tanti altri identici a lui, che sgomita per dire la sua e farsi notare. Esattamente come un impiegato, uno studente, un servo della gleba o qualsisi altro individuo immerso nel proprio contesto sociale.

Oggi, questo volume si crede importante, perché parlano tutti di lui. Tra un mese, le stesse persone che ne oggi parlano così tanto, rivolgeranno la loro attenzione al successivo. S’impegna per essere speciale, ma ad oggi la sua fortuna è essere la più recente di una serie di ruote, attaccate a un carro di responsabilità decisamente gravoso. Come lui, anche noi siamo gli ultimi arrivati di una lunga serie, da giudicare al meglio a distanza di tempo.

Quando è stato scritto, questo numero ha firmato un contratto senza leggere le clausule scritte in piccolo. Alessandro Bilotta e Fabrizio De Tommaso sono stati bravi a fargli capire subito chi comanda, hanno dimostrato tendendo sotto controllo la narrazione, che gli autori sono le divinità di ogni storia,. Dylan Dog nasce libero, ma dal suo primo respiro si ritrova prigioniero di un lavoro interinale alla Daydream, non ha altri ricordi. Non c’è altro prima, non ci sarà altro dopo. Con i tempi che corrono, è necessario esser grati per ogni lavoro possibile, contare gli anni che passano estinguendo il proprio debito, rata dopo rata. Con rituali di fantozziana memoria, corre al lavoro per timbrare il cartellino (senza aiuto, sennò è squalificato), compila svariati metri lineari di scartoffie e (segretamente, consigliato da colleghi) cerca di arrivare al suo megadirettore (sì, anche in quest’azienda c’è Folagra). Tutto questo, mentre i suoi colleghi lo osservano con il distacco tipico dell’ufficio condiviso: continuano a produrre ricchezza per l’azienda, lavorando in ufficio e spendendo i loro soldi nei negozi dello stesso gruppo, andando avanti giorno dopo giorno ignorandosi (o silurandosi) l’un l’altro. Dylan imparerà presto, suo malgrado, che la realtà è sempre peggiore della fantasia. La realtà al di fuori dell’azienda non esiste, se non fosse per Groucho (in versione filosofeggiante) che cerca continuamente di far riaffiorare la dimensione umana di quello che un tempo fu il suo capo, alternando momenti comici ad altri di profonda consapevolezza della condizione umana.

A differenza dei suoi colleghi, Dylan è davvero speciale. Deve solo tenerlo a mente quanto basta per sperare di uscire dall’ennesimo incubo. Stessa cosa che, durante i momenti bui, dovremmo tenere a mente anche noi comuni mortali.

La macchina umana è un bell’albo, scritto e disegnato decisamente bene. in cui gli autori mettono sul tavolo una delle più grandi paure dell’uomo moderno: diventare una macchina all’interno di una macchina più grande, per perpetuare l’esistenza del sistema prima di ogni altra necessità. La spersonalizzazione che ne risulta è spaventosa, lanciando ripetuti messaggi decisamente poco ottimisti riguardo la nostra salvezza.

Produci, consuma, crepa.

CCCP – Morire


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