#MarvelStudios / Spiderman: Homecoming – Recensione

Mirko Tommasino

Quando uscì al cinema il primo Spiderman dell’era moderna (Columbia Pictures, 2002, firmato da Sam Raimi, con protagonista Toby Maguire) avevo quattordici anni. Conoscevo in modo molto scarso l’universo Marvel in generale, e del personaggio conoscevo a malapena i poteri. Ricordo che il primo film della serie mi piacque moltissimo: rimasi catturato dalla bellezza del costume e dal personaggio di Peter Parker, contrapposto ad un cattivo magnetico, il Goblin di Willem Dafoe. Quel film, per quanto coinvolgente, non fece però totalmente breccia nel mio cuore adolescente, perché i personaggi restavano comunque lontani da me, per età, modo di vivere e situazioni in cui venivano coinvolti. Certo, il conflitto tra i personaggi era molto forte, ma niente che potessi effettivamente interiorizzare nella mia vita di quattordicenne. Per questo motivo empatizzai poco con quella trilogia nel corso degli anni, anche perché il personaggio era ancora una mosca bianca in un universo chiuso, poco d’impatto.

The Amazing Spiderman (Columbia Pictures e Marvel Studios, 2012, regia di Marc Webb, con Andrew Garfield) lo vidi in home video, con colpevole ritardo, poco prima dell’uscita del secondo capitolo del reboot. I protagonisti, finalmente adolescenti (al contrario della prima trilogia), ma nuovamente troppo stereotipati e lontani da me, che nel frattempo ero diventato adulto. Se nella prima trilogia fui colpito da Peter Parker, nella seconda (mancata) trilogia fu il ragno a stregarmi, nonostante la trama di entrambe le pellicole decisamente poco convincente. Insomma, in entrambi i casi i film mostravano grossi limiti (tecnici e di scrittura), fornendo un protagonista sbilanciato in una delle sue incarnazioni, ripetendo contenuti (le origini del mito) e utilizzando immediatamente i due amori principali del ragno in diretto contatto con i suoi arcinemici, sparando da subito tutte le cartucce più grandi a disposizione.

Passano gli anni, e Spiderman (finalmente) si affaccia al di fuori dal mondo Columbia per stringere nuovamente la mano alla sua culla ideale, i Marvel Studios, a cui viene affidata la direzione del progetto per inserire il personaggio nella sua continuity. Per lanciare il personaggio di punta all’interno di un macrouniverso così caratterizzato, era necessario che ogni tassello andasse fin da subito al punto giusto: aspettativa, primo impatto, caratterizzazione e conservazione nel tempo. In un universo che presto resterà orfano dei suoi protagonisti principali (gli Avengers) che hanno contribuito a metterlo in piedi negli scorsi dieci anni, mettere in piedi una nuova fase con nuovi protagonisti è un’operazione estremamente delicata.

Lo Spiderman scritto dai Marvel Studios (diretto da Jon Watts) prende grosse distanze dai suoi predecessori: è un ragazzino figlio del nuovo millennio (realmente), fa una vita da ragazzino con problemi da ragazzino e, soprattutto, è credibile. Tom Holland è il punto d’equilibrio tra Peter Parker e Spiderman, vestendo i panni di entrambi con una naturalezza disarmante. Nonostante in Civil War sia stato visto in azione per poco tempo, quei minuti sullo schermo hanno creato l’ossatura su cui si reggono tutti i presupposti della nuova pellicola dei Marvel Studios – Spiderman: Homecoming.

Quando inizia il film, Peter è già Spiderman. Niente più origini viste e riviste, niente scoperta dei poteri. Nonostante ciò, resta un film legato ai suoi albori, probabilmente tra i più convincenti di tutto l’universo condiviso Marvel. Un supereroe non diventa tale quando riceve i poteri, questo ormai lo sappiamo bene. La Casa delle Idee ha da sempre proposto dei Supereroi con Superproblemi e, proprio la risposta a questi ultimi, ha creato la macrodistinzione tra buoni e cattivi. Per questo motivo, non basta avere un potere per diventare un eroe.

Peter Parker è un ragazzino un po’ sfigatello, con amici nerd e ottimi voti a scuola, innamorato di una ragazza dell’ultimo anno. Vive con la sua sexy zia e, quando nessuno lo vede, si trasforma in Spiderman per risolvere i crimini del suo quartiere. Gli elementi della mitologia fumettistica ci sono, ma (per fortuna) sono ibridati al meglio con il cambio di linguaggio (fumetto-cinema) e i tempi attuali. Il filone principale del film non è più la conoscenza dei propri poteri, ma la conoscenza di sé stessi (dal punto di vista umano e dal punto di vista dell’eroe).

Peter in questo film se la vedrà con due nemici: l’Avvoltoio e Shocker. Perché ho specificato Peter e non Spiderman? Perché è questa la vera forza del film. Tutto l’universo Marvel ruota attorno ad un concetto chiave: essere degni di indossare il costume e i poteri che sono stati conferiti a chi li riceve. Thor, Captain America, Hawkeye e Visione incarnano una tipologia di etica inattaccabile dal punto di vista della coerenza con i propri ideali, mentre Iron Man (volto principale del MCU), Black Widow, Hulk e Ant-Man decisamente sono meno eroi senza macchia e senza paura. Da grandi conflitti emotivi derivano grandi responsabilità, per questo motivo il mentore (molto paterno) del futuro volto principale del MCU è Iron Man, responsabile di crescere in direzione diametralmente opposta a sé stesso il giovanissimo Uomo Ragno.

L’intero film ruota attorno a questo concetto: essere prima di tutto qualcuno senza maschera addosso, per poi diventare l’apoteosi di sé stessi quando quest’ultima viene indossata. Per questo motivo, è sempre Peter Parker ad andare contro i due villain della pellicola. Mentre Shocker viene liquidato in maniera (forse) un po’ troppo frettolosa, l’Avvoltoio ha una storyline ben definita e intrecciata al protagonista, ponendo quest’ultimo prima davanti ai suoi limiti, e poi davanti alla scelta più importante della sua vita d’adolescente.

Spiderman: Homecoming è un film ben scritto, che con molta convinzione prende le dovute distanze dall’incarnazione fumettistica dell’eroe (in primis nel modo in cui si prende gioco dell’identità segreta, rendendola quasi un Segreto di Pulcinella). Tom Holland convince come pochi: si vede che si è completamente innamorato di un ruolo che gli calza a pennello. Michael Keaton si fa beffe di tutti (prima di tutto di Inarritu, dopo Birdman) tirando fuori un’interpretazione forte e decisa, con un personaggio antieroe per definizione. La pellicola scorre, le scene d’azione sono fluide (anche quelle con scarsa luce) e la struttura non viene appesantita da contenuti volti ad allungare il brodo. In poche parole, Spiderman: Homecoming ridefinisce il modo di narrare l’eroe nell’universo Marvel, prendendo l’esperienza di dieci anni di scrittura ed evolvendola in altro, con una strizzata d’occhio alla naturalezza di pellicole come Scott Pilgrim vs The World. Quando non è più necessario avvincere per convincere con scene d’azione fini a sé stesse per buona parte della pellicola, i dialoghi riacquistano importanza, donando profondità ai personaggi oltre le loro azioni.

In più, nel film ci sono: citazioni visive del fumetto (una tra tutte, il momento di maggiore difficoltà di Peter, schiacciato -fisicamente- dal suo destino), una buona commedia adolescenziale a fare da collante per tutta la vicenda, tutta l’umanità possibile di un adolescente e di un padre di famiglia (più comune di quanto si possa immaginare) e, ultima ma non ultima, una concreta autoanalisi dell’universo Marvel stesso che, con il personaggio di Iron Man, fa una grossa autocritica.

Se le pellicole dei supereroi si esauriscono nell’arco della solita struttura: origini-maturazione-fine, i sei film previsti dal contratto di Tom Holland gli lasceranno tutto il tempo per amalgamarsi al meglio all’interno di un universo che, con molta probabilità, vedrà proprio il bimboragno al centro per molto tempo a venire.


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