#quattrochiacchierecon / Intervista a Michele Monteleone: dagli esordi alla Bonelli

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Michele Monteleone in attesa dell'uscita del suo lavoro nella sesta stagione di Orfani: Sam. Abbiamo parlato della serie Bonelli, del suo lavoro con Uno Studio in Rosso e, più in generale, della sua formazione da autore e da fruitore di opere d'intrattenimento. Buona lettura!

Buongiorno Michele, grazie mille per averci concesso questa intervista. Com’è andata l’annata dello Studio in Rosso con l’esperienza degli albi cartacei?

È stato il nostro secondo anno a Lucca, il primo abiamo portato Quasi Super, Non ti stavo cercando di Mauro Uzzeo e il primo libro autoprodotto da Riccardo Torti, che quest’anno ci ha traditi unendosi ai ranghi del male con la Cosmo Editore (ride, ndr). Quest’anno, nella produzione dei nuovi albi, ci si è affiancato Verticomics come partner digitale, che ci ha ospitati sulla piattaforma dove è nato il progetto Seasons, per ora formato da tre serie che escono originariamente in formato digitale e poi vengono raccolte in albi cartacei sotto il nostro marchio. L’annata è andata bene: metà volumi sono andati in soldout a Lucca e l’altra metà con le presentazioni successive. Ora stiamo preparando la seconda tornata con le seconde stagioni e una novità: oltre ai seguiti di Elvis, Darwin e Kingsport, proporremo la prima stagione di Miskatonic Highscool. La storia sarebbe un classico teen movie con ill “ragazzo nuovo” che arriva a scuola dopo essersi trasferito… solo che la scuola è diretta dai Grandi Antichi di Cthulhu, celati sotto spoglie umane. Tutto l’istituto è votato al sacrificio per permettere a Cthulhu di portare l’apocalisse in Terra. Naturalmente il grosso e ingombrante metaforone sull’orrore dell’adolescenza : Non a caso il nostro “nuovo arrivato” dopo un infernale primo giorno di scuola racconterà tutto ai genitori che semplicemente risponderanno: ci siamo passati tutti tesoro, la scuola fa paura a ogni adolescente. Le copertine sono opera di Valeria Favoccia, mentre matite e chine sono di Elisa Divi (Di Virgilio) e ai colori avremo il bravissimo Enrico Rollo. Alla sceneggiatura i dimenticabili Giulio Gualtieri e Giovanni Masi e me medesimo.

Parliamo delle vostre produzioni: Elvis è folle e non si prende sul serio fino all’inverosimile, mentre Darwin è agli antipodi, con una storia crudissima. Davvero non avete una linea editoriale, restando completamente liberi?

Si. Ognuno fa esattamente quello che gli pare, senza nessuna intromissione da parte degli altri e nemmeno da parte di un editore (Verticomics ci ha realmente detto di fare come vogliamo). Se ci pensi, per un autore avere la totale libertà è il massimo. A volte è andata bene, a volte va male come Elvis (ride, ndr), però, scherzi a parte, il principio era proprio quello che ci passava per la testa in quel momento. Come unico limite e la mia ferrea (ride ancora, ndr) supervisione in veste di editor e un numero prefissato di pagine ed episodi: 10 episodi da 12 tavole.

Così il format è riconoscibile, giusto? Stesso discorso per l’impostazione grafica di tutti i progetti.

La coerenza grafica è tutto merito della grandissima ed eccezionale (devo dirlo per contratto, sennò mi ammazza) Maria Letizia Mirabella, grafica che ha curato tutte le produzioni, sergente di ferro/mamma di tutti noi. È davvero parecchio “cattiva”, ma fa bene!

Gli albi erano pensati ugualmente per una lettura verticale continua e per l’edizione sfogliabile?

 Sono molto diverse le due versioni in cui li abbiamo presentati. Ad esempio, in Elvis ci sono pagine che, nella versione cartacea sono state totalmente ridisegnate o riadattate. Quando le abbiamo scritte sono state già pensate con doppie direttive per ogni tavola. Molto spesso si tratta semplicemente di trasformare una vignetta orizzontale in una verticale o tagliare parti di cielo, se l’accortezza arriva prima non è così complicato trasporre. Fa ridere perché di solito, si fa il contrario, si adatta il cartaceo al formato digitale, invece noi ci siamo trovati a fare l’opposto.

Ricordo che in Darwin c’è una sequenza completamente verticale, e mi sono chiesto come avreste fatto in cartaceo.

Anche lì, stesso discorso. Non abbiamo scalato le immagini digitali, le abbiamo pensate proprio diversamente.

In fase di scrittura avevate già chiara l’idea di fare più stagioni?

Quando abbiamo parlato con Verticomics (conoscendo bene Mirko, dopo aver lavorato con lui su un paio di progetti), lo stesso Mirko mi ha chiesto di mettere su un gruppetto d’autori, così ho chiamato a me tutti i ragazzi dello studio e Dario Sicchio (che a sua volta si è portato dietro il nostro sergente di ferro e grafico) e ci siamo detti: facciamo una cosa che somigli alle serie televisive. In quel caso hai, per un anno, gli episodi divisi e poi una raccolta/cofanetto di fine stagione e puoi scegliere tu come fruirla, se tutta insieme o gradualmente. Per questo le abbiamo chiamate stagioni. Anche gli albetti singoli, comprandoli su Verticomics hanno la nomenclatura delle serie televisive (S01E01). Tutte le testate sono fatte per concludersi con la seconda stagione. Il nuovo lavoro, Miskatonic High School, avrà anche uno speciale estivo di due numeri (ventiquattro tavole) che si inserirà tra le due stagioni.

Ho visto che avete in produzione anche un altro progetto, in cui è coinvolto anche Walter Baiamonte.

Si chiama Factoids (scritto da Roberto Cirincione, il nostro desaparecidos dello studio) disegnato da Luca Claretti e colorato da Walter Baiamonte e Mattia Di Meo (a sua volta disegnatore e colorista di Elvis). È una storia strana: un topo alieno umanoide, reporter d’azione, che si infila all’interno dei casini su cui sta investigando in un futuro dis-topico (ride, ndr). È un albo dello studio che avrà un seguito e che si concluderà con il terzo numero. L’anno scorso è andato esaurito il primo numero immediatamente e abbiamo prodotto a questa Lucca una nuova edizione che comprende il numero zero. Cirincione quest’anno è uscito anche con il suo primo albo con un editore (Nanowar of Steel) mentre Claretti sta lavorando a Dragonero e Orfani.

Qual è la differenza tra il lavorare con persone che scegli te e quelle che ti vengono assegnate?

Gli unici fumetti in cui non sono stato io a decidere in prima persona i disegnatori con cui lavorare, sono stati Dylan Dog e Orfani (solo in parte). Ma parliamoci chiaramente su entrambe le serie ho lavorato e sto lavorando con professionisti assoluto del calibro di Werther dell’edera, Giorgio Pontrelli, Davide Gianfelice, Carmine di Giandomenico, sarebbe davvero difficile trovare un motivo per lamentarsi di simili “imposizioni”. Su DYD, ho potuto scegliere personalmente di lavorare con Giulio Rincione su una storia che che abbiamo presentato insieme. Saranno quarantasei tavole a colori su uno dei prossimi color fest. Ne ho scritta anche una lunga, per l’old boy, disegnata da Riccardo Torti (che purtroppo mi è capitato). Sono sempre stato particolarmente fortunato, insomma, e non so come si lavora con qualcuno di totalmente sconosciuto, anche perché dopo poco di solito, lavorare insieme, porta anche a diventare amici. Oscar Ito, con cui ho lavorato su i maestri dell’avventura e Mattia Di Meo per Elvis, sono persone che ho conosciuto lavorando. È un classico delle critiche su internet, ti dicono: “lavori solo con chi conosci!”, ma la verità è l’opposto, finisco per conoscere le persone con cui lavoro.

Stai preparando la nuova stagione di Orfani con Di Giandomenico. Quest’ultimo farà solo il primo numero?

Non solo, oltre a firmare il primo numero, realizzerà insieme a Giovanna Niro tutte le copertine della serie, mentre sui numeri successivi si alternerà un cast ricchissimo e posso anticipare che sui primi due vedremo due pesi massimi come Davide Gianfelice e Luca Casalanguida (questi sono quelli annunciati, almeno). Far fare tutte quelle tavole a Carmine sarebbe disumano, anche per il disegnatore più veloce del mondo!

Parlami della tua esperienza con Aurea Editoriale.

Non rileggo più nulla di quel periodo, per paura, ma ho un sacco di bei ricordi legati all’inizio della mia “carriera”. Ho cominciato con un’etichetta indipendente che fondammo ormai sei anni fa. Facevo il corso di sceneggiatura con Lorenzo Bartoli (Scuola Internazionale di Comics), era il socio di Recchioni su John Doe. Lorenzo e due compagni di classe (Giulio Antonio Gualtieri e Stefano Marsiglia) misero su una libreria/bar, e andai lì a fare il cameriere. Nello stesso posto, Giulio Gualtieri, Riccardo Torti e Roberto Recchioni giocavano a D&D la sera, dopo la chiusura. Una sera mi chiesero se mi andava di giocare con loro e da allora non abbiamo più smesso di frequentarci. È la storia d’amore nerd più patetica di sempre, me ne rendo conto. Lo studio stesso nasce dalla necessita di avere un posto dove stare tutti insieme a giocare! Ovviamente, appena messo su lo studio abbiamo smesso di giocare per il troppo lavoro (ride, ndr). La prima volta che ho avuto un editor è stato Roberto. Difficilmente mi dimenticherò quella sera.Correggeva in rosso direttamente sul file word, dopo una ventina di minuti le tavole erano più rosse della lettera scarlatta. Ero evidentemente agitato e continuavo a stare alle sue spalle a spiare il monitor. Dovevo sembrare una specie di avvoltoio perché a un certo punto, pur di liberarsi di me, mi ha mandato in cucina a fare un caffè. Vado in cucina, metto su il caffè e torno nella mia posizione di avvoltoio ansioso il più velocemente possibile. Passa un po’ di tempo e, mentre corregge le ultime tavole, si sporge oltre al pc e mi fa notare che ho lasciato la luce accesa in cucina. Mi sporgo con lui, vedo una luce tremolante provenire da dentro la stanza e vengo colto da un terribile presentimento. Sono corso in cucina appena in tempo per arginare la devastazione che stava provocando la macchinetta in fiamme. Devo dire che dare fuoco a una cucina non è proprio il miglior biglietto di presentazione possibile per uno sceneggiatore, ma ormai sono anni che lavoriamo insieme, quindi non lo escluderei come consiglio ai giovani autori...

Parlami dell’esperienza da studente alla Scuola Internazionale di Comics.

A me ha fatto tanto bene la scuola, mi ha fatto conoscere Lorenzo e, di conseguenza, i ragazzi con cui lavoro adesso. Ha creato un gruppo, difficilmente da solo avrei potuto fare tanto e tanto velocemente. Muoversi insieme ha aiutato molto ed ha reso tutto molto più semplice.

È importante quindi lavorare in gruppo con persone che credono nei progetti e che insieme vogliono raggiungere lo stesso obiettivo.

Fare fumetti vuol dire collaborare, almeno tra sceneggiatore e disegnatore (si spera anche con un editore). È proprio l’essenza del nostro lavoro fare gruppo e collaborare. In una produzione come quella del fumetto popolare italiano, non ricordo che ci siano mai state uscite mancate, a fine mese l’albo deve uscire, quindi c’è bisogno di fiducia tra tutti quelli che ci lavorano, a volte l’affidabilità e la professionalità di un autore può essere un valore da tenere in maggior considerazione del talento.

Spesso consigli serie tv e film, suggestioni visive o storie, quanto è importante il lavoro di osservazione anche di opere altrui?

C’è Giovanni masi che ogni volta che si mette a giocare a Overwatch a studio, dice che sta facendo formazione. Naturalmente nel caso specifico è una cazzata, ma la verità è che qualunque esperienza con intrattenimento di qualunque tipo: serie tv, film e videogiochi (in particolare quest’ultimo mondo, che sta esplodendo a livello narrativo) è vitale nella formazione di un autore. Si finisce per essere influenzati da qualunque cosa.

Parliamo del lavoro di scrittura vero e proprio, come ti organizzi?

Sono leggermente un casino in questo: ho davvero poco metodo, o meglio, ho un metodo che cambia per ogni cosa. A volte so perfettamente come inizia e finisce la storia, e devo creare il ponte tra inizio e fine (metodo quasi giusto, diciamo). Ho un’idea per primo e terzo atto e il secondo lo sviluppo con calma. Oppure mi capita che tutto nasca da una suggestione su un personaggio e gli creo la storia attorno. Quasi sempre procedo con una sorta di soggetto di massima, e su quello poi articolo la storia, infilando la “ciccia” nel soggetto attraverso il trattamento. Per la scrittura vera e propria invece si procede come un tipo fatto di allucinogeni. A volte scrivo tutti i dialoghi e poi parto con le descrizioni, altre descrivo tutte le vignette trainato dal ritmo dell’azione, altre ancora salto giganteschi blocchi di storia perché mi sto annoiando e voglio arrivare subito alle botte… in un paio di occasioni ho scritto il finale prima dell’inizio. Insomma sono vagamente problematico, hai domande di riserva?

Come rientra l’esperienza da giocatore di ruolo nella scrittura?

Spero tanto non rientri, perché quando gioco sono uno che non ruola, ma tira solamente i dadi, oppure faccio casino o mi distraggo guardando il cellulare. Sono il peggior giocatore di ruolo che tu possa immaginare, quando ero ragazzetto ho perfino portato la mia ragazza dell’epoca a una giocata. Penso che più dissacrante di un simile affronto alla sacralità, ci sia solo barare durante ai tiri caratteristica durante la creazione del personaggi… e ho fatto anche quello.

Parliamo del lavoro dedicato a “I Maestri”, com’è stato l’approccio con i classici?

È stato figo. Ogni volta penso che mi diverto quasi di più io del disegnatore (anzi, sicuramente è così). Lui si ammazza a fare novantaquattro pagine in tempi serratissimi, mentre io mi godo la riscoperta di un classico della letteratura. Questi lavori sono un’occasione per riprendere in mano i classici che ho letto da ragazzino e forse L’isola del tesoro è stato uno dei primi dei libri che ho letto in assoluto.

Il romanzo "L'isola del tesoro" l’hai scelto te?

Si, mi sono proposto subito, una storia di formazione con pirati, un figlio di una buona donna come Silver e un’isola misteriosa, erano una tentazione troppo forte per resistergli.

È interessante che nella pre e postfazione raccontate il vostro rapporto con autore e con l’opera.

Si, rientra sempre nell’esperienza di riscoperta del classico. A fine lavoro vedo il libro (ricomprato per l’occasione) che diventa una schifezza tra appunti e pieghe, perché è davvero vissuto. Il rapporto con i due romanzi che ho adattato, lavorandoci, è cambiato radicalmente. Ora sono due vecchi amici.

La gestazione quanto è durata?

Di solito lavoro un mese sul volume, lo rileggo la prima volta e mi vivo l’avventura con il ritmo del lettore. la seconda volta, invece, lo inizio a dividere in sequenze e mi stilo un trattamento con la divisione delle sequenze numerando le pagine. Poi tre/quattro mesi di lavorazione, in parallelo con il disegnatore. Con Oscar facevamo quattro tavole a settimana, ogni settimana, finendo per consegnare con un mese in anticipo (cosa che non succede mai).

Consigli per un lettore/spettatore, su come gustarsi al meglio le storie con cui entra in contatto?

Un motore che ho sempre avuto è stata la curiosità. Quando mi piace qualcosa scopro il più possibile sull’autore e sulla casa editrice. Ho scoperto con orrore che alcuni lettori nemmeno si accorgono, ad esempio, che ci sono diversi sceneggiatori e disegnatori su Dylan Dog, che si alternano di mese in mese.L’ho trovata una follia, ma è insito nella fruizione occasionale. Il miglior modo per godersi una storia è proprio smettere di essere fruitori occasionali e imparare a conoscere quello che ci piace, a scoprire il perché ci piace.

Ultima domanda: che rapporto hai con il citazionismo?

La citazione o l’omaggio è un processo naturale, Come dicevamo prima l’autore è influenzato da tutto quello che lo circonda, siamo tutti delle spugne. C’è chi dice, esagerando, ma non trooppo, che non c’è un’idea nuova a partire dall’Iliade e l’odissea. Le citazioni ci stanno e sono anche piacevoli se sei appassionato. Dylan, ad esempio, vive sul citazionismo. C’è un confine sottile tra l’occhiolino alla JJ Abrams e il colpo di gomito tra fratelli, più sereno e complice. La strizzata d’occhio eccessiva può diventare pesante dopo un po’. Invece l’omaggio sensato e contestualizzato, porta a alla complicità e alla consapevolezza di essere tutti figli della stessa cultura. Non sono un ricercatore o uno scienziato, ma anche in quel campo, immagino, si parta sempre dal lavoro che ti ha preceduto e che ti ha influenzato per trovare una propria via, altrimenti ogni volta si dovrebbe ripartire sempre da zero. Il citazionismo esiste perché è impossibile evitarlo.

Ringraziamo Michele per averci concesso questa intervista e ricordiamo ai lettori l'appuntamento in edicola con la sesta stagione di Orfani: Sam!

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Mirko Tommasino

Se i luoghi sacri sono risparmiati dalla distruzione della guerra, allora rendete sacro ogni luogo. E se i popoli santi vengono risparmiati dalla guerra, rendete santo ogni popolo.

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