#EditorialeCosmo / Battaglia – Ragazzi di morte – Recensione

Fabrizio Mancini

Pier Paolo Paosolini è uno dei personaggi più controversi della storia del dopoguerra italiano.
Da un lato è stato martirizzato e santificato senza incongruenze, dall’altra totalmente screditato e lasciato dimenticare. Ovviamente la potenza che aveva è indiscutibile, ma i retroscena sono ambigui e oscuri, al punto che i presupposti sono validi per accostarlo ad una storia di Pietro Battaglia, che sempre si muove nelle vicende storiche italiane.

La trama gravita prepotentemente intorno alla morte di Pasolini, che appare come un pretesto per poter inquadrare la situazione di cui è stato vittima secondo le più probabili ipotesi, quelle dell’omicidio premeditato per farlo tacere e impedire che Petrolio (l’ultima grande fatica) venga concluso, scomodando alta e bassa società.
La visione che abbiamo di questa società è esattamente quella che Pasolini amava fornici (se non siete avvezzi ai suoi film potete aiutarvi ricercando mentalmente le immagini di Eyes Wide Shut da un lato e quelle del neorealismo dall’altro). Una società permeata di vizi e perdizione dalla natura estremamente proibita, dal più ricco e potente, all’ultimo dei poveracci e accattoni, situazione che di riflesso colpiva lo stesso Pasolini, di cui speravo di vedere più contraddizioni e provocazioni. La dissacrazione della sessualità, l’elevazione intellettuale, la fragilità dell’uomo (sia generico che dello stesso Pasolini) sono all’ordine del giorno se conoscete lui e le sue opere, mi aspettavo quindi più enfasi in questi punti che a mio avviso sono risultati banali, sopratutto perché è lo stesso Pasolini a richiedere più forza nel provocare e scandalizzare lo spettatore o il lettore (nel nostro caso).  L’effetto di base c’è, ma sembra rimanere superficiale e non pietrifica il pubblico per la sua crudeltà.
Pietro perde quasi la sua funzione da protagonista, piegandosi al suo dovere, lasciando al poeta la decisione cardine, ricalcando quanto la società si ricicli ma non cambi mai irreversibilmente, rimanendo sporca e dozzinale, convinta però di essere tutt’altro.

Su soggetto di Recchioni e Vanzella, quest’ultimo si è occupato dei testi, che personalmente non mi hanno soddisfatto. Buono il ritmo scelto, sopratutto per le fase di azione, meno però in altre situazione dove è mancato un po’ di varietà.

Alle chine si alternano Pierluigi Minotti e Valerio Befani, entrambi affondano i personaggi nel buio più profondo e li scolpiscono con il nulla del bianco, quasi a esaltare visivamente questa società empia e vacua.

I volti accartocciati di Minotti sono estremamente pericolosi e incerti, come i ragazzi delle strade notturne in cerca di un motivo per ammazzare la noia, o guadagnare qualche spicciolo. Minotti che è alla sua seconda con Battaglia dopo il precedente numero.

Befani invece è più sinuoso, come se lanciasse un sasso nel mare notturno, provocando quelle onde concentriche che si illuminano grazie alla Luna. Se Minotti ricorda le strade pericolose, Befani punta verso l’alta società, che ti seduce con le sue forme e ti si avvinghia, trascinandoti dentro.

Un volume che sicuramente rende gustosa la vicenda pasoliniana, ma non ne sfrutta totalmente la crudeltà che può scaturirne.


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