#GameofThrones / 07×03 The Queen’s Justice – Recensione

Daniele D'urso

Avete mai sentito parlare di prefigurazione?

Nel caso la vostra risposta fosse affermativa, potreste saltare a piè pari il prossimo paragrafo, al contrario soffermatevi sul significato che ci fornisce l’Enciclopedia Treccani.

Prefigurazione: Ciò che costituisce, o appare essere, un’anticipazione e un preannuncio di eventi futuri.

Molto bene, ora torniamo a noi.

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, così nel lontanissimo 1991, un semi-sconosciuto George R.R.Martin, scelse di titolare la sua opera, un ventennio più tardi, quel romanzo consacrerà la sua carriera da scrittore. A molti di voi, questo nome non dirà assolutamente nulla, ad altri porterà alla mente un fatiscente ricordo. La verità è che abbiamo perso il punto. Abbiamo perso la prima stesura, tra serie Tv e traduzioni poco attinenti ci siamo dimenticati il principio, la genesi, la prima prefigurazione.

The Queen’s Justice la terza puntata della settima stagione, andata in onda nella notte di lunedì, è l’attestato vita natural durante di tutto ciò. L’evento che in lungo e in largo era stato annunciato, ma che nel clamore della tempesta abbiamo dimenticato. Il Ghiaccio e il Fuoco, il Lupo e il Drago, il Re e la Regina, la narrazione degli eventi passa in secondo piano, perché le cronache, che tanto abbiamo amato, scompaiono, è giunto il momento di conoscere chi ha vinto.

Jon e Daenerys sono la rappresentazione carnale del messaggio ciclico e universale di Game of Thrones: nonostante indicibili sofferenze, stupri, tradimenti, sacrifici e persino morte, non hanno mai perso la speranza. Non si sono mai arresi, la loro bussola morale va oltre l’umana incomprensione, pronta a esser messa alla prova da ciò che umano non è. Il punto d’arrivo, la porta si chiude, hanno vinto. Hanno vinto entrambi e l’hanno fatto insieme perché non hanno mai smesso di credere in loro stessi.

Certo, il loro destino non è compiuto, una strada segnata li porterà a rivendicare la propria posizione, l’uno contro l’altro, ma si accorgeranno che la più grande conquista è già avvenuta. Sedere sul Trono di Spade ora, è solo pura formalità.

Per una volta, per la prima volta, in tutta la serie si è visto un confronto diverso, esentato dalle solite pretese materiali che hanno fatto di questo prodotto, il più fulgido risultato della televisione degli ultimi anni. Game of Thrones ha saputo sorprenderci nel momento più alto della sua appariscente carriera, si è trasformato attraverso le candide parole delle due metà che da sempre abbiamo desiderato. L’incontro si tramuta in una scaramuccia, un litigio, uomo e donna si destituiscono intellettualmente dei loro titoli (l’ostentazione della Madre dei Draghi contro l’innata semplicità del Re del Nord) dei loro ruoli e si sfidano a duello con spade di legno. Fingono minacce, prese di posizioni e rivendicazioni,  è tutto un bluff…

Sono stanchi di spargimenti di sangue, e allo stesso tempo sono consci che molti ne seguiranno. Non vogliono discutere. Sperano che l’altro capisca, nonostante la naturale incomprensione data dalla non conoscenza. Concludono ottenendo nulla, salvo poi ripensamenti, hanno giocato a fare i grandi, ma è bastato. È bastato per comprendere la grande verità nascosta tra sconfinate punte d’orgoglio, non vogliono cedere, convinti del proprio patriarcale destino. Ed è li, che si sono eretti sopra a tutti gli altri, dimostrando di essere due puri. I loro obblighi non li porteranno ad abbandonare la retta via.

In un tempo che da sempre non fa distinzione, mischia la causa alla conseguenza, l’imprevedibilità all’emozione, la loro purezza fa sorridere. Il pubblico li guarda, si compiace, ride mentre sono freddi, pacati, naturali, e così divertenti… si studiano, interagiscono per rivendicare la propria appartenenza al mondo, dal quale si sentono in credito. Quello stesso mondo dal quale non provengono, non spettano al Trono di Spade, e finalmente sono d’innanzi al completamento del proprio percorso. Non lo sanno ancora ma hanno vinto dal momento in cui hanno deciso di rimanere loro stessi. Jon, il bastardo di Grande Inverno e Daenerys, nata dalla tempesta, hanno vinto dal momento in cui la meschinità del mondo non li ha contagiati.

Sto per scrivere una frase forte, una frase che in molti non capiranno o non vorranno capire, ma sono sicuro che tra qualche anno accetteranno. Game of Thrones è finito, è finito in quella sala di Roccia del Drago, dove il fuoco e il ghiaccio si sono incontrati per la prima volta. Dove il gioco del Trono ha fallito per la prima volta. Tutto il resto è… noia.

Ma The Queen’s Justice non è solamente l’episodio predetto, ma anche quello dovuto. Perché la giustizia della regina non fa sconti per nessuno. La vendetta di Cersei si compie, confermando quanto la leonessa, perduti i propri figli, sopravviva attraverso il potere. Il potere che vuol dire forza, che vuol dire controllo, che vuol dire paura. La lunga mano della corona si estende a macchia d’olio sui Sette Regni, mentre gli eserciti finalmente si scontranoEuron e la sua flotta appaiono inarrestabili e ovunque nel continente occidentale la partita è ancora aperta.

La sequenza di Castel Granito con il voiceover di Tyrion ha una resa magistrale, potente e d’impatto, cattura il pubblico e lo fissa allo schermo illudendolo di una scontata vittoria. Una vittoria di Pirro che complicherà le sorti degli immacolati. Tagliati fuori dalla ritirata. Catturano una fortezza fantasma.

Jaime mette in scacco il fratello, è il vero vincitore materiale di questa prima fase della guerra, cosciente di aver già dato nella sconfitta. Il dubbio s’insedia nella sua mente, nonostante il cieco amore nei confronti della sorella lo riporti all’obbedienza.

Alto Giardino viene sacrificato agli onori dello showbusiness, ma Olenna, lei no. La matriarca delle rose risplende nel suo lampo di ardore finale. La compostezza e l’eleganza con cui va incontro alla morte sono esemplari, similari ai migliori poemi omerici. Prima di morire lancia la sua ultima spina, il dolore inflitto da una rosa è il più inaspettato e per questo il più sofferto.

Così come i Tyrell anche per i dorniani non c’è pace. Ellaria diventa vittima del suo stesso gioco, Cersei è spietata e intransigente, vive attraverso la vendetta, gode dei suoi piani e con il traguardo del suo destino a portata, si sente libera. Non nasconde più la sua vera perversione ne tantomeno i suoi segreti, ora ha raggiunto il suo scopo, che il mondo sappia o meno non gli interessa, non ha più nulla o nessuno da compiacere, è sola al comando.

Il cambiamento di Cersei è l’esempio assoluto di come un personaggio possa evolvere caratterialmente a seconda delle avversità della vita. Nel caso specifico Cersei e Jaime sono agli antipodi del medesimo processo. Se lo Sterminatore di Re, attraverso gli eventi di cui è stato vittima, sta  “raddrizzando” l’etica e il pensiero, per la sorella è l’esatto opposto, perduta nel suo baratro: l’abisso che esige un prezzo di sangue. Si arriverà all’inevitabile, uno scontro mortale tra i due, tutto ci porta in tale direzione, bisognerà solo aspettare che Jaime sia pronto.

Nella parte centrale dell’episodio si sviluppano le trame legate a Grande Inverno. Sansa sta dimostrando d’essere cresciuta. Non è più la ragazzina petulante in cerca del suo principe azzurro, è scaltra, furba, fin troppo. La situazione al Nord è critica, i venti della guerra si stanno alzando e bisogna fare tutto ciò che è necessario per correre ai ripari. In questo clima di tensione e attesa il profetico discorso di Ditocorto assume connotati premonitori. La ragazza accetterà il consiglio dell’ex maestro del conio, non fidarsi più dei suoi alleati, per quale motivo e a quale proposito?

Ancora una volta il legame tra fratello e sorella viene posto in essere e a dura prova. L’autorità di Jon vacilla e sarà Sansa a reclamerà per se la reggenza del nord? Un’ipotesi certamente plausibile ma incredibilmente stupida, una cosa è certa, quando Ditocorto pianta il seme del dubbio ottiene sempre ciò che vuole.

Il ritorno inaspettato è quello di Bran, che precede Arya. L’ultimo erede maschio legittimo della casata del Nord è cambiato nell’aspetto e nel ruolo. Non è più uno Stark, ora è il Corvo a Tre Occhi, colui che vede ogni cosa. Lo sguardo inespressivo con il quale gela la sorella ci fa pensare. Che Bran sappia il destino a cui Sansa andrà incontro? Dice di voler parlare con Jon, tutti sappiamo il perché, ma non è dato esserne così sicuri, non bisogna dare nulla per scontato.

Complessivamente è stato un ottimo episodio che certifica l’analisi sviluppata nella precedente recensione. GoT è cambiato e il banco di prova ci è stato fornito, la trama caratterizzata dalla forte orizzontalità sta disseminando i suoi strascichi e i “pochi” personaggi rimasti sono soggetti quasi tutti agli errori del passato. Prepariamoci ad un mid-season che sconvolgerà ancora una volta le carte in tavola in vista dello scontro finale.


Comments are closed.

Caricando...