#FarCryPrimal / L’indoeuropeo rivive grazie al gaming

Flavia Bazzano

È uscito a gennaio scorso il primo spin-off della celeberrima serie di casa Ubisoft, che ha fatto delle ambientazioni esotiche un proprio marchio di fabbrica. Stavolta il giocatore è catapultato nel 10.000 a.C. per un’esperienza di gioco totalizzante.

Sviluppato da Ubisoft Montreal, Far Cry Primal ripercorre le vicende del cacciatore Takkar nel tentativo di riunire il popolo Wenja disperso dalle tribù rivali e condurlo nella leggendaria e fertile terra di Oros. A differenza di quanto avviene negli altri titoli della serie, il giocatore disporrà solo di armi rudimentali, che dovrà costruire da sé, imparerà a cacciare per nutrirsi e col tempo potrà addestrare animali selvatici e addirittura comandare interi insediamenti.

La sfida più grande per il team è stata la caratterizzazione delle tribù nel rispetto della verosimiglianza con i gruppi e gli insediamenti umani del Mesolitico: per lo scopo hanno collaborato, in qualità di consulenti, personalità di spicco del mondo accademico del calibro di Luc Doyon, antropologo e professore alla McGill University. Ma la realizzazione dell’universo di Far Cry Primal compie uno dei suoi passi più ambiziosi sotto l’aspetto linguistico, affidato a Brenna e Andrew Byrd della University of Kentucky. I due professori inglesi sono i responsabili della creazione della lingua wenja (che potete ascoltare qui) sulla base dell’indoeuropeo.

L’indoeuropeo, chiamato anche protoindoeuropeo è la lingua (o meglio il gruppo di lingue) ricostruita sulla base delle somiglianze tra le lingue dette, appunto, indoeuropee che sarebbe stata parlata dai nostri antenati circa settemila anni fa. Andrew Byrd ha spiegato nel terzo behind the scenes di Far Cry Primal di volersi spingere ancora più indietro nel tempo creando attraverso il wenja un proto-protoindoeuropeo.

Altre due temibili popolazioni minacciano la sopravvivenza degli Wenja: gli Udam e gli Izila. A ciascuna di esse corrispondono peculiarità di tratti culturali, ma anche linguistici. In particolare gli Izila, in grado di utilizzare il fuoco, oltre allo scarto tecnologico sulle tribù rivali possiedono uno stadio più avanzato della originaria lingua comune.

L’impresa di Mr. e Mrs. Byrd, si è rivelata quindi quella di creare non una, ma ben tre diverse varietà ispirate al protoindoeuropeo. Uno sforzo che Brenna Byrd definisce eufemisticamente huge, ma che potremmo tranquillamente definire titanico. Per far fronte alle esigenze di gioco i professori Byrd hanno ricostruito 2400 parole singole e 40 mila parole di script.

Questo non è il primo tentativo di riportare in vita la “madre delle lingue”. Per Game of Thrones il linguista David Peterson ha creato il dothraki partendo dalle indicazioni di Martin fondendo elementi di turco, russo, estone, inuktitut e swahili. O ancora prima, il klyngon di Star Trek per il quale esiste anche un istituto di promozione (e sì, anche corsi di lingua). Ma mai, fino ad ora, avevamo assistito a un’operazione di tale rilevanza accademica applicata a un’opera videoludica. I coniugi Byrd non si sono limitati ad assemblare linguaggi; il loro ricostruito, parafrasando Contini, è più vero del vero.

Il punto, sostengono i due linguisti, è uno: influire positivamente sull’esperienza di gioco immergendo il giocatore nei suoni plausibili di una lingua naturale, adesso,dopo 10 mila anni, finalmente “viva”.

Far Cry Primal è disponibile per PC, PS4 e X-BOX ONE a partire da 54,99 euro.

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