#FilmNationEntertainment / Arrival – Recensione

Redazione Geek Area

Ricordate l’emozione della prima volta in cui avete parlato a qualcuno completamente estraneo a voi? Non parlo di semplici incontri fatti per strada, ma di qualcosa che va oltre. La prima volta che avete parlato in un’altra lingua, la prima volta che avete parlato all’altro sesso, la prima volta che, in generale, avete parlato. La comunicazione è la base di ogni società civilizzata. La necessità di comunicare è fondamentale per ogni individuo, dal primo all’ultimo battito del cuore. Non è necessario essere in una comunità più o meno ampia, perché anche la solitudine comunica qualcosa. Nell’incontro tra più individui si ottiene ciò che permette alle generazioni di sopravvivere: il progresso. Prima della scienza, c’è la cultura: non sarebbe possibile ottenere nessun avanzamento senza lo scambio di idee ed opinioni.

Arrival è un film leggibile (e, soprattutto, godibile) su più livelli. Il più immediato, argomento fondamentale del film è appunto la comunicazione. Entità aliene arrivano sulla terra in modo inspiegabile, nessuno sa dare una spiegazione a questo fenomeno e, nell’incontro con esse, una linguista e un fisico cercheranno di comprendere qualcosa di più su di essi. Da questo punto di vista il film è una parabola perfetta: per comprendere i nuovi arrivati sulla terra, Louise Banks (Amy Adams) e Ian Donnelly (Jeremy Renner) dovranno abbandonare ogni loro convinzione per abbracciare una realtà che supera la più sfrenata delle fantasie.

Da qui in poi la recensione contiene piccoli spoiler sulla trama, facendo riferimento a scene comunque visibili nel trailer.

Muovendo un passo all’interno dell’interpretazione dei simboli, notiamo che visivamente il capovolgimento del punto di vista è segnato dall’inversione della forza di gravità all’interno dell’astronave aliena, dove il fisico ha dei problemi a destreggiarsi (enfatizzazione del suo essere attaccato alle leggi terrestri). La protagonista del film, al contrario, troverà in questa nuova esperienza una forza che le permetterà di cambiare la propria vita, prendendosi dei rischi che fino a quel momento non hanno trovato spazio nella sua routine quotidiana.

Mentre la scienza si affida a solide basi comprovate dall’esperienza, la comunicazione si affida al compromesso, all’analisi del contesto e all’ambiguità delle parole, dei segni e dei gesti. Questo presupposto catapulta il film verso un secondo livello di lettura, il rapporto tra l’adulto e il bambino. Louise e Ian davanti agli alieni si spogliano delle loro sovrastrutture: smettono di essere una linguista e un fisico, diventando nuovamente umani, nudi davanti a qualcosa che non possono comprendere. Perché davanti a loro c’è una mente assimilabile ad una tabula rasa, che non ha nessun preconcetto e presupposto nei confronti dell’umanità, come i bambini. A dare sostanza a questa interpretazione ci sono le proiezioni mentali di Louise, in cui lei cresce una bambina passo dopo passo, spiegandole ogni concetto e ogni simbolo utilizzato per esprimerlo. Per insegnargli a comunicare correttamente, parte dalle basi, proprio come fa con gli alieni. Purtroppo però, davanti a questi ultimi (chiamati Tome Jerry) non è sola.

Come ogni situazione limite, l’intero evento è in mano ai militari. Essi, ragionando per stereotipi, sono l’idea più distante possibile dall’innocenza di un bambini. Hanno scarsa curiosità e scarso interesse nell’approfondire la conoscenza con i nuovi arrivati, e puntano ad annichilirli al più presto possibile, eseguendo gli ordini di presidenti che, a loro volta, sono influenzati da folle in preda al panico. Il ritratto della società che viene fuori da questo quadro è tristemente realistico. I complotti muovono le azioni umane più estreme, che vanno oltre gli ordini imposti dall’alto, causando un allontanamento a causa della loro dimostrazione di potere figlio della paura e dell’ignoranza. Alla base di tutto, di nuovo, c’è un incomprensione di linguaggi, che ci porta ad una chiave di lettura successiva.

Parlare una lingua diversa porta il cervello a pensare su binari diversi, raggiungendo consapevolezze diverse. Su questo presupposto, l’ibridazione della cultura terrestre con quella aliena porta la nostra mente verso un salto evolutivo verso qualcosa di maggiormente completo, una visione circolare e non più lineare dell’esistenza. Durante l’attentato nella base, Jerry e morto. Tom riesce a comunicare con Louise e, in qualche modo, le restituisce la competenza necessaria nella lingua aliena per consentirle di pensare in modo diverso e vedere le cose da un’altra prospettiva (nuovamente). Se i popoli della terra davanti ad una minaccia più grande fanno fatica ad unirsi, gli alieni (messia giunti da un mondo lontano) ci pongono davanti i nostri più grandi limiti di condivisione, costringendoci ad utilizzare la nostra intelligenza per condividere le informazioni per un bene più grande. Il concetto di fondo della pellicola è sicuramente la necessità per l’uomo di trovare una nuovo linguaggio oltre i limiti del tempo che porti all’unione e non alla divisione, contenuto particolarmente efficace nel momento storico in cui stiamo vivendo. Nel film, i popoli reagiscono in modo diverso alla minaccia, rispondendo ognuno al proprio retaggio culturale. Nel corso della storia ogni invasore si è dimostrato letale per il popolo invaso, e questo è il sentimento comune dei popoli belligeranti. La necessità di comunicare, però, riesce a trovare la forza per superare il muro d’ignoranza, evidenziando come sul terreno restino i morti causati unicamente dalla follia umana e dalla nostra indole violenta. A conti fatti, gli alieni ci hanno fatti sentire nuovamente nudi davanti noi stessi: dove noi vediamo una partita a scacchi dove c’è un vincitore ed un perdente, loro vedono un’opportunità, come nel gioco a somma zero.

A fare da cornice a tutto c’è la vicenda personale della protagonista, che porta il quesito fondamentale su un altro livello, più concettuale, ponendo forti interrogativi riguardo l’ineluttabilità del destino e il libero arbitrio.

Arrival di Dennis Villeneuve (tratto dal racconto Storie della tua vita di Ted Chiang)  è un piccolo gioiello di cinema, che mescola al suo interno elementi di suggestione audiovisiva per portare lo spettatore in una Babele verosimile, che percepiamo lontana nel nostro futuro. Non privo di difetti, questi ultimi passano decisamente in secondo piano, oscurati dalla profondità dei contenuti messi sul piatto della bilancia. Il film ci pone molte domande, fornendo delle risposte spiazzanti nella loro semplicità.

Consigliato sotto ogni aspetto, da apprezzare al meglio al cinema con una fotografia e una colonna sonora mozzafiato.


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