#SaldaPress / A Lucca Comics&Games, intervista a…Robert Kirkman!

Fabrizio Nocerino

Lucca Comics & Games é un’esperienza fantastica: stancante, stressante, ma in grado di riunire centinaia di migliaia di appassionati.
Sotto il sole dei primi giorni o la pioggia degli ultimi, fan del fumetto e serie TV si sono riuniti; SaldaPress ha cercato di soddisfare entrambi portando, come ospite, Robert Kirkman, autore superstar del fumetto americano, mente brillante creatrice di kolossal come The Walking DeadInvincible Outcast.

Per la prima volta in Italia, Kirkman ha potuto parlare con i fan e i giornalisti del presente, del passato e del radioso futuro che si prospetta di fronte ad Image Comics e alla Skybound.


Che cosa sono, per lei, gli eroi?Oblivion Kirkman«Per me, gli eroi sono quelli che decidono di voler uscire dalla loro comfort-zone e fare qualcosa di buono per gli altri. L’elemento fondamentale é il sacrificio, perché penso sia ció che rende un atto eroico…devi sacrificare qualcosa per aiutare chi ti sta vicino.
Cosí, se hai un personaggio che é in quella “comfort-zone”, in una situazione in cui é felice, é a suo agio e gli viene chiesto di uscirne fuori…é lí che c’é la trasformazione in eroe

Una domanda su Oblivion Song (nuovo titolo Skybound). Con quest’ultima opera, lei lavora con l’artista italiano Lorenzo de Felici. Quanto c’é di “italiano” in questo lavoro?
«Non so se Lorenzo ha portato qualcosa di specificatamente italiano in Oblivion Song, é possibile che l’abbia fatto e io non me ne sia accorto ancora [ride]. Ma c’é qualcosa di unico nella sua sensibilitá, nei suoi design che potrebbe essere puramente italiana ma che non ho notato perché non mi é familiare.»

Qual é stato l’apporto che Lorenzo De Felici ha dato, dunque, alla storia?

«Il suo contributo ad Oblivion Song é immenso, dato che stiamo creando un nuovo mondo da zero insieme. La dimensione dell’Oblivion, ambientazione principale nella serie, ha un suo eco-sistema, una sua catena alimentare e organismi unici che devono coesistere insieme: c’é bisogno che tutto abbia senso, che tutto abbia una sua base scientifica plausibile da cui trarre ispirazione e dunque che abbia un suo design unico, che é quello che [Lorenzo De Felici] sta portando alla storia.»

Kirkman Invincible

Con il #144, Invincible concluderá il suo percorso. In passato, lei ha espresso l’idea che non le sarebbe dispiaciuto vedere qualcun altro al timone della serie che continui a raccontare le avventure di Mark Grayson.
É dunque una chiusura definitiva o troverá qualche nuovo autore che potrá portare avanti la serie?
«Parecchi anni fa, inizialmente dissi che mi sarebbe piaciuto vedere Invincible “sopravvivermi” ed andare avanti dopo il mio lavoro con un nuovo team creativo. L’idea era che mi stuzzicava l’immagine mentale di me, anziano, seduto a leggere un numero di Invicible che non mi sarebbe piaciuto…questo perché le mie opinioni sarebbero invecchiate con me ed il nuovo team di autori avrebbe scritto qualcosa per un nuovo tipo di pubblico, un pubblico che non riuscirei a capire data la mia condizione di “anziano”.
Ma piú andavo avanti con la storia [di Invicible], piú mi rendevo conto che questa aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione e questa conclusione cominció ad interessarmi parecchio. Ho realizzato che tutti i fumetti americani di supereroi continuano indefinitamente, e quello che Invincible ha fatto sin dall’inizio era andare contro la tradizione dei supereroi.
Quindi sembrava adeguato dare una conclusione alla storia.
É per questo motivo che ho deciso di scriverne la fine.»

Nelle storie di Robert Kirkman c’é sempre un senso di disequilibrio, di precarietá. Si inciampa sempre in qualcosa di inaspettato, spesso di terribile. C’é stato qualche episodio, nell’ultimo anno, tratto dalla cronaca o dalla sua esperienza generale, che le ha dato l’idea di inserirlo, o che aveva giá inserito in una delle sue storie?
«Perché tutti vogliono farmi parlare di Donald Trump? [Ride] Ho il mio modo di elaborare ancora la cosa, cerco di ignorarla.
Ma in tempi cosí difficili mi rendo conto di quanto sia necessaria la voglia di fuggire, di scrivere d’evasione. Se c’é qualcosa che la situazione attuale mi ha ispirato a fare é dare piú speranzaessere piú ottimista nelle storie che scrivo perché penso che sia una delle cose di cui abbiamo piú bisogno.
Perció aspettatevi un forte aumento di parti musical in The Walking Dead. »

Outcast Kirkman

La paura é un tema molto importante nelle sue storie, e Outcast ne sono un esempio: in una storia abbiamo la paura dell’epidemia, degli zombie, nell’altra una paura piú intima, casalinga.  Di cosa ha piú paura Robert Kirkman, dei mali del mondo o di quelli che si nascondono dentro le nostre case?
«Penso che tutti abbiamo paura di entrambe le cose: c’é un male che viene da fuori di cui tutti possiamo preoccuparci, ma allo stesso modo c’é un male dentro di noi che dobbiamo affrontare, di tanto in tanto…Beh, non dentro di me personalmente, parlo di voialtri. [Ride] Credo una delle cose piú interessanti, per me, sia osservare la lotta per capire di cosa siamo capaci noi in prima persona e di cosa sono in grado di fare gli altri.
Ogni persona ha il suo punto di rottura, ogni persona ha il suo limite che non vuole superare ma che si si troverá costretto ad oltrepassare per vari motivi, che sia per proteggere chi ama o qualcosa di simile…quel momento in cui si passa il confine é particolarmente intrigante per me.»

Ci sono informazioni sulla terza stagione di Outcast che puó condividere con il pubblico?
«Il nostro partner americano, Cinemax, ha subito qualche cambiamento e delle ristrutturazioni interne, e ció ha portato alla messa in onda della seconda stagione di Outcast appena questa scorsa estate. Sfortunatamente, in questo momento stiamo navigando a vista, aspettando che questa situazione si risolva, ma speriamo tutti di poter continuare…per quanto detesti lavorare con Patrick Fugit

Spesso, nei fumetti americani, vediamo l’eroe slegato dalla famiglia, ma lei indaga spesso nei rapporti famigliari. A cosa é dovuta questa cosa?
«Trovo che le relazioni in famiglia siano un tema molto interessante da esplorare, proprio perché spesso é un aspetto ignorato dagli altri autori. E poi gli scrittori scrivono di ció che conoscono e io sono sposato, ho due figli e la mia sfera d’influenza si estende a loro e ció che queste orribili persone mi costringono a subire ogni giorno. [Ride] Avere una famiglia e coinvolgerla nella storia sembra sempre darle piú enfasi, elevarla: per esempio, se sono ad una fermata d’autobus e perdo l’autobus, lo inseguo…é una storia. Noiosa, ma una storia. Se ho i miei figli con me,  la storia cambia radicalmente e diventa piú interessante da leggere.
Le famiglie ci complicano la vita in maniera curiosa e lo stesso vale per le storie che raccontiamo.»

Quest’anno é morto il grandissimo George Romero e non avremmo avuto The Walking Dead senza di lui, eppure The Walking Dead é lontanissimo dalle storie dei morti viventi di Romero. C’é molta piú speranza nella serie di Robert Kirkman, é d’accordo con questa visione?
«Un sacco di persone direbbero che non c’é poi cosí speranza in The Walking Dead, mi fa piacere che pensi il contrario…a dirla tutta, sono d’accordo anche io, credo che The Walking Dead ce ne sia in abbondanza.
Credo si possa dire che non si possa vedere molta speranza in Night Of The Living Dead, il primo film di Romero, ma siccome Dawn Of The Dead Day Of The Dead finiscono entrambi con una nota positiva, con i protagonisti che fuggono, che coincidenza, entrambi in elicottero, credo che il tema della speranza sia presente nella saga ma il medium, all’epoca, non offriva a Romero la possibilitá di esplorare quell’aspetto della storia. Io, al contrario, ho uno spazio pressoché infinito, con la serie a fumetti specialmente ma anche con la serie TV, con il quale esplorare elementi che lui non ha potuto fare.
Potrei anche dirti che Romero fu molto piú ottimista, piú speranzoso di me, in rapporto a The Walking Dead: i suoi zombie si evolvono, diventano piú intelligenti, piú pacifici.

Due domande, una piú faceta: lei aveva in mente di inserire gli alieni in The Walking Dead…ci saranno gli alieni nel finale? Lo ha promesso non solo a noi, ma anche a Jim Valentino.
La domanda piú seria é: 17 anni fa, lei ha scritto Battle Pope…ci sará mai un ritorno alla satira per Robert Kirkman?«Prima domanda…non ho mai voluto inserire gli alieni in The Walking Dead! Ho solo mentito e detto che li avrei messi per farmi pubblicare.
Per rispondere alla seconda domanda: scrivere comedy non é mai facile e scrivere Battle Pope e cercare di renderlo divertente é stato difficilissimo. Mi piacerebbe ritornarci, ma ti senti veramente sotto pressione.
É giá complicato scrivere una storia da sé, ma aggiungere dello humor e far sí che sia tale é tutto un altro paio di maniche. Ma mi piace davvero tanto l’idea di aver cominciato la mia carriera con Battle Pope e poterla concludere con Battle Pope, il progetto piú demenziale di tutti quelli che ho fatto.
Cosí sará, quando avró i capelli grigi, saró vecchio e stanco, scriveró di nuovo Battle Pope e mi ritireró  dalle scene cosí.»

TWD Kirkman

Con Skybound Entertainment, il progetto di Robert Kirkman é diventato multimediale e il prossimo step é espandersi al cinema con il film di Invincible. Ci sono aggiornamenti che puó condividere con il pubblico?
«Posso dire che sto lavorando a stretto contatto con Evan GoldbergSeth Rogen e le cose stanno andando avanti molto bene, ci stiamo scambiando tante idee e speriamo di avere una sceneggiatura definitiva al piú presto possibile.
É tutto ció che posso dire.»

C’é qualche personaggio di The Walking Dead che é morto e che, guardando indietro, non farebbe morire o le é dispiaciuto rimuovere dalla storia?
«Quando ci sono domande simili, devo sempre mettermi al di sopra di queste ed essere imparziale, dato che ci sono degli attori coinvolti adesso, non posso dire quale personaggio vorrei far ritornare, che mi pento di aver ucciso…
Detto ció, Tyrese, perché Chad Coleman é il migliore.»


 


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