#GameofThrones / 07×06 Death is the Enemy – Recensione

Daniele D'urso

Che sia stata una svista, o l’ennesima trovata pubblicitaria della HBO, poco importa: con una settimana d’anticipo, Death is The Enemy, il penultimo episodio della penultima stagione di Game of Thrones, è finito in rete. Settanta minuti, circa, di puro intrattenimento, croce e delizia per milioni di “virtuosi” dalla scarsa pazienza – non fatevene una colpa, siete in ottima compagnia. Al contrario, per i valorosi non soggiogati dal potere dello spoiler, che sono in trepidante attesa, consiglio di non proseguire nella lettura. Buona fortuna a voi, la rete è oscura e piena di terrori.

Eastwatch, il meno riuscito episodio della settima stagione, lontano dagli irreprensibili standard di veridicità di martiniana memoria a cui siamo stati abituati, è parso come una visione analitica e incerta dalla quale ci siamo ripresi, fortunatamente, in breve tempo (i suoi strascichi potrebbero ripercuotersi sul finale di stagione). Il risultato nasconde un tipo di scelta propedeutica a qualcosa di ben più grande, e così è stato.

Death is The Enemy, è l’episodio che più di ogni altro si scosta dalla classicistica narrazione che ha fatto le fortune di questa serie: lunghi piani sequenza che portano un gruppo, e non il singolo, al raggiungimento dell’obiettivo, nell’arco di un solo episodio. Non è un caso che sia il più dissacrante e pericoloso dei suoi fratelli. Il successo, così rapido ed eclatante, potrebbe allineare il volere del pubblico alle sue caratteristiche, comportando una vera e propria scissione tra quello che GoT sarà e quello che vorremo che fosse. Non dimenticandoci che un pronto ritorno alla canonicità della serie dovrà essere doveroso nell’immediato.

L’occhio del ciclone si sposta oltre Barriera, nonostante gli accadimenti di Grande Inverno non siano privi di consequenzialità (il dissidio tra Arya e Sansa sta minando la fragile leadership  della casata Stark), ma sin dalla prima immagine il gruppo di outsider ci ha conquistato, trasformando l’attesa in pura libido; e tutto il resto finisce in sordina.

Il loro impatto visivo è imponente, certificato dall’incredibile forza dei dialoghi, costruiti saldamente con gli accadimenti di sei stagioni. La scelta di realizzare un incontro, non indispensabile ma assolutamente godibile, tra personaggi che poco hanno a che fare tra loro, da sempre vissuti nel medesimo mondo, in balia dei medesimi eventi, ci appaga e soddisfa. Per una volta, e una volta soltanto, la visione personificata di Got viene messa da parte, in favore di un gruppo meno omogeneo possibile. Ogni membro di questa strana squadra è un singolo vissuto, chi più e chi meno, al quale la storia ha riservato, forse per gioco o forse per scelta, un posto al fianco di compagni che come lui non sono indispensabili, ma assolutamente sacrificabili, ad eccezione chiaramente, di Jon. Eppure ci sentiamo legati a loro, alle loro necessità, alle loro virtù, alle loro storie e alle loro vite; possiamo averli persino odiati in passato, ma ora che sono insieme, e passo dopo passo si avvicinano alla morte, ci imbarchiamo in un mare di sentimentalismi e nostalgia.

Da sempre il motivo centrale della “squadra suicida” è un valore aggiunto per il piccolo e grande schermo di ogni epoca. A partire da Quella Sporca Dozzina (The Dirty Dozen) del 1967, capolavoro diretto da Robert Aldrich (che consiglio caldamente), arrivando a elementi più recenti, più o meno riusciti, ma che sicuramente hanno avuto un forte impatto sulla società moderna come: Suicide Squad di David Ayer o Rogue One di Gareth Edwards per citare i più recenti. Rimanendo in tema di fantasy, non si può dimenticare La compagnia dell’Anello di Peter Jackson del 2001, prima e iconica visione del genere. La tematica della squadra che va incontro alla morte per compiere una missione disperata è forse lo stereotipo in assoluto che ha conquistato più favore nella storia delle riproduzioni cinematografiche.

Siamo in presenza di una narrazione potente e impressionante, l’utilizzo di ogni aspetto fin nei minimi dettaglia appaga la criticità seriale dello spettatore e ogni azione risulta irrimediabilmente funzionale allo scopo finale. Nel nutrito calderone spiccano, a mio modo di vedere, due uomini su tutti. Beric Dondarrion, frutto in gran parte della visione degli showrunners (sappiamo le sorti ben diverse dei libri): la sua cieca e utopistica visione della fragilità degli eventi è la vera guida morale del gruppo, mentre quella fisica è certamente Jon; Sandor Clagane, il Mastino in grado di stupire: nonostante la sua verve da irascibile attaccabrighe sia stata messa fortemente alla prova dalle recenti visioni che ne hanno smussato la ferocia, ha trovato finalmente uno scopo, lotta per una causa nella quale crede dopo anni di insostenibili servizi abitudinari. Ogni aspetto del suo carattere lo innalza a icona di culto.

La scena finale è assolutamente un vero e proprio orgasmo per gli occhi, i superstiti intrappolati al gelo, completamente circondati dagli estranei. La morte che cammina, che si scaglia violentemente contro ciò che rimane dei vivi. Combattono, in ogni modo e con ogni arma, non vivono più, ma sopravvivono. Thoros è la caduta che non ti aspetti, la perdita marginale, che acquisisce spessore per la scelta di come realizzarla. E quando tutto sembra ormai finito, quando l’oscurità sta per averla vinta sulla luce, fuoco e sangue cadono dal cielo. La Madre dei Draghi e il suo intervento sono un messaggio di sfida, il potere della vita rappresentato dal fuoco che arde in tutti noi, contro il gelo di ciò che ormai è dimenticato.

Le Cronache del Giaccio e del Fuoco, per non dimenticare il vero nome dei romanzi, un nome che molte, forse troppe volte è stato accostato alle due figure principali, ai protagonisti, a Jon e Dany, quando forse il ghiaccio e il fuoco sono altro. Forse il Ghiaccio e il Fuoco sono l’alternanza tra la morte e la vita.

A pie’ pari ci tuffiamo negli ultimi minuti che vedono la caduta di ciò che fino a qualche istante prima era inalienabile. Il fuoco fatto carne cade sotto i colpi del Re della Notte, non a caso con una lancia di Ghiaccio. Persino gli indissolubili Draghi diventano mortali davanti a colui che non esprime alcuna emozione. Jon si salva attraverso un ultimo eroico sacrificio e la scacchiera traballa. Ora un enorme segreto sta per riemergere dal fondale dei morti.

Aspettando il finale di stagione ci sentiamo appagati da un episodio in grado di emozionarci nonostante un piccolo difetto di forma che si ripercuote sui venti minuti finali. La conclusione degli eventi risulta scontata, attraverso una chiusura stereotipata.

Ci sentiamo tra una decina di giorni, leak permettendo.


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