#GameofThrones / 07×04 The Spoils of The War – Recensione

Daniele D'urso

Siamo al giro di boa, la settima stagione di GoT si appresta a entrare nella sua fase finale, e lo fa nel miglior modo possibile. Spoils of the War è un episodio corale che conferma la progressiva riduzione delle sotto-trame in favore di una compatta narrazione unificata. Un episodio di assoluto godimento televisivo che scala i vertici della serie affermandosi quasi in vetta per indice di preferenze (secondo solamente a The Battle of Bastards), certificato da un plebiscito di giudizi positivi. Più corto dei predecessori, concentra tutta la sua magistrale alchimia nei venti minuti di battaglia finale, introdotti da due macro sequenze egualmente divisibili tra Grande Inverno e Roccia del Drago. Un trittico di location così diverse, ma allo stesso modo cariche di potenziale emotivo. Il tempo dei discorsi parziali e degli avvicendamenti è finito, ogni passo si muove nella medesima direzione e i dialoghi che intercorrono tra i personaggi sono sempre meno scontati.

Dopo Bran è la volta di Arya, gli Stark superstiti sono tornati tutti a casa. Grande Inverno è stata da sempre il cuore nevralgico della serie e anche in questo episodio diventa chiaro, fin da subito, come gli eventi che avvengano nella capitale del Nord abbiano ripercussioni su tutti i sette regni. Bran e la sua apatia sono spiazzanti e fastidiosi, ma fanno parte del nuovo ruolo assunto dal ragazzo (Meera ne sa qualcosa), calatosi completamente nella parte del Corvo con Tre Occhi. L’incontro con Ditocorto è criptico e zeppo di allusioni, un modo velato, scelto dagli showrunners, per dimostrare quanto il più piccolo dei figli di Ned Stark, ancora in vita, conosca la quasi totalità degli eventi accaduti, molti dei quali ancora volutamente celati. Il passaggio di consegne della daga d’acciaio di Valyria (che sarà centrale per la sua importanza negli eventi futuri) con Arya, rafforza proprio questa possibilità. Per l’ex maestro del conio sono tempi difficili, ma molto dipenderà dall’influenza esercitata su Sansa. Il combattimento tra Arya e Brienne va oltre il semplice addestramento, le due guerriere si lasciano trasportare della foga della competitività in una danza fatta di fendenti e stoccate, godereccia per gli occhi. I più giovani degli Stark non sono più i teneri e insicuri ragazzi che Sansa conosceva, la Lady scruta, pensa, ma non sappiamo ancora cosa, mentre l’esercito dei non morti si avvicina.

La consequenzialità degli eventi ci porta immediatamente a Roccia del Drago. La scelta di relegare Cersei a una fugace apparizione e saltare a piè pari l’istruzione di Sam è di successo, rafforza la potenza visiva dell’episodio. La caverna nella quale Jon recupera il vetro di drago nasconde un altro segreto. Graffiti, segni ancestrali, fatti sulla roccia millenni orsono, che ripercorrono gli avvenimenti accaduti durante la Lunga Notte, quando i Primi Uomini e i Figli della Foresta erano alleati contro un nemico comune. La scena è carica di pathos, i segmenti che dimostrano al veridicità delle parole di Jon e lo sforzo condiviso dei popoli, non lasciano impassibile il cuore puro di Daenerys, pronta ad avallare una proposta. Jon però, non è ancora disposto a cedere. Le parti si stanno avvicinando e la reciproca fiducia dei due sta cementando questo dialogo che inevitabilmente li vedrà alleati.

Veniamo alla sequenza finale. La battaglia che imperversa nell’Altopiano è in assoluto una delle migliori scene di guerra mai realizzate per una serie televisiva, pari a quella in The Battle of Bastards, della stagione precedente. La location è assolutamente perfetta e lo scontro all’interno del canyon si sviluppa in modo evocativo e incentivante. Ogni scelta tecnica fatta dal regista rasenta la perfezione. Il punto di vista di Jaime insinua il dubbio nello spettatore, la carica della cavalleria incrementa l’aspettativa data dall’attesa e il diluvio di fiamme che piove dal cielo impressione e cattura. Il pubblico è combattuto vorrebbe schierarsi dalla parte dei Dothraki, ma la ferocia di Drogon è destabilizzante. Sotto le sue ali, gli uomini vengono arsi vivi e l’umana empatia che suscita in tutti noi quel macabro spettacolo ci obbliga a provare pietà. Ogni tassello si inserisce, scena dopo scena, al posto giusto di una battaglia corale, universale, che in meno di venti minuti espone ogni tattica bellica. La fuga di Bronn e la scena della balestra trasudano adrenalina che converge in modo massimale nella carica di Jaime. Dove l’hype si strozza in gola quando al massimo del cliff-hanger finale il destino del cavaliere viene nascosto.

Jaime è ancora vivo? Per saperlo dovremo aspettare la prossima settimana.


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