Interviste

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Michele Monteleone in attesa dell'uscita del suo lavoro nella sesta stagione di Orfani: Sam. Abbiamo parlato della serie Bonelli, del suo lavoro con Uno Studio in Rosso e, più in generale, della sua formazione da autore e da fruitore di opere d'intrattenimento. Buona lettura!

Buongiorno Michele, grazie mille per averci concesso questa intervista. Com’è andata l’annata dello Studio in Rosso con l’esperienza degli albi cartacei?

È stato il nostro secondo anno a Lucca, il primo abiamo portato Quasi Super, Non ti stavo cercando di Mauro Uzzeo e il primo libro autoprodotto da Riccardo Torti, che quest’anno ci ha traditi unendosi ai ranghi del male con la Cosmo Editore (ride, ndr). Quest’anno, nella produzione dei nuovi albi, ci si è affiancato Verticomics come partner digitale, che ci ha ospitati sulla piattaforma dove è nato il progetto Seasons, per ora formato da tre serie che escono originariamente in formato digitale e poi vengono raccolte in albi cartacei sotto il nostro marchio. L’annata è andata bene: metà volumi sono andati in soldout a Lucca e l’altra metà con le presentazioni successive. Ora stiamo preparando la seconda tornata con le seconde stagioni e una novità: oltre ai seguiti di Elvis, Darwin e Kingsport, proporremo la prima stagione di Miskatonic Highscool. La storia sarebbe un classico teen movie con ill “ragazzo nuovo” che arriva a scuola dopo essersi trasferito… solo che la scuola è diretta dai Grandi Antichi di Cthulhu, celati sotto spoglie umane. Tutto l’istituto è votato al sacrificio per permettere a Cthulhu di portare l’apocalisse in Terra. Naturalmente il grosso e ingombrante metaforone sull’orrore dell’adolescenza : Non a caso il nostro “nuovo arrivato” dopo un infernale primo giorno di scuola racconterà tutto ai genitori che semplicemente risponderanno: ci siamo passati tutti tesoro, la scuola fa paura a ogni adolescente. Le copertine sono opera di Valeria Favoccia, mentre matite e chine sono di Elisa Divi (Di Virgilio) e ai colori avremo il bravissimo Enrico Rollo. Alla sceneggiatura i dimenticabili Giulio Gualtieri e Giovanni Masi e me medesimo.

Parliamo delle vostre produzioni: Elvis è folle e non si prende sul serio fino all’inverosimile, mentre Darwin è agli antipodi, con una storia crudissima. Davvero non avete una linea editoriale, restando completamente liberi?

Si. Ognuno fa esattamente quello che gli pare, senza nessuna intromissione da parte degli altri e nemmeno da parte di un editore (Verticomics ci ha realmente detto di fare come vogliamo). Se ci pensi, per un autore avere la totale libertà è il massimo. A volte è andata bene, a volte va male come Elvis (ride, ndr), però, scherzi a parte, il principio era proprio quello che ci passava per la testa in quel momento. Come unico limite e la mia ferrea (ride ancora, ndr) supervisione in veste di editor e un numero prefissato di pagine ed episodi: 10 episodi da 12 tavole.

Così il format è riconoscibile, giusto? Stesso discorso per l’impostazione grafica di tutti i progetti.

La coerenza grafica è tutto merito della grandissima ed eccezionale (devo dirlo per contratto, sennò mi ammazza) Maria Letizia Mirabella, grafica che ha curato tutte le produzioni, sergente di ferro/mamma di tutti noi. È davvero parecchio “cattiva”, ma fa bene!

Gli albi erano pensati ugualmente per una lettura verticale continua e per l’edizione sfogliabile?

 Sono molto diverse le due versioni in cui li abbiamo presentati. Ad esempio, in Elvis ci sono pagine che, nella versione cartacea sono state totalmente ridisegnate o riadattate. Quando le abbiamo scritte sono state già pensate con doppie direttive per ogni tavola. Molto spesso si tratta semplicemente di trasformare una vignetta orizzontale in una verticale o tagliare parti di cielo, se l’accortezza arriva prima non è così complicato trasporre. Fa ridere perché di solito, si fa il contrario, si adatta il cartaceo al formato digitale, invece noi ci siamo trovati a fare l’opposto.

Ricordo che in Darwin c’è una sequenza completamente verticale, e mi sono chiesto come avreste fatto in cartaceo.

Anche lì, stesso discorso. Non abbiamo scalato le immagini digitali, le abbiamo pensate proprio diversamente.

In fase di scrittura avevate già chiara l’idea di fare più stagioni?

Quando abbiamo parlato con Verticomics (conoscendo bene Mirko, dopo aver lavorato con lui su un paio di progetti), lo stesso Mirko mi ha chiesto di mettere su un gruppetto d’autori, così ho chiamato a me tutti i ragazzi dello studio e Dario Sicchio (che a sua volta si è portato dietro il nostro sergente di ferro e grafico) e ci siamo detti: facciamo una cosa che somigli alle serie televisive. In quel caso hai, per un anno, gli episodi divisi e poi una raccolta/cofanetto di fine stagione e puoi scegliere tu come fruirla, se tutta insieme o gradualmente. Per questo le abbiamo chiamate stagioni. Anche gli albetti singoli, comprandoli su Verticomics hanno la nomenclatura delle serie televisive (S01E01). Tutte le testate sono fatte per concludersi con la seconda stagione. Il nuovo lavoro, Miskatonic High School, avrà anche uno speciale estivo di due numeri (ventiquattro tavole) che si inserirà tra le due stagioni.

Ho visto che avete in produzione anche un altro progetto, in cui è coinvolto anche Walter Baiamonte.

Si chiama Factoids (scritto da Roberto Cirincione, il nostro desaparecidos dello studio) disegnato da Luca Claretti e colorato da Walter Baiamonte e Mattia Di Meo (a sua volta disegnatore e colorista di Elvis). È una storia strana: un topo alieno umanoide, reporter d’azione, che si infila all’interno dei casini su cui sta investigando in un futuro dis-topico (ride, ndr). È un albo dello studio che avrà un seguito e che si concluderà con il terzo numero. L’anno scorso è andato esaurito il primo numero immediatamente e abbiamo prodotto a questa Lucca una nuova edizione che comprende il numero zero. Cirincione quest’anno è uscito anche con il suo primo albo con un editore (Nanowar of Steel) mentre Claretti sta lavorando a Dragonero e Orfani.

Qual è la differenza tra il lavorare con persone che scegli te e quelle che ti vengono assegnate?

Gli unici fumetti in cui non sono stato io a decidere in prima persona i disegnatori con cui lavorare, sono stati Dylan Dog e Orfani (solo in parte). Ma parliamoci chiaramente su entrambe le serie ho lavorato e sto lavorando con professionisti assoluto del calibro di Werther dell’edera, Giorgio Pontrelli, Davide Gianfelice, Carmine di Giandomenico, sarebbe davvero difficile trovare un motivo per lamentarsi di simili “imposizioni”. Su DYD, ho potuto scegliere personalmente di lavorare con Giulio Rincione su una storia che che abbiamo presentato insieme. Saranno quarantasei tavole a colori su uno dei prossimi color fest. Ne ho scritta anche una lunga, per l’old boy, disegnata da Riccardo Torti (che purtroppo mi è capitato). Sono sempre stato particolarmente fortunato, insomma, e non so come si lavora con qualcuno di totalmente sconosciuto, anche perché dopo poco di solito, lavorare insieme, porta anche a diventare amici. Oscar Ito, con cui ho lavorato su i maestri dell’avventura e Mattia Di Meo per Elvis, sono persone che ho conosciuto lavorando. È un classico delle critiche su internet, ti dicono: “lavori solo con chi conosci!”, ma la verità è l’opposto, finisco per conoscere le persone con cui lavoro.

Stai preparando la nuova stagione di Orfani con Di Giandomenico. Quest’ultimo farà solo il primo numero?

Non solo, oltre a firmare il primo numero, realizzerà insieme a Giovanna Niro tutte le copertine della serie, mentre sui numeri successivi si alternerà un cast ricchissimo e posso anticipare che sui primi due vedremo due pesi massimi come Davide Gianfelice e Luca Casalanguida (questi sono quelli annunciati, almeno). Far fare tutte quelle tavole a Carmine sarebbe disumano, anche per il disegnatore più veloce del mondo!

Parlami della tua esperienza con Aurea Editoriale.

Non rileggo più nulla di quel periodo, per paura, ma ho un sacco di bei ricordi legati all’inizio della mia “carriera”. Ho cominciato con un’etichetta indipendente che fondammo ormai sei anni fa. Facevo il corso di sceneggiatura con Lorenzo Bartoli (Scuola Internazionale di Comics), era il socio di Recchioni su John Doe. Lorenzo e due compagni di classe (Giulio Antonio Gualtieri e Stefano Marsiglia) misero su una libreria/bar, e andai lì a fare il cameriere. Nello stesso posto, Giulio Gualtieri, Riccardo Torti e Roberto Recchioni giocavano a D&D la sera, dopo la chiusura. Una sera mi chiesero se mi andava di giocare con loro e da allora non abbiamo più smesso di frequentarci. È la storia d’amore nerd più patetica di sempre, me ne rendo conto. Lo studio stesso nasce dalla necessita di avere un posto dove stare tutti insieme a giocare! Ovviamente, appena messo su lo studio abbiamo smesso di giocare per il troppo lavoro (ride, ndr). La prima volta che ho avuto un editor è stato Roberto. Difficilmente mi dimenticherò quella sera.Correggeva in rosso direttamente sul file word, dopo una ventina di minuti le tavole erano più rosse della lettera scarlatta. Ero evidentemente agitato e continuavo a stare alle sue spalle a spiare il monitor. Dovevo sembrare una specie di avvoltoio perché a un certo punto, pur di liberarsi di me, mi ha mandato in cucina a fare un caffè. Vado in cucina, metto su il caffè e torno nella mia posizione di avvoltoio ansioso il più velocemente possibile. Passa un po’ di tempo e, mentre corregge le ultime tavole, si sporge oltre al pc e mi fa notare che ho lasciato la luce accesa in cucina. Mi sporgo con lui, vedo una luce tremolante provenire da dentro la stanza e vengo colto da un terribile presentimento. Sono corso in cucina appena in tempo per arginare la devastazione che stava provocando la macchinetta in fiamme. Devo dire che dare fuoco a una cucina non è proprio il miglior biglietto di presentazione possibile per uno sceneggiatore, ma ormai sono anni che lavoriamo insieme, quindi non lo escluderei come consiglio ai giovani autori...

Parlami dell’esperienza da studente alla Scuola Internazionale di Comics.

A me ha fatto tanto bene la scuola, mi ha fatto conoscere Lorenzo e, di conseguenza, i ragazzi con cui lavoro adesso. Ha creato un gruppo, difficilmente da solo avrei potuto fare tanto e tanto velocemente. Muoversi insieme ha aiutato molto ed ha reso tutto molto più semplice.

È importante quindi lavorare in gruppo con persone che credono nei progetti e che insieme vogliono raggiungere lo stesso obiettivo.

Fare fumetti vuol dire collaborare, almeno tra sceneggiatore e disegnatore (si spera anche con un editore). È proprio l’essenza del nostro lavoro fare gruppo e collaborare. In una produzione come quella del fumetto popolare italiano, non ricordo che ci siano mai state uscite mancate, a fine mese l’albo deve uscire, quindi c’è bisogno di fiducia tra tutti quelli che ci lavorano, a volte l’affidabilità e la professionalità di un autore può essere un valore da tenere in maggior considerazione del talento.

Spesso consigli serie tv e film, suggestioni visive o storie, quanto è importante il lavoro di osservazione anche di opere altrui?

C’è Giovanni masi che ogni volta che si mette a giocare a Overwatch a studio, dice che sta facendo formazione. Naturalmente nel caso specifico è una cazzata, ma la verità è che qualunque esperienza con intrattenimento di qualunque tipo: serie tv, film e videogiochi (in particolare quest’ultimo mondo, che sta esplodendo a livello narrativo) è vitale nella formazione di un autore. Si finisce per essere influenzati da qualunque cosa.

Parliamo del lavoro di scrittura vero e proprio, come ti organizzi?

Sono leggermente un casino in questo: ho davvero poco metodo, o meglio, ho un metodo che cambia per ogni cosa. A volte so perfettamente come inizia e finisce la storia, e devo creare il ponte tra inizio e fine (metodo quasi giusto, diciamo). Ho un’idea per primo e terzo atto e il secondo lo sviluppo con calma. Oppure mi capita che tutto nasca da una suggestione su un personaggio e gli creo la storia attorno. Quasi sempre procedo con una sorta di soggetto di massima, e su quello poi articolo la storia, infilando la “ciccia” nel soggetto attraverso il trattamento. Per la scrittura vera e propria invece si procede come un tipo fatto di allucinogeni. A volte scrivo tutti i dialoghi e poi parto con le descrizioni, altre descrivo tutte le vignette trainato dal ritmo dell’azione, altre ancora salto giganteschi blocchi di storia perché mi sto annoiando e voglio arrivare subito alle botte… in un paio di occasioni ho scritto il finale prima dell’inizio. Insomma sono vagamente problematico, hai domande di riserva?

Come rientra l’esperienza da giocatore di ruolo nella scrittura?

Spero tanto non rientri, perché quando gioco sono uno che non ruola, ma tira solamente i dadi, oppure faccio casino o mi distraggo guardando il cellulare. Sono il peggior giocatore di ruolo che tu possa immaginare, quando ero ragazzetto ho perfino portato la mia ragazza dell’epoca a una giocata. Penso che più dissacrante di un simile affronto alla sacralità, ci sia solo barare durante ai tiri caratteristica durante la creazione del personaggi… e ho fatto anche quello.

Parliamo del lavoro dedicato a “I Maestri”, com’è stato l’approccio con i classici?

È stato figo. Ogni volta penso che mi diverto quasi di più io del disegnatore (anzi, sicuramente è così). Lui si ammazza a fare novantaquattro pagine in tempi serratissimi, mentre io mi godo la riscoperta di un classico della letteratura. Questi lavori sono un’occasione per riprendere in mano i classici che ho letto da ragazzino e forse L’isola del tesoro è stato uno dei primi dei libri che ho letto in assoluto.

Il romanzo "L'isola del tesoro" l’hai scelto te?

Si, mi sono proposto subito, una storia di formazione con pirati, un figlio di una buona donna come Silver e un’isola misteriosa, erano una tentazione troppo forte per resistergli.

È interessante che nella pre e postfazione raccontate il vostro rapporto con autore e con l’opera.

Si, rientra sempre nell’esperienza di riscoperta del classico. A fine lavoro vedo il libro (ricomprato per l’occasione) che diventa una schifezza tra appunti e pieghe, perché è davvero vissuto. Il rapporto con i due romanzi che ho adattato, lavorandoci, è cambiato radicalmente. Ora sono due vecchi amici.

La gestazione quanto è durata?

Di solito lavoro un mese sul volume, lo rileggo la prima volta e mi vivo l’avventura con il ritmo del lettore. la seconda volta, invece, lo inizio a dividere in sequenze e mi stilo un trattamento con la divisione delle sequenze numerando le pagine. Poi tre/quattro mesi di lavorazione, in parallelo con il disegnatore. Con Oscar facevamo quattro tavole a settimana, ogni settimana, finendo per consegnare con un mese in anticipo (cosa che non succede mai).

Consigli per un lettore/spettatore, su come gustarsi al meglio le storie con cui entra in contatto?

Un motore che ho sempre avuto è stata la curiosità. Quando mi piace qualcosa scopro il più possibile sull’autore e sulla casa editrice. Ho scoperto con orrore che alcuni lettori nemmeno si accorgono, ad esempio, che ci sono diversi sceneggiatori e disegnatori su Dylan Dog, che si alternano di mese in mese.L’ho trovata una follia, ma è insito nella fruizione occasionale. Il miglior modo per godersi una storia è proprio smettere di essere fruitori occasionali e imparare a conoscere quello che ci piace, a scoprire il perché ci piace.

Ultima domanda: che rapporto hai con il citazionismo?

La citazione o l’omaggio è un processo naturale, Come dicevamo prima l’autore è influenzato da tutto quello che lo circonda, siamo tutti delle spugne. C’è chi dice, esagerando, ma non trooppo, che non c’è un’idea nuova a partire dall’Iliade e l’odissea. Le citazioni ci stanno e sono anche piacevoli se sei appassionato. Dylan, ad esempio, vive sul citazionismo. C’è un confine sottile tra l’occhiolino alla JJ Abrams e il colpo di gomito tra fratelli, più sereno e complice. La strizzata d’occhio eccessiva può diventare pesante dopo un po’. Invece l’omaggio sensato e contestualizzato, porta a alla complicità e alla consapevolezza di essere tutti figli della stessa cultura. Non sono un ricercatore o uno scienziato, ma anche in quel campo, immagino, si parta sempre dal lavoro che ti ha preceduto e che ti ha influenzato per trovare una propria via, altrimenti ogni volta si dovrebbe ripartire sempre da zero. Il citazionismo esiste perché è impossibile evitarlo.

Ringraziamo Michele per averci concesso questa intervista e ricordiamo ai lettori l'appuntamento in edicola con la sesta stagione di Orfani: Sam!

In attesa della nuova edizione, abbiamo chiesto a Daniele Gud Bonomo, uno degli organizzatori dell'ARFestival, le sue impressioni sulla passata edizione, parlando dell'importanza della divulgazione del fumetto, approfondita nel suo volume "Tutti possono fare fumetti", edito da Tunué. Questa la nostra chiacchierata. 

Buongiorno Daniele, grazie per averci concesso questa intervista. Cosa puoi raccontarci della scorsa edizione dell’ARF?

Grazie a voi! Il festival è stata una festa bellissima: tre giorni molto intensi ricchi di emozioni. Tutti, dai lettori agli appassionati, passando per autori ed editori hanno vissuto questa tre giorni in modo positivo e propositivo. È stata davvero una festa. In questo senso, noi cinque orgaizzatori siamo contentissimi del risultato. Rispetto alla prima edizione (più beta) la risposta è stata molto amplificata e abbiamo avuto tantissimi feedback positivi. Questo ci ha dato modo di pensare che la direzione sia quella giusta. 

Parlaci della Job Arf, com’è stato prepararla e portarla avanti?

L’abbiamo voluta fortemente. Già in altre manifestazioni ci sono questi incontri tra editor ed autori emergenti che presentano il loro portfolio. L’abbiamo voluta strutturare in maniera leggermente differete: spesso in questi incontri domanda e offerta sono distanti tra loro, e gli editori diventano restii a pertecipare. Da noi funziona diversamente: chiediamo agli editori prima del festival di che tipo di materiale hanno bisogno, successivamente facciamo una call pubblica con le richieste di portfolio e facciamo una preselezione condivisa con gli editori, che quindi nel momento del colloquio avranno già visto il materiale dei selezionati, consentendo loro in quel quarto d’ora di convincerli con il loro progetto. La cosa positiva che ci ha spinto a ripetere l’esperienza è che nel 2015, pur essendo una prima edizione, abbiamo centrato il nostro obiettivo. Abbiamo fatto nascere una quindicina di collaborazioni fruttuose e durante l'edizione 2016 alcuni autori mi hanno confermato che grazie a quegli incontri hanno continuato a trovare altri lavori interessanti. L’ARF pensa a tutto il fumetto: dalle case indipendenti al fumetto popolare. Pensa al passato con le mostre e al presente con autori e case editrici (quaranta nel 2016 e trecentocinquanta autori accredittati) e pensa al futuro con Job Arf, Marsterclarf e Area Kids, con i laboratori volti ad avvicinare i bambini al fumetto e non soltanto al singolo pupazzo, ma al linguaggio.

Parliami delle masterclass.

Fare lezioni di tre o quarto ore dal punto di vista formativo non è il massimo, perché non hai pratica e non hai rapporto diretto con ogni partecipante. Conta che ci sono state quaranta adesioni per quelle di disegno (Ortolani, Bevilacqua, Gipi) quindici per colorazione (Ceccotti, Leoni, De Felici) e altre quaranta con Recchioni e Artibani per sceneggiatura. Volevamo far partecipare gli spettatori a masterclass/evento, incontri molto più approfonditi di quelli aperti a tutti, con un professionista che fa questo lavoro da anni e può darti indicazioni. Anche in aula immagino ci saranno state domande mirate sul percorso personale e condiviso, che ha permesso di dare dei feedback impossibili da avere alle conferenze. 

Parlaci delle mostre.

Anche per le mostre abbiamo fatto lo stesso discorso: creare un percorso di mostre che fosse il più vario possibile. Siamo stati aiutati dalla mostra di Hugo Pratt durata un mese, realizzata in colaborazione con il Comicon, fatta prima al museo del fumetto di Bruxelles e poi ad Angouleme. Come ARF abbiamo proposto la mostra di De Angelis (Nathan Never - Anno Zero), una di Leo Ortolani sulle sue recensioni a fumetti dei film, una su Rita Petruccioli e una su Lorenzo Ceccotti, che ha realizzato anche il manifesto dell'edizione 2016. La cura messa nelle mostre è stata tanta, perché siamo in un museo con degli spazi fantastici e le mostre vengono messe in risalto da questi ultimi. Sottovalutare questo aspetto sarebbe stato un peccato. 

Dal punto di vista del pubblico, qual è stata la risposta?

Siamo molto soddisfatti. Orientativamente abbiamo improntato sempre il venerdì come giorno dedicato agli addetti ai lavori e a chi vuol fare questo lavoro. Il venerdì i visitatori infatti erano maggiormente giovani autori ed interessati al fumetto come professione futura. Per loro è stato un bell’apprroccio ed il feed è stato ottimo. Sabato e domenica è arrivato un pubblico che non ci aspettavamo: l’anno scorso tanti visitatori erano amici e parenti, portati dal passaparola, mentre quest'anno il nostro ufficio stampa ha lavorato benissimo. In più, le partnership con Atac hanno aiutato molto nella copertura. Ci sono state tantissime famiglie che si sono avvicinate al festival, in momenti di estrema condivisione con gli autori. Ti racconto un aneddoto: ero fuori nell’Area Bruti, c’erano degli amici che avrebbero voluto parlare con Gipi, ma si stavano facendo molti problemi ad avvicinarsi. Ho detto loro di andare senza paura, perché il clima è proprio diverso rispetto ad altre fiere, e la possibilità che vogliamo offrire è proprio di vicinanza e dialogo. 

Parliamo invece dello spazio del Macro: come vi ha accolto?

Gli spazi donano bellezza, in assoluto, al tutto, ma questo era chiaro dal primo momento che abbiamo messo piede qui. Durante i tre giorni temevo dei problemi legati all’affluenza, ma non ci pensavo troppo perché se ci fossero stati con simili numeri avremmo avuto un successone. Abbiamo sofferto un po’ la giornata di domenica, in cui improvvisametne era estate e nella sala incontri il caldo si è fatto sentire molto durante gli eventi strapieni, anche con duecento persone, questo aspetto sicuramente lo miglioreremo per l’anno prossimo. In più il Macro, essendo composto da tanti padiglioni, per il prossimo anno magari riusciremo ad utilizzarne anche altri, per implementare ancora di più l’esperienza. Per noi è stata un'edizione positiva, per i visitatori immagino sia stato lo stesso, tolti piccoli disagi.

Che consigli dai a te stesso per il prossimo anno?

Allargare il gruppo di organizzazione, oltre le Fabs dell’ufficio stampa e Lorenzo con Volanet (che ci ha aiutati dal punto di vista amministrativo). Essendo noi cinque a fare tutto il resto, e non essendo imprenditori, abbiamo avuto un carico di lavoro enorme per organizzare la fiera, oltre il lavoro diurno. PIù volte ci siamo trovati a notte fonda a lavorare per il festival e per questo speriamo di poter miglirare questo affetto con una mano da parte di altre persone. Questo sovraccarico speriamo di organizzarlo diversamente, per ottimizzare il tempo e la manodopera. 

Parlami del tuo lavoro con Tunué, Tutti possono fare fumetti, oggetto di un incontro all'ARFestival 2016. Perché realizzare un fumetto su che tratta la realizzazione di questi ultimi?

Quel libro unisce tre mie passioni: fumetto, insegnamento e viaggio. Farlo è stata una necessità, perché il fumetto è il mezzo che utilizzo per raccontare le mie storie, l’isegnamento è la mia professione da quindici anni e ho sentito il bisogno di mettere nero su bianco ciò di cui ho parlato in anni di lavoro. Il viaggio, perché il volume è un viaggio all’interno dei fumetti e della loro storia. Non è una cosa nuova parlarne così, Scott McCloud lo ha fatto splendidamente con la sua trilogia, però ha un problema: il primo libro arriva a molte persone, mentre gli altri due sono molto tecnici. Volevo un libro più leggero e diretto, per arrivare al pubblico che deve conoscere il fumetto: insegnanti di scuole elementari e medie (che devono impaarare le regole del linguaggio) e i critici del settore, per renderli consapevoli di cosa succede dal lato dell’autore (l’attenzione per il senso di lettura, per lo spazio bianco, cose che ti danno uno spunto per apprezzare al meglio il lavoro a fumetti). Ho cercato di realizzarlo guardando gli altri esempi prima di me, aggiustando il tiro quando questi cadono nel didascalico didattico. Per questo ho realizzato una storia che racconta tante cose, che fa passare determinati concetti. Ho voluto raccontare il linguaggio, perché davvero tutti possono fare i fumetti. In futuro, vorrei integrare il libro: sono capitoli chiusi, ma posso aggiungerne altri. Vorrei realizzare un secondo volume che parli di come portare il linguaggio del fumetto sul web, e poi parlare dell’approccio al colore, e forse ci vorranno altri quindici anni d’insegnamento per rendere le cose così chiare, prima di tutto a me stesso. La divulgazione del fumetto deve essere fatta in modo semplice e chiaro, per far capire a tutti che il fumetto è un linguaggio e può essere utilizzato come la narrativa ed altri. Abbiamo lottato quindici anni per far entrare il fumetto e i graphic novel nelle librerie dei grandi, ma abbiamo iniziato a dimenticare i lettori bambini. Per riconquistarli, magari, dovremmo dare una nuova dignità alle storie destiante a loro, così il genitore compa un fumetto non solo per impegnare quel quarto d’ora, ma per leggere qualcosa che li conivolga emotivamente e li possa far star meglio con i figli, senza essere didattici o didascalici, che è un po’ quello che ho provato a fare con Timothy Top: l’idea è far vivere ai ragazzini quelle storie, affinché diventino adulti più sensibili a determinate questioni nel presente e nel futuro.

Ringraziamo Gud e vi diamo appuntamento all'ARFestival 2017 (26, 27, 28 maggio 2017 - Macro Testaccio)

Proseguono le interviste con gli organizzatori dell'ARFestival. Dopo aver letto le parole di Stefano Piccoli, oggi è il turno di Mauro Uzzeo, che poco prima della chiusura della manifestazione ci ha raccontato l'edizione 2016 dell'ARFestival e come, attraverso la cura della fase organizzativa, abbia dedicato particolare attenzione nella ricerca della bellezza. 

Ciao Mauro, grazie mille per questa intervista. Com’è andato l’ARFestival 2016?

È andato bene. Fino alla chiusura, saremo ancora in quella fase di esplorazione, guardandoci attorno. Cerchiamo di capire se tutto quello su cui abbiamo lavorato negli ultimi mesi si è andato a mettere al suo posto e se chi lo sta fruendo è felice dell'esperienza. Alla fine quello che resta è questo: il lavoro che abbiamo fatto è stato preparare un grande palco, in una location nuova e molto prestigiosa qui a Roma. L'Ex Mattatoio è una di quelle che pensi non potresti mai avere per fare una manifestazione simile: un palco dove si esibiscono autori/editori, dove anche i lettori fanno la loro parte, cercando disegni, parlare con autori e proponendo lavori nella JobARF e assistendo agli incontri. È come se tutto quello di cui ti sei preoccupato, ora serva qualcun’altro. Un’esplorazione costante delle facce di questi "altri", parlando con lettori ed editori: quello che ci preme adesso è vedere se il nostro impegno si è trasformato nella loro soddisfazione. Quando vedo un lettore che viene e ci dice “l'ARFestival mi piace molto, riesco a parlare con gli autori e a stare con loro in una situazione tranquilla, diversa da altre situazioni più caotiche" o un editore viene e dice “sono contento, abbiamo venduto bene, ci siamo trovati bene, ci siamo sentiti a casa” vuol dire che tutto è andato per il verso giusto. L'ARF è un posto dove il fumetto può tornare protagonista, dove chi gravita attorno quel mondo può sentirsi a casa. Quest'anno abbiamo fatto alcuni passi avanti: quando ci hanno dato questa location abbiamo pensato fosse possibile esagerare. Non abbiamo più lavorato solo per i tre giorni del festival, abbiamo tentato al massimo delle nostre possibilità: "dateci un mese per la mostra di Hugo Pratt, non ci bastano tre giorni". Questa mostra era presentata al museo Hergé di Bruxelles, e non sarebbe andata in nessuna fiera per sua costituzione perché sarebbe potuta andare solo nei musei e noi (per fortuna) eravamo in un di essi, quindi eravamo egli unici a poter godere di questa possibilità, in esclusiva per l’italia. Però, per far questo devi convincere istituzioni, enti, che tu vuoi uno spazio per un mese (tu che non sei nessuno) dopo un'edizione autoprodotta, quindi: perché a noi e non ad altri? Non solo Pratt, volevamo fare un mese del fumetto a Roma, con tuttta una serie di iniziateve sul territorio: Pratt qui al Macro, Quasi signorina di Cristina Portolano alla Galleria Alberto Sordi al centro di Roma, ma non solo location “alte”: Bevilacqua farà un murales a fumetti alla metro Jonio, che è sicuramente più defilata rispetto al centro, o al Pigneto lo spettacolo di Daniele Fabbri (Contiene Parolacce). L’idea è infettare roma con il fumetto, vedi anche i biglietti della metro di Ratman. Tutto questo non era mai stato fatto. Se ci siamo riusciti noi cinque, senza un aggancio o una raccomandazione, senza preparazione per poterlo fare, perché chi può farlo non lo fa? 

Stefano Piccoli ci ha raccontato che voi non vi ponete in contrapposizione con il Romics, ma ponete un’alternativa alle loro scelte, compiute in un percorso ben preciso. Voi fate semplicemente altro, su altre strade.

Romics nel tempo si è trasformata. Frequentiamo le fiere del fumetto da inizio anni 90, prima di romics c'era Expocartoon, Lucca e tutto il resto. Nel tempo cosa è successo? Le fiere si sono trasformate in fiere dell’intrattenimento, che è un’esigenza comprensibile date le forme ibridate: chi legge fumetti gioca ai videogames, va al cinema e vede serie tv, quindi è giusto creare agglomerati che accentrino queste forme di intrattenimento. Infatti Romics fa 120.000 biglietti, un successo enorme. Noi che siamo una “caccola” perché dovremmo sfidarlo? È così grande e funziona così bene! Cerchiamo invece un’attenzione diversa nei confronti del fumetto in toto. Semplicemnte, invece di lamentarci dell’assenza di attenzioni in festival come il Romics, abbiamo deciso di provare a farci il nostro festival. Non avrebbe senso competere con loro, capisci? Ci differenziamo con una proposta diversa, distante anche da altri festival del fumetto: Comicon, Lucca, Treviso ComicBook festival. L’identità che vogliamo trovare è parlare di fumetto, sempre e solo, e di tutto ciò che ne deriva. L'anno scorso qualcuno ci ha definiti “il salotto buono” del fumetto italiano, anche con un po’ di sarcasmo. Noi non vogliamo essere quello: era una prima edizione e le casi editrici più grandi (Bonelli e Panini, con Lion e Bao) hanno detto “prima vediamo com’è il risultato, e poi valutiamo”. Nella prima edizione c’erano le casi editrici che fanno Graphic Novel o materiale indipendente. Se questo può aver dato idea che noi fossimo il festival della Graphic Novel è un errore: noi sogniamo un’edizione che di anno in anno sia colma di fumetti di qualsisi tipo e qualsiasi genere. Vuoi un fumetto? all'ARF lo trovi. 

Qual è il tuo bilancio della fiera a cavallo delle due edizioni?

Vedo molta più gente rispetto lo scorso anno, la percezione è vederne tantissima in più in una location grande il doppio. Abbiamo riempito 6000mq di spazio. Sono contento perché, oltre noi cinque ARFers, si sono aggiunte le ufficio stampa (le Fabs) che fanno miracoli spaventosi e da quest’anno Rita Petruccioli, che ha gestito tutta la parte dedicata alla Self Area. Ora siamo otto sul campo, e tutto ciò non sarebbe stato possibile se tutti gli autori ed editori non avessero deciso di aiutarci. L’altro anno Gipi ci ha regalato la locandina, LRNZ ci ha fatto lo stesso trattamento quest’anno. In più, le case editrici accettano che noi facciamo un milione di piccole cazzate: abbiamo capito in quanti modi possiamo far girar le palle alle persone organizzando un festival! Se vedete qualcosa che non vi quadra, ditecelo! Così proviamo a correggere in corsa. Ad esempio: a delle persone abbiamo garantito un posto quest'anno e abbiamo dimenticato di nominarle durante l’annuncio. In seguito li abbiamo aggiunti, e hanno capito che si è trattata solo di una disattenzione. Quando le persone capiscono la passione che ci metti, oppure vedi persone palesarsi a sorpresa per aiutarci ad allestire, capisci che c’è un’affezione particolare. 

Mi ha colpito vederti all'apertura della mostra ancora con martello in mano e, nelle stesse condizioni, accompagnare gli ospiti, senza filtri di “abito bello” per mostrarti, restando lavoratore ed operaio nell'allestire e nel presentare il lavoro.

Quello che cerchiamo di fare è chiederci: perché delle cose non sono belle? Noi siamo votati alla bellezza, ma non alla bellezza in senso “truccata”. Abbiamo organizzato le masterclass: secondo noi è bello vedere in una fiera quaranta persone iscritte ad ogni classe intente a studiare. Sono entrato durante le lezioni e ho visto quaranta ragazzi attenti. Gipi, ad esempio, faceva una lezione interessantissima, ed io ero veramente felice! E ti chiedi: perché non può essere sempre così? Quando le abbiamo organizzate ci siamo presi un rischio, perché non conoscevamo la risposta del pubblico. Però, già pensavamo all’attestato di frequenza: con stampe dedicate, per far contento chi le ha frequentate con qualcosa di fisico. Ci siamo attivati per diesgnare e stampare gli attestati, abbiamo voluto fare le cose “belle”, sperando che arrivi qualcosa anche al pubblico.

Qual è la vostra posizione riguardo i cosplayer?

Noi non abbiamo assolutamente nulla contro i cosplayer. Qui non sono vietati, semplicemente all'ARF non ci saranno eventi legati ai cosplayer. Perché non ci interessa, come organizzazione. Non nego che forse l’anno prossimo potrebbe esserci un incontro dedicato alla spiegazione del fenomeno, quindi come divulgazione. Però non avremo mai stand che non c’entrano nulla con il fumetto. Non troverete nulla di estraneo al fumetto, come (ad esempio) lo stand dell'Esercito Italiano. Stesso discorso riguardo gli Youtuber: Dario Moccia fa video di un’ora e mezza in cui parla di fumetto, per questo lo abbiamo invitato a parlare qui all'ARF. Se te parli un’ora e mezza su una piattaforma dove la soglia d’attenzione è bassissima, un merito ce l’hai. Dario Moccia parla di fumetto h24 a 200.000 persone. È l’equivalente di Ghezzi che su Blob parlava di Takeshi Kitano fino alle quattro del mattino. 

Ringraziamo Mauro per averci rilasciato questa intervista, e vi ricordiamo che l'ARFestival 2017 si terrà nuovamente presso l'Ex Mattatoio di Roma (zona Testaccio), dal 26 al 28 maggio.

Il 19 novembre a Terni si è svolto uno dei numerosi incontri che da anni ormai si tengono nella fumetteria Antani Comics di Francesco Settembre. Gli ospiti della giornata sono stati due autori di grande riscontro, quali Elena Casagrande e Giulio Rincione. Francesco ci ha gentilmente concesso del tempo prima dell'inizio dell'evento per poter intervistare gli autori, i quali sono stati estremamente gentili e disponibili. Vi proponiamo la seconda delle due interviste, quella con Giulio Rincione, con cui siamo tornati a chiacchierare dopo il Napoli Comicon della Wilder, del Color Fest di Dylan Dog ed l'epilogo di Paperi

Ciao Giulio e bentornato su Geek Area, ti ringraziamo per il tempo che ci stai dedicando prima di una presentazione. Iniziando dai nuovi progetti: è nata la Wilder, etichetta indipendente che sta proponendo materiale molto interessante e so che tu lavorerai su uno di questi prodotti, il Cuore della Città, con Francesco Savino. L'incipit è molto interessante, in quanto si tratterà di un'avventura urbana dai temi surreali. Cosa ci puoi dire a proposito?

Allora, innanzitutto la proposta che mi è stata fatta da Francesco risale a più di un anno fa. Proposta un po' sofferta perché volevo prima valutare le tempistiche e com'ero combinato con altri lavori, però vedevo quanto Francesco tenesse a questo progetto e per me era importante lavorare con uno sceneggiatore che sentisse particolarmente questa storia, quindi poi ho deciso di iniziare effettivamente questa avventura con il Cuore della Città. Io al momento conosco il plot generale ed il primo capitolo che in realtà ha una bella particolarità, in quanto l'abbiamo sceneggiato assieme ed è una cosa molto particolare, in quanto io ho difficoltà a lavorare con sceneggiatori classici, non perché mi viene male ma perché magari se scritta in una certa maniera la sceneggiatura non esalta il mio stile piuttosto che in un altro modo quindi gli ho detto che avremmo potuto fare un esperimento, ovvero scrivere una sorta di soggetto da pagina a pagina o a blocchi di pagine e poi io gli avrei proposto una sorta di sceneggiatura grezza che sarei poi andato a sceneggiare. Ci siamo quindi passati a vicenda una sceneggiatura che si è andata definendo in modo tale che alla fine abbiamo un prodotto che, si, è stato ideato da lui, ma sento anche io come una cosa che fosse scritta da me. In parte è come se avessi scelto anche i tagli di alcune inquadrature. Sarà particolare anche a livello grafico perché sto cercando di trovare una nuova sintesi, riallacciandomi a quello che è uno stile di disegno più grezzo e a un colore un po' più emozionale ed anche monocromatico rispetto a quello che magari ho fatto fino ad ora.

Si tratta di un qualcosa che ho visto anche nei tuoi ultimi sketch.

Si, sarà abbastanza diverso rispetto alle cose che ho fatto fin'ora e vorrei mantenerlo nella totale libertà stilistica. Voglio che sia anche per me una sorta di passo in avanti per un ulteriore maturazione ed evoluzione dello stile. Penso che la prima puntata uscirà alla fine di Gennaio.

Siamo agli sgoccioli allora!

Per me si, anche se devo ancora iniziare a fare tutto (risate n.d.a)

Rimanendo sempre in ambito di nuovi lavori: so che hai realizzato una storia per Dylan Dog, più precisamente per un Color Fest.

Si, ci sto ancora lavorando.

I testi saranno di Michele Monteleone. Cosa puoi dirci al riguardo, com'è stato lavorare su un personaggio iconico come Dylan che ha una storia così grande alle spalle?

Per me è stato un po' come tornare a casa dopo tanto tempo perché Dylan Dog è il fumetto con cui sono cresciuto insieme a Diabolik e a Cattivik. Mia sorella lo leggeva e collezionava quindi io sono cresciuto effettivamente con questi fumetti. Io non sto molto attento alla visione del personaggio, che deve avere magari quel naso o quel taglio di capelli in particolare, ad un certo punto dico "Okay questo per me è Dylan Dog" in base a quelle che sono le mie sensazioni. Sopratutto perché anche Michele ha scritto una storia che sembra fatta apposta per il mio stile come si può vedere dall'anteprima mostrata. sopratutto da un'inquadratura che si capisce come riprenda L'Isola dei Morti, il quadro di Bocklin a cui sono molto legato ed è uno tra i miei preferiti. Per come la sta scrivendo è fatta su misura per me, io spero di riuscire a finirla nei primi mesi del 2017 secondo quelle che sono le tempistiche lavorative e poi aspetto i commenti dei lettori che diranno "Questo non è Dylan!" (risate n.d.a).

In questo periodo poi!

Lo faccio sempre più brutto proprio perché non vorrei non ci fosse nessuna discussione su di me. Ci rimarrei male (risate n.d.a)

Tu, Akab, Ausonia, Arturo Lauria su un personaggio come Dylan:se l'avessimo detto qualche tempo fa si sarebbe scatenato il putiferio -si scatena tutt'ora in molti casi-. Come credi che sia cambiato l'approccio al fumetto in Italia, come si sta modificando?

C'è una sorta di inizio d'apertura, cioè si tende a non canonizzare il fumetto con lo stile classico in cui è sempre stato canonizzato, senza poi nulla togliere al (non voglio dire "vecchio") filone classico. Per quanto riguarda Dylan Dog se si vuole continuare a leggere le storie "normali" con quello stile che non può essere esagerato si prende la serie regolare però si sta trovando anche lo spazio per poter sperimentare. Io mi auguro che in futuro oltre a Dylan si possa aprire questa sorta di parallelismo alternativo e sperimentale in tante altre testate e realtà. C'è stato già un inizio l'anno scorso con Sio su Topolino e io mi auguro che non sia stato un caso isolato e che magari anche in futuro Panini/Topolino possa aprire serie parallele con disegnatori che in realtà non ci si aspetterebbe mai di trovare. Per lettori curiosi sopratutto.

La Bonelli adesso lo sta cercando di fare: questo mese c'è Un Lungo Addio di Sclavi che ha un taglio molto classico ed è uscito anche il Color Fest. Continua la serie regolare di Martin Mystère ed è partito il rilancio, quindi si sta impegnando sotto questo punto di vista.

Penso che sia quella la loro politica, di mantenere il pubblico che hanno avuto fin'ora e di conquistarne uno nuovo, perché è chiaro che se viene un adolescente che vuole leggere Martin Mystère non può cominciarlo e comunque si troverebbe davanti un prodotto di qualche decennio magari difficile da digerire. Possibilmente è un modo per guadagnare nuovi lettori.

Personalmente adoro il tuo stile, è un qualcosa di estremamente particolare e, almeno nel mio caso, riesce a scavarmi fortemente dentro. Una cosa che mi intrigherebbe moltissimo sarebbe vederti lavorare su una particolare miniserie supereroistica. Hai mai pensato di approcciarti al mercato americano? Se si, in ambito di personaggi supereroistici c'è qualcosa su cui vorresti lavorare particolarmente?

Diciamo che a livello grafico qualunque supereroe tende a stimolarmi, sopratutto io sono legato a due classici, quali Batman e Spider-Man. A quattordici anni avevo questa sorta di ossessione verso Spider-Man e collezionavo tutte le testste possibili e immaginabili, il problema in realtà è il mio gusto personale per ciò che riguarda le letture. Poi ho smesso di legger supereroi e adesso diciamo mi viene un po' più difficile apprezzare una storia supereroistica a meno che non si tratti di quei casi particolari, più altisonanti, come Miller su Daredevil o Grant Morrison e Dave McKean con Arkham Asylum. Batman è uno di quelli che mi farebbe più piacere trattare.

Ricollegandoci a quello che hai appena detto, riguardo il fatto che hai iniziato con Spider-Man e Batman, quali sono i personaggi che ti hanno più influenzato nella tua formazione artistica?

Sicuramente Dylan Dog per un discorso di "fumetto", Diabolik perché era uno di quelli che più leggevo, in realtà ad un certo punto hanno iniziato a venir fuori più che i personaggi dei fumetti gli autori dei fumetti che hanno incominciato ad influenzarmi. Come dicevo anche nella precedente intervista conoscere autori del calibro di Dave McKean, Ashley Wood, Bill Sienkiewicz -Wood prima di tutti, poiché fu il primo che effettivamente vidi su Metal Gear- mi ha influenzato molto.

Parlando di Paperi, One ha chiuso il cerchio in una maniera abbastanza inaspettata non lasciando nulla al caso e mostrando un grande disegno dietro a questo lavoro. Avevate pensato l'opera esattamente così tu e tuo fratello Marco oppure il tutto si è andato ampliando man mano?

Diciamo che è un misto. L'idea era comunque che ad un certo punto la trilogia avrebbe dovuto avere un senso compiuto in modo da poter essere raccolta senza avere degli episodi separati, però mentirei se effettivamente ti dicessi che avevo previsto ogni cosa. Io ho lasciato nelle prime due storie degli elementi in sospeso, dicendo "Queste cose potrebbero servirmi", dei quadri, degli indizi anche per me oltre che per i lettori e poi li ho messi insieme con Marco per l'ultimo episodio in modo da chiudere il cerchio e costruire il quadro generale.

Nella bellissima edizione cartonata che oggi sei qui a presentare, la quale è uscita da pochissimo, proprio in occasione di Lucca, tu e Marco avete inserito un prologo, scritto interamente da lui in prosa, ed un epilogo realizzato esclusivamente da te. Avete più volte sottolineato che quest'edizione doveva avere qualcosa in più per poter essere appetibile anche da chi aveva acquistato Paperi già in edizione spillata e a mio parere ci siete riusciti più che egregiamente. Quello che accade in questo epilogo è quello che tutti i lettori hanno più o meno sperato accadesse leggendo Paperi, ovvero Ugo ha la sua vendetta. Come mai hai compiuto questa scelta? È realmente riuscito a riprendersi la sua vita o finirà per diventare il nuovo One?

Questa in realtà è una domanda aperta che io faccio. Mi sentivo in dovere nei confronti del personaggio di dargli un riscatto poi in realtà lascio una domanda al lettore, nel senso che non si capisce se tutta la trilogia di Paperi sia effettivamente un disegno del Dio Topo, perché ad un certo punto si ha come l'impressione che siano tutte cose prestabilite e non sappiamo se PaperUgo cambierà personalità dopo aver compiuto quel gesto. Sicuramente si è liberato, bisogna vedere cosa diventerà dopo e questo non lo sapremo fino a quando non ci potrà essere magari un seguito. Non so se ci sarà e non so quando però era più una questione di un senso di debito nei confronti del personaggio.

Perfetto, ultima domanda: ero proprio in questa fumetteria quando ho acquistato il primo numero di Paperi. Sono stato fortemente colpito dalla copertina che era bellissima ma allo stesso tempo molto triste. Tu e Marco vi aspettavate un così grande successo ed un così grande impatto sul pubblico, sopratutto con dei temi profondi come quelli che avete trattato?

In realtà no ed è sempre una cosa che tendo a specificare, nel senso che Paperi nasce comunque per essere un'opera di nicchia. Affronta dei tempi pesanti e stilisticamente lo fa in maniera un po' più particolare, un po' più criptica. È sicuramente un prodotto underground solo che ha avuto la caratteristica di essere un prodotto underground con una risonanza pseudo-commerciale, quindi questo ci ha portato comunque ad avere anche dei lettori che non ci saremmo aspettati. No, non mi sarei aspettato un effetto d'onda a così ampio raggio e sicuramente sono molto più contento in questo modo. Vuol dire che oltre il design ed oltre tutto ci sono state delle tematiche che veramente hanno colpito i vari lettori.

Io ti ringrazio davvero molto a nome mio e dei lettori di Geek Area, è stato un vero piacere!

Grazie a te!

Ringraziamo nuovamente Giulio Rincione per la gentilezza e la disponibilità ed Antani Comics  per averci dato il tempo di porgli queste domande.

Marco Rincione è un autore che ho avuto il piacere di conoscere grazie a Paperi (edito da Shockdom, recensiti da me qui qui e qui) in cui ha lavorato in tandem con il fratello Giulio. Dopo averlo conosciuto di persona al Lucca Comics & Games dello scorso anno, ho avuto il piacere di porgli alcune domande sul suo lavoro.

Buonasera Marco, grazie mille per aver accettato quest’intervista. Iniziamo subito con le domande.

Ciao, Mirko. Pronto all’interrogazione!

Quali aspetti della tua formazione personale si sono rilevati fondamentali per il tuo lavoro autoriale? In particolare, il tuo retaggio legato alla filosofia come ha interagito con la scrittura?

Parto da un presupposto per me sempre valido: per la scrittura nulla è inutile e nulla è indispensabile. Che significa un po’ di tutto, ecco, ma per quanto mi riguarda, la mia formazione è stata (ed è ancora, e sarà) determinante per qualsiasi cosa che scriverò. In particolare, c’è una cosa che la storia della filosofia ci insegna in modo assoluto: a cambiare prospettiva. Grazie alla filosofia credo di essere capace (non troppo, ma abbastanza) di guardare una cosa da diversi aspetti, di immedesimarmi nella cosa stessa (anche un oggetto inanimato). Un modo interessante per trovare nuovi contenuti. Oltre alla filosofia, però, gioca molto anche la mia passione per la narrativa in prosa e a fumetti che è cominciata il giorno in cui ho imparato a leggere! 

Quanto il rapporto con la Sicilia ha influito nel tuo stile?

Questa è una domanda interessante. Quanto? Tanto, troppo. La Sicilia me la tengo dentro anche e soprattutto quando non la voglio, ed è difficile spiegarlo, perché la Sicilia non è solo una regione, è un modo di essere. Ho vissuto alcuni mesi in Germania, mi reco spesso al nord Italia, e la prima cosa che cerco è il mare. Anche a Trieste, città di mare dove vado ogni tanto, sento che quel mare non è il mio mare. Ma di che sto parlando!? Be’, ecco il punto: non lo so spiegare. Di certo non sono affezionatissimo alla letteratura siciliana (cito solo Pirandello e Verga, per intenderci), ma gran parte dei profili psicologici su cui lavoro deriva da persone e comportamenti che osservo quotidianamente e che so di non poter trovare altrove. Ma ogni terra ha la sua influenza!

Parliamo di approccio alla scrittura. Il peso nella scelta delle parole e delle atmosfere che esse evocano è diverso tra narrazione in prosa e scrittura a fumetti. Nel tuo stile, come ti approcci ai differenti mezzi?

Domanda su cui scrivere un saggio intero. Proverò a essere breve, partendo dalla base che la narrazione è una sola cosa in ogni mezzo. Detto questo, quando scrivo una sceneggiatura, procedo di solito in due tempi: intanto sceneggio le tavole, con le descrizioni delle vignette (usando un certo linguaggio tecnico appreso), preoccupandomi di essere chiaro (il disegnatore deve capire cosa sto scrivendo) e di trasmettere un’atmosfera, una sensazione. Inutile che ci perdo troppo tempo, la patata bollente passa al disegnatore, ed è lui che deve reinterpretare e rigenerare la vignetta descritta. Questo fa del disegnatore un autore e co-creatore alla pari dello sceneggiatore (altrimenti sarebbe solo un impiegato, no?). Dopo questa fase, mi preoccupo dei testi. I testi sono la cosa che gli altri leggeranno, molti non avranno idea del lavoro di sceneggiatura (sigh!). E dato che non posso scrivere troppe parole, devo fare attenzione a quali scelgo (e spesso scrivo e riscrivo, alla ricerca delle parole giuste).

La prosa funziona in modo più fluido, dato che la sceneggiatura (che esiste anche nella prosa) è assorbita nella narrazione. Lì finiamo nel mare magnum del discorso sullo stile, ed è meglio fermarci qui. Certo è che nella prosa si usano molte più parole, e non tutte devono essere calibratissime.

Il lavoro con tuo fratello Giulio su Paperi. Giulio ci ha raccontato che tra autori e lettori esiste un patto tacito quando si trattano argomenti così delicati, per mantenere una fascia di rispetto emotivo. Raccontare emozioni simili, condividendole dalla concezione alla realizzazione con il tuo gemello, come si è ripercosso sul tuo modo di lavorare?

Meglio in due che da solo, forse non ci sarei riuscito. Per affrontare le difficili tematiche emotive di Paperi, spesso, ho preferito puntare su un forte straniamento, cioè sconvolgere la percezione della narrazione e inserire elementi esterni per creare letture alternative dello stesso contenuto. Questo ha fatto sì che a volte navigassi in una marea di emozioni e sensazioni molto varie e diverse, e in questo la presenza di Giulio è stata fondamentale per evitare dispersione. 

Sempre riguardo Paperi, perché hai scelto una forma diversa di narrazione per PaperFranco?

Era una sfida: dare ai lettori di fumetto un racconto in prosa e provare a scatenare un effetto simile alle altre storie. Per quanto ne so, l’esperimento è riuscito (e io ne sono felicissimo, perché la prosa mi appartiene di più della sceneggiatura), e addirittura in molti hanno detto che PaperFranco è stata la storia più difficile da digerire!

Il lavoro su Noumeno. In quel caso hai lavorato su un soggetto non tuo, scritto da Lucio Staiano. Rapportarti con qualcosa di comunque già strutturato, che spazi espressivi ha aperto?

La cosa era ancora più difficile: c’era il soggetto dei primi due numeri, ma solo idee per il seguito. Io e Lucio Staiano abbiamo scritto insieme la fine di questa storia, e poi ho sceneggiato il terzo numero: un disastro! Gran parte della sceneggiatura è stata riscritta da Lucio, perché non avevo troppa dimestichezza coi personaggi. Invece il quarto è (quasi del) tutto mio, sono riuscito a scrivere Noumeno. Si è trattato di un compito arduo, rischioso (creare una contraddizione nella storia era il pericolo imminente) e, allo stesso tempo, appagante. Una bella palestra che mi ha permesso anche di confrontarmi con Lucio, da datore di lavoro a collega. (Siamo amici, dai.) 

Il rapporto tra l’autore e la sua opera, una volta consegnata ai lettori. In una breve discussione su Facebook, ti ho presentato una recensione di PaperPaolo in cui (come altri in seguito) ho percepito le parole della compagna come frutto del pensiero del protagonista. Tu hai accolto questa visione come leggittima, pur non riconoscendo la paternità di questa lettura, in quanto non voluta in fase di scrittura. Come (se accade) i feedback sui tuoi lavori si ripercuotono sulla lavorazione dei successivi?

La questione di PaperPaolo si è ripresentata così tante volte che non ho potuto rifiutare l’interpretazione. In qualche modo, il pubblico di lettori, con le interpretazioni, diventa anch’esso autore della storia, e l’autore deve accettarlo. Posso respingere una certa lettura – ed è successo – ma nel caso di PaperPaolo ho pensato che fosse una lettura legittima.

Viviamo in un’epoca a distanza zero tra autore e lettore: questo porta tutto sul piano personale, e non va bene. Potrei parlare a lungo della cosa, ma preferisco dire solo ripetere le parole di Neil Gaiman rispondendo a un lettore insoddisfatto di George R. R. Martin: “George R.R. Martin is not your bitch.” Traduco?

Hai in lavorazione un progetto con Prenzy, puoi accennarci qualcosa a riguardo o è ancora troppo presto?

Ne parleremo prestissimo! Ma proprio presto, questione di ore!

Il rapporto con Shockdom prima durante e dopo la lavorazione dei volumi. Quanto il tuo editore è intervenuto su di essi?

Tranne che per Noumeno, ho pubblicato sempre nella collana Fumetti Crudi (e anche il mio prossimo fumetto con Prenzy apparterrà a questa collana). Il “crudi” – come ha detto una volta il nostro editor, Gianluca Caputo – è riferito all’assenza di editing: le opere vengono pubblicate così come sono scritte (ovviamente c’è un controllo, ci si scambia consigli, ma nulla di forte). Questo aumenta sia il rischio sia il divertimento.

Sono entrato in Shockdom alla fine del 2015, e da allora la casa editrice ha fatto progressi enormi, ponendosi finalmente come una grande e invidiabile realtà editoriale nel panorama fumettistico italiano, cambiando molte cose della propria politica interna e lanciandosi, con crescente professionalità, in nuove avventure. Avventure in cui, con piacere, sarò presente anch’io.

Ringrazio Marco per la disponibilità e per le risposte esaustive, ricordando a tutti che qui trovate i suoi lavori editi da Shockdom.

Foto di copertina di Simone Zito. 

L'esperienza dell'ARFestival è stata una delle più belle ed appasionanti a cui ho avuto il piacere di partecipare con questo lavoro. Un ambiente tranquillo e sereno in cui addetti ai lavori e visitatori passeggiano in libertà e in serenità, togliendo ogni sovrastruttura formale che crea distanza tra lavoratori ed appassionati. In questo clima abbiamo realizzato diverse interviste agli organizzatori della fiera e agli autori presenti. Vi proponiamo oggi le parole di Stefano Piccoli (Sk3no), uno dei cinque ARFers organizzatori, che ha gentilmente risposto alle nostre domande. Buona lettura! 

Buongiorno Stefano, grazie mille per averci concesso questa intervista. Sei un autore che viene dal mondo dell’autoproduzione, com’è stato il tuo percorso personale che ti ha portato a creare qualcosa come l'ARF con i tuoi colleghi?

Sono convinto che nella vita ogni porta ne apra un’altra. Ho cominciato a fare fumetti nei primi anni novanta con l’autoproduzione e oggi, qui all’ARF, ho organizzato e partecipato ad un panel sull’autoproduzione, appunto, in cui abbiamo discusso del rapporto tra le vecchie e le nuove produzioni. In quell'occasione ho parlato con Petruccioli, Martoz, Ratigher, per rendere l'idea. Negli anni novanta ho iniziato con una rivista (Katzyvariche, nel tempo, è diventata un cult, creando un personaggio su quelle pagine: Il massacratore, che per tutta la decade ebbe un discreto successo come autoproduzione, per poi passare alla Playpress Publishing. In quel periodo ho conosciuto una serie di persone dell’ambiente tra cui i soci con cui fondammo la Factory (tra cui Recchioni, Venturi, Paolo Campana e Leomacs). Quello è stato il percorso: con la Factory e Lorenzo Bartoli siamo entrati tutti all’Eura Editoriale per fare Napoli Ground Zero (Skorpio, scritta da Lorenzo), a lui il fulcro romano deve molto. Il passo nel professionismo è avenuto un po’ così, e ognuno ha seguito il proprio percorso da quel momento in poi. Di quei nove autori che nei primi novanta si muovevamo come esordienti, se oggi vedo dove sono tutti li leggo in Bonelli, Disney e altro. Personalmente continuo come outsider, lavorando con case editrici più piccole come Tunué e Round Robin. Il percorso che ci ha portati qui nasce da quel periodo, nasciamo come una “posse romana” ed piano piano diventavamo sempre più insoddisfatti dall’essere rappresentati come città da una fiera dedicata a cosply e videogiochi che porta avanti tutto un altro tipo di cultura. Quello che fa il Romics a noi sta bene: un sabato pomeriggio con mia figlia e con la famiglia lo trascorro volentierì lì a vedere i cosplayer. Vorrei che ogni anno passasse questo messaggio: noi amiamo cosplay, videogiochi, serie tv, cinema e così dicendo, siamo nerd al 100%. Poi scatta in noi l’aspetto da autori di fumetti, e il problema nasce quando gli altri aspetti dell'intrattenimento scansano il fumetto. A Lucca, che fa oltre duecentomila spettatori ogni anno, comunque il fumetto non viene allontanato anche proponendo molto altro, piazza Napoleone continua ad essere dedicata ai fumetti. Molte altre manifestazioni italiane, invece, hanno sacrificato il fumetto. Il punto è che noi, operando su Roma, non ci sentivamo più rappresentati da quanto stava proponendo la nostra città. Noi autori non andavamo più al Romics, le case editrici di fumetti smettevano, come noi, di credere in quel modello. Perché nove stand su duecento sono editori, mentre centonovantuno stand trattano altro, proprio un’altra direzione. Con ARF, in quanto testimoni di vent’anni di fumetti (da Uzzeo che lavora in Bonelli a me che faccio una storia su Palestina e Arrigoni con Round Robin), rappresentiamo una gamma della parola fumetto larghissima, dal serial popolare a quello più di nicchia, passando per didattica, grafica e tanto altro. Anche noi cinque ARFers siamo a nostra volta cinque rappresentazioni della parola fumetto modi differenti. Chi arriva da un retaggio chi dall’altro, messi insieme abbiamo scoperto l’acqua calda: abbiamo inventato qualcosa che mancava e ci siamo sempre stupiti che nessuno ci abbia pensato prima, in una città con quattro milioni di abitanti. Ci siamo presi carico di questa responsabilità, riportando a Roma un festival/evento che parlasse strettamente di fumetti, autori, lettori e case editrici, dando anche agli editori lo spazio gisto. L’anno scorso abbiamo piantato un seme, quest’anno ci stiamo giocando tutto e anche le case editrici hanno investito in noi. Ci siamo trasferiti in una struttura perfetta, seppur con tutti i suoi problemi. Vogliamo far crescere la fiera, trovando una location grande e centrale rispetto alla prima dell’Eur, migliorando anno dopo anno e allargando le proposte (self area, masterclass) e migliorando le esistenti (area bambini e Job ARF).

Parlaci meglio della Job ARF

Alle fiere, gli autori esordienti o quelli con un progetto in mano che hanno altre pubblicazioni alle spalle, vanno lì e trovano talmente tanto caos che in realtà diventa un luogo paradossalmente non buono per proporsi. Portare il portfolio allo stand durante la fiera diventa stressante per te e per l’editore. La Job ARF si basa su un’idea semplicissima, che funziona: chiediamo qualche mese prima alle case editrici di che figure hanno bisogno, e di conseguenza creiamo lo spazio apposito nella Job ARF con le posizioni aperte dagli editori stessi. Gli autori decidono a quale posizione candidarsi, noi facciamo una scrematura e l’editore così si trova già persone preselezionate davanti, senza perdere tempo, lasciando alta la soglia d’attenzione. Chi non viene preso può sempre provare l'anno successivo.

Avete allestito anche una mostra dedicata a Hugo Pratt, che esplicita il vostro entusiasmo e l’amore che mettete in quello che fate. Personalmente ho visto  Mauro Uzzeo con la febbre a montare tutto, senza risparmiarsi un secondo

Pnsa che la sera prima dell'apertura noi cinque organizzatori facevamo le pulizie della Pelanda, abbiamo sistemato tutto in prima persona. Decidiamo come sarà la fiera e la realizziamo con le nostre mani, stesso discorso per la mostra. La gente non ci crede, pensano che in cinque dirigiamo uno staff. Invece no, siamo realmente in cinque a rimboccarci le maniche. Lettere accrediti, curriculum, turni hostess, tutto fatto da noi, dalle cose basilari alle più complesse. 

Il sorriso delle persone che abbiamo visto in questi giorni, però, ripagano ogni fatica, vero?

Se chi lavora lo fa serenità e i visitatori condividono la stessa tranquillità, respirando la flessibilità e l'informalità su cui puntiamo, allora il lavoro è riuscito.

Ringraziamo Stefano Piccoli per questa intervista. Ricordiamo a tutti che l'ARFestival 2017 si terrà dal 26 al 28 maggio a Roma, presso l'Ex Mattatoio, zona Testaccio.

Oggi su Geek Area, quattro chiacchiere con uno dei fumettisti italiani più <img alt=“dissacranti”>  dell’era HTML. Co-Autore insieme a Davide La Rosa del cult La Bibbia 2 edito da NPE Edizioni ha di recente pubblicato con ProGlo, due volumi descrivibili come: “La scienza vista dal punto di vista di un testimone di Geova vegano e cospiratore” e "il DLC del libro sulla scienza vista dal punto di vista di un testimone di Geova vegano e cospiratore"

science bitch cover by ravioliuestern dakmkkv

Pierz genesis proglo

Una roba che ha un suo perché dunque. I libri in questione sono Science Bitch e Genesis e potete acquistarli da qui e scoprirne tutti gli oscuri segreti da qui.

Ravioli Uèstern, la Fan Page di Pierz, è seguita da più di 36.000 persone. Le sue vignette stupide (è l’autore stesso a definirle così) sono tra le migliori vignette stupide che potete trovare su internet. 

Ho deciso di intervistarlo per parlare insieme a lui di un problema che affligge tutti i fumettisti satirici del nostro tempo ovvero i Ban da Facebook. Lo stesso Pierz ha avuto diverse esperienze a riguardo inclusa questa simpatica faccenda e gli ho chiesto di farmi una lista dei migliori consigli da dare in questo genere di situazioni.

cocomero by ravioliuestern d7n60e9

 

Ciao Pierz. Quante volte ti hanno bannato fino ad ora?

Quest'anno quattro volte (in ordine: due da una settimana e due da un mese). Ovviamente solo su Facebook; in altri lidi bazzico poco e non do fastidio, non puzzo e lascio tutto in ordine. Anzi no, un po' di tempo fa mi hanno bannato e poi eliminato definitivamente da Google Adsense per turpiloquio per via di una vignetta intitolata “Il cazzo e la figa [attenzione: contenuto NSFW]” 

Un po' mi ci ha girato il cazzo, perché con le pubblicità sul blog tiravo su qualcosina ma vabbé, la vignetta pretendeva un tributo di sangue e io non potevo astenermi dall'accontentarla.

fede religione chiesa by ravioliuestern dapjevx

Pensi di essertelo meritato o sono stati fraintendimenti?

Un po' di fraintendimenti sì, perché capita che magari faccio una vignetta contro l'omofobia o il razzismo, per esempio, e mi serve citare gli omofobi o i razzisti per prenderli in giro, ed essere bannato per quelle frasi che non mi appartengono un po' mi fa incazzare come un frocio che scopre che il negro conosciuto su internet ha incredibilmente il cazzo piccolo. E che gli ha rubato la bici. Che era senza sellino.

omeopatia by ravioliuestern d7k6mzj

Quali sono i tuoi consigli per un giovane autore che aspira al ban?

Primo:

fatti dei nemici, ché i ban arrivano solo in seguito alle segnalazioni. Scegli una categoria, possibilmente incazzosa e priva di senso dell'ironia. Però scegli bene e non uscire troppo dal percorso, perché per esempio a me è successo che, facendo vignette contro i cristiani, mi sono ritrovato la pagina con i like di schifosi ufologi. Poi, quando ho iniziato a prendere in giro anche loro (perché le mie vignette in realtà non erano contro i cristiani in particolare, ma contro gli irrazionali antiscientifici rimbambiti in generale), ci sono rimasti male, come se avessi tradito la causa, e invece di segnalarmi hanno iniziato a commentare con le loro “ragioni” (tra diecimila virgolette), frantumandomi i coglioni in 10 dimensioni più una. Effetto boomerang; imparate dai miei errori.

insultare un omeopataro by ravioliuestern d82253j

Due:

scelta la categoria, infilatela in vignette volgari e passive di ban, anche se non c'entra niente. Sarete bannati per la volgarità, ma potrete dare la colpa alla sopracitata categoria che avete scelto. Esempio [NSFW]

 un buon non compleanno by ravioliuestern d8re1ll

III:

fate screenshot di ogni notifica e avviso che vi arriva dalla piattaforma che avete oltraggiato con la vostra presenza. Vi servirà per il prossimo punto.


[Se non sapete come fare gli Screenshot cercate su Google "come fare gli screenshot" ndT]

salvato by ravioliuestern d8r51fr 

D:

lamentatevi del ban. Se un albero cade nella foresta senza nessuno che lo ascolti etc etc. Inutile dirvi che dal girone dei bannati non potrete scrivere niente, quindi preparatevi in anticipo un account secondario da usare nell'evenienza. 

senza internet by ravioliuestern d8iwayl 

✋:

ultima ma più importante: autoconvincetevi che la vostra opinione sia indispensabile per l'avanzamento della società umana. Dopo un po' inizierete a stufarvi di essere bannati e l'idea che il vostro account venga chiuso vi darà un senso di fastidio. Quindi capiterà che alla prossima foto/vignetta/idea volgarissima potreste avere la tentazione di autocensurarvi. No, il mondo deve sapere cose ne pensate del sottopalla di Calderoli mentre fa jogging con i pantaloncini aderenti durante la peggiore ondata di caldo degli ultimi 60 anni. Non demordete. Fatelo per i vostri figli.

figli e medicina by ravioliuestern dapzibm

Il 19 novembre a Terni si è svolto uno dei numerosi incontri che da anni ormai si tengono nella fumetteria Antani Comics di Francesco Settembre. Gli ospiti della giornata sono stati due autori di grande riscontro, quali Elena Casagrande e Giulio Rincione. Francesco ci ha gentilmente concesso del tempo prima dell'inizio dell'evento per poter intervistare gli autori, i quali sono stati estremamente gentili e disponibili. Vi proponiamo, quindi, la prima di queste due interviste, iniziando proprio con Elena Casagrande, talentuosa disegnatrice che abbiamo avuto modo di apprezzare su i lavori più disparati come: Suicide Risk, Doctor Who, Angel, Hulk, X-Files, Star Trek, Hack/Slash e molto altro. 

Ciao Elena e benvenuta su Geek Area! Ti ringraziamo molto del tempo che ci stai dedicando nonostante la presentazione che inizierà a breve. Come prima cosa vorrei chiederti qual è stato il tuo approccio al fumetto. C'è stato qualcosa che ti ha spinto da lettrice a voler diventare una fumettista e di conseguenza ad entrare in questo mondo oppure è avvenuto tutto in maniera diversa?

Ho cominciato sin da piccolissima a disegnare, lo facevo come fanno quasi tutti i bambini, per puro divertimento, per puro sfogo. Poi non ero una bambina molto socievole (risate n.d.a), me ne stavo chiusa in un angolo a disegnare e basta. Spesso disegnavo delle storie in seguenza, quindi raccontavo la mia giornata, cosa mi era successo a scuola, cose di questo tipo. Le mie prime letture non erano indirizzate a chissà quali fumetti, erano suggerite dall'edicolante di turno, quindi leggevo cose come Topolino o il Giornalino. Verso il periodo delle scuole medie, insieme ad altre due amiche, ho scoperto Sailoor Moon ed è cambiato tutto (risate n.d.a). Ho iniziato a leggere moltissimi manga ed ovviamente ricalcavo anche quello stile. Finito il liceo trovai una pubblicità della Scuola Internazionale di Comics e ho cominciato a frequentarle in contemporanea con l'Università, perché non sapevo cosa volevo fare, non avevo puntato a questo mestiere convinta che lo sarei riuscita a fare subito. Dopo qualche mese, poiché era davvero troppo fare entrambe le cose insieme, un po' perché mi stavo esaurendo (risate n.d.a) ho fatto la mia scelta ed ho continuato l'Internazionale abbandonando l'Università. Per mia fortuna durante gli anni della Scuola di Comics sono diventata assistente di uno degli insegnanti, che già lavorava nel mercato americano, David Messina. Da lì ho preso i primi contatti, ho fatto un anno e mezzo di gavetta. Ho preso contatti con la IDW, sono andata a New York ed ho preso contatti con altre case editrici e da lì è cominciato tutto.

È stato molto veloce il passaggio!

Con mia grande sorpresa si! Non ho puntato subito a questa cosa dicendo "Da grande voglio vivere facendo fumetti". È stata una cosa molto naturale.

Oggi sei qui per presentare il primo volume di Doctor Who. Si tratta di un qualcosa che i fan italiani del Dottore hanno chiesto a gran voce. Com'è stato lavorare su un personaggio così iconico che ha un seguito molto grande?

È stato innanzitutto un onore, poi è stato divertente perché faccio parte della schiera di fan che prima lo osannava davanti la televisione. Sinceramente è stato un piacere. Ho già avuto altre esperienze con fumetti su licenze, ho lavorato ad Angel, Star Trek, True Blood, quindi già sapevo un po' come funzionava la trasposizione a fumetti di una serie televisiva. Quando la Titan ha voluto rilanciare i fumetti del Dottore venivo da un'unica esperienza con la IDW su questa serie perché poi persero i diritti. La mia unica esperienza era proprio un numero sul decimo Dottore durante una miniserie evento per il cinquantesimo anniversario. Forse un po' per l'esperienza con le altre serie, un po' per il fatto che ero già una fan accanita dello show, ha prevalso la felicità (risate n.d.a).

Visto che sei una grande fan della serie ancora prima di essere disegnatrice di Doctor Who qual è la tua incarnazione preferita del Dottore?

Indovina un po'?! (risate n.d.a)

Il decimo forse? La buttiamo lì (risate n.d.a)

Si! Io ovviamente ho cominciato a vederla con il nono (intepretato da Christopher Eccleston n.d.a). All'inizio c'è un po' di difficolta nell'approcciarla. C'è l'ostacolo rappresentato da una serie tv completamente diversa dalle altre, nei primi tempi con degli evidentissimi limiti di budget (risate n.d.a). Però avevo notato subito che si trattava di una serie che aveva il proprio punto di forza nella scrittura e da quello sono rimasta affascinata. Anche perché volevo capire l'enorme successo che aveva. Quando successivamente è arrivato Tennant e ci ha messo del suo. Da lì è iniziato tutto.

Volevo chiederti una cosa precisa riguardo i tuoi precedenti lavori che hai nominato. Hai iniziato lavorando su fumetti ispirati a serial televisivi ed abbiamo avuto modo di vederti X-Files, Ghost Whispers, True Blood, Star Trek e molto altro. Nel mio caso ho avuto modo di apprezzarti sopratutto su Angel, da buon fan sia della sua serie che quella di Buffy, di cui ho seguito la serie cartacea. Una cosa davvero fantastica, a mio avviso, è il tuo modo di rendere i vari personaggi fisicamente, che sono sia fedeli alla controparte televisiva ma hanno anche un tocco personale, visto che molto spesso con trasposizioni di questo tipo ci si limita a ricopiare la faccia dell'attore di turno e a metterla su carta. Tu invece riesci ad unire le due cose e crei un bel compromesso. È qualcosa che ti viene naturale oppure cerchi volutamente di diversificare?

Siccome, con mia grande fortuna, ero fan della maggior parte delle serie su cui ho lavorato è sempre stata mia premura dedicarmi a riprodurre la somiglianza con l'attore, poiché io stessa da fan volevo rivederlo sulle pagine a fumetti. Mi sono sempre impegnata cercando di far si che non fosse una sorta di "fotoritocco", ed allo stesso tempo volevo che quella sintesi ricordasse l'attore in maniera più fedele possibile. Poi forse mi viene abbastanza naturale. Ci metto del mio perché nel fumetto non hai il tono di voce che puoi usare per dare certe espressioni, le devi mettere sul viso in quanto devi accentuare se un personaggio è arrabbiato o triste, quindi devi lavorare a qualcosa che magari televisivamente non avresti mai notato. Non so, forse mi viene naturale, non ci ho mai fatto caso sinceramente, sono contenta di riuscirci (risate n.d.a).

Tu hai realizzato Sucide Risk con Mike Carey e si tratta di un progetto completamente inedito. Com'è stato lavorare a qualcosa del genere rispetto a quanto fatto con Doctor Who o con la Marvel, che comunque sono prodotti già esistenti.

È stato bellissimo perché avevo completa libertà su tutto, sulla creazione dei personaggi e dei loro attegimenti, su i costumi e sulla creazione delle ambientazioni, poiché c'era l'ambientazione realistica, dove avevo le reference da seguire, e quella fantastica dove ho dovuto creare un mondo da zero. Mike mi dava una descrizione di quello che aveva in mente e poi ero libera di fare da me. Siccome si è creata una sintonia con lui sin da subito mi sono sentita senza limiti e di conseguenza mi sono divertita da matti. La maternità del prodotto ce la siamo un po' spartita, almeno così mi piace pensare (ride n.d.a)

Ti volevo proprio chiedere se avevi partecipato/ avevi avuto modo di contribuire attivamente anche alla storia.

No, la storia a livello di plot e carattere dei personaggi ha fatto tutto lui perché aveva tutto pronto. Io mi sono occupata completamente del piano visivo e della regia.

È comunque molto bello quando c'è tutta questa comunicazione e questa libertà di azione in un prodotto inedito, visto che non sempre va in questo modo.

Si, ti può capitare uno sceneggiatore che ti dice per filo e per segno quello che devi fare in una vignetta e per alcuni disegnatori è un bene. Per come lavoro io è un po' limitante perché magari io una certa situazione tendo a descriverla in maniera diversa da come la pensa lo scrittore, quindi potremmo entrare in conflitto. Invece lui (Mike n.d.a) mi diceva "Succede questo, poi sentiti libera di inquadrarlo e gestirlo come vuoi". Era bello ricevere qualche riga in cui mi diceva che era contento per come avevo reso la scena.

Parlando con diversi tuoi colleghi mi sono reso conto che fare il vostro lavoro spesso non permette una fruitura del fumetto a livello personale. Ovviamente nel senso che moltissimi artisti non hanno proprio il tempo materiale di leggere. Il tuo rapporto con i fumetti com'è? Hai modo di leggere, se si c'è qualcosa in particolare che segui?

Cerco di leggere quando posso (risate n.d.a), però succede che la sera vai a letto distrutta, quindi ti ritrovi a leggere due pagine che rileggerai la sera dopo perché te le dimentichi sempre e quindi non vai mai avanti. Quando ne sento proprio la necessità mi ritaglio dei momenti durante la giornata in cui mi fermo un attimo e leggo quell’oretta/due se c’è un titolo che mi preme particolarmente leggere sia perché magari mi serve in quel momento come ispirazione per il lavoro, sia perché mi sta piacendo la storia ed è uscito un nuovo numero e magari voglio andare avanti nella lettura.

Cerchi di trovare un compromesso, più o meno.

Si, però non leggo più come una volta che facevo le quattro di notte per smaltire la pila di arretrati. Adesso ho metà libreria che è da leggere e metà letta.

Hai lavorato su diversi prodotti, Sucide Risk, Hack/Slash, Hulk ed anche qualcosa di Spider-Man. C’è stata un occasione che ti ha segnata maggiormente, che ricordi con più piacere?

Aspetta che ci rifletto un secondo.

Ti metto un po’ in difficoltà!

Si, più che altro perché non mi ricordo tutto quello che ho fatto (risate n.d.a). Allora, sicuramente, uno di quelli che ricordo con più piacere è il primo numero di Angel che ho fatto perché è stato proprio l’esordio completamente da sola su un albo, anche se era all’interno di una miniserie autoconclusiva ed era soltanto un numero perché facevo da sostituta. Avevo proprio l’ansia visto che dovevo fare tutto da sola! Poi sempre con Angel c’è stato un albo significativo perché era, praticamente, la trasposizione a fumetti di un episodio ma con delle scene esclusive. Siccome si trattava di un episodio a cui ero particolarmente legata e c’era un’intesa con lo sceneggiatore che poi è diventato uno dei miei migliori amici è stato un periodo molto piacevole. Poi metto l’esperienza con Suicide Risk, sono stati due anni molto belli con Mike.

Tu e Gary vi state occupando del rilancio di Vigilante, un personaggio che ha una vita editoriale abbastanza travagliata essendo nato come personaggio western per poi essere rivoluzionato e diventare un eroe urbano. Addirittura anche ci ha lavorato anche Alan Moore per diversi numeri. Si strutturerà in sei parti e toccherà temi di attualità e politica, ci vuoi dire qualcosa al riguardo, del lavoro e delle tematiche in se?

Allora siccome Vigilante è diventato una maschera indossata da più persone, divenendo un elemento simbolo, questa volta la maschera sarà indossata da una nuova persona e quindi sarà un po’ una storia delle origini perché poi effettivamente non sappiamo se proseguirà o sarà una miniserie esclusivamente autoconclusiva. Le tematiche affrontate sono abbastanza importanti più che altro perché il cast è composto principalmente da persone di colore che in questo momento in America stanno vivendo un momento abbastanza particolare. Le tematiche precise non so se posso dirtele senza fare spoiler, comunque sono abbastanza attuali perché alla fine è una storia crime/noir e quindi c’è corruzione, il problema urbano con Los Angeles.

Una domanda un po’ più particolare: durante il Lucca Comics ho avuto modo di intervistare Alberto Ponticelli, Matteo Scalera e Frank Cho. Con tutti e tre abbiamo affrontato l’argomento della censura per i vari problemi con Manara e la cover di Spider-Woman, la risposta allo scherzoso sostegno di Cho e molto altro. Ho avuto tutti pareri maschili sulla questione quindi sono curioso di sapere cosa ne pensi.

Secondo me il problema non è tanto nella persona che disegna ma in chi vede il disegno. Se la persona che vede il disegno è maliziosa non ci puoi fare nulla, però censurare l’artista per me non ha senso. Si deve sempre capire il contesto in cui un opera viene creata, da chi e perché. Detto sinceramente: se non capisci la cosa è un problema tuo (risate n.d.a)! Mi dispiace perché alla fine si arrivano a creare situazioni su situazioni, come quella di Cho con le variant cover di Wonder Woman, oppure l'ultima di Campbell con Iron Heart.

Ultima domanda: come nascono le tue tavole? C'è un processo particolare che segui?

Allora io ho la sceneggiatura stampata e mi stampo ogni pagina su un foglio diverso. In piccolo sulla sceneggiatura mi faccio una specie di layout, poi la disegno in digitale, faccio una sorta di matita sketchata in digitale, la stampo in ciano e la ridefinisco ad inchiostro su carta. Successivamente scansione ed eventualmente correggo/aggiungo elementi. Ho trovato questo connubio tra analogico e digitale con cui mi trovo molto bene.

Perfetto, sei stata gentilissima, ti ringrazio molto a nome di Geek Area e di tutti i lettori.

Grazie mille a voi!

Graziamo nuovamente Elena Casagrande per la disponibilità e la simpatia ed Antani Comics per averci dato il tempo di porle queste domande.

 

 

 

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