#MCU / Guardiani della Galassia Vol.2 – Recensione

Lorenzo Cardellini

Vorrei iniziare questa recensione con un commento più che lapidario ed anche piuttosto scontato, oltre che banale: i cinecomics sono una moda.

Che l’azione derivata dai personaggi supereroistici, distaccatasi fino a formare una propria branca in maniera netta con l’avvento dell’Universo Cinematografico Marvel, il quale ha imposto al proprio interno una canonicità ed una continuity serrata, sia ormai diventata una vera e propria moda è qualcosa di estremamente chiaro. I cinecomics, come molti altri generi hanno fatto precedentemente, stanno vivendo un momento sulla cresta dell’onda, vedendo il proprio exploit, dove anche le pellicole più scadenti riescono comunque a rivelarsi “successi commerciali“.

C’è chi, guardando questo fenomeno in relazione ai molti altri generatosi nel corso degli anni, ha provato a creare un parallelismo con il cinema d’azione della seconda metà degli anni ottanta e di tutti gli anni novanta. Laddove queste pellicole hanno lasciato un vuoto netto (è innegabile che un certo tipo di pellicole d’azione, più chiassose e sopra le righe, siano venute sempre di più a mancare), solo sporadicamente riempito da veri capolavori, come è stato il trionfale ritorno di George Miller alla sua meravigliosa opera post-apocalittica, con Mad Max: Fury Road, sono intervenuti i cinecomics che hanno pian piano scalato le vette del successo, passando da prodotti che tentavano di dare un’interpretazione delle storie a fumetti, sfonciando spesso nel parodismo più puro, fino a diventare un media autoportante.

Sotto certi aspetti è stato un bene: avere delle storie che si staccassero definitivamente dalle loro controparti, in modo che potessero essere apprezzate da un pubblico ampio che non si esaltasse solo per la trasposizione “frame by frame”, ha fatto si che molto non venisse “storpiato” a seguito di un adattamento forzato e che questi universi distaccati possero dare qualcosa di proprio. D’altra parte sono stati moltissimi i prodotti scadenti che questo nuovo genere ha creato, guadagnandosi, in entrambi i casi, l’odio spesso immotivato di chi crede insozzino semplicemente il buon nome dell’arte cinematografica (qualcuno ha detto Iñárritu?). Da non tralasciare ovviamente i tantissimi puristi che li disprezzano in modo simile ma per motivazioni differenti.

In tutto questo i cinecomics hanno comunque proliferato, divento un genere importante e riuscendo dove molti altri film, decisamente migliori, finisco per fallire, ovvero nell’ambito degli incassi. Questo filone è destinato quindi a continuare lungo tale cammino? Probabilmente no, si arriverà ad un punto in cui il mercato sarà talmente tanto saturo dar far semplicemente prevalere la mancaza di interesse e di apetibilità dell’offerta, facend scemare parzialmente il tutto. Oppure, nella più rosea delle ipotesi, i cinefumetti si radicalizzeranno in maniera così viscerale nella visione comune da riuscire ad imporsi come davvero pochi altri hanno fatto precedentemente.

Ma il punto focale di questo discorso è che francamente non ci interessa. Che durino ancora per cento anni o per un giorno è cosa secondaria. Perché se i cinecomics davvero avevano un obbiettivo, quell’obbiettivo è stato raggiunto, colpito e frantumato da un uomo che viene dalla scuola della Troma e che mai potremo ringraziare abbastanza. I sentori che uno come James Gunn potesse essere l’uomo perfetto per lavori simili era già sotto gli occhi di tutti: Super, film scritto e diretto dallo stesso Gunn, era un campanello più che palese. Con un cast formato da Rainn Wilson, Ellen Page, Kevin Bacon e Liv Tyler il regista era riuscito a superare il precedente Slither, a far tesoro di quanto imparato lavorando a prodotti meravigliosamente kitsch come Tromeo and Juliet, creando un miscuglio di cinecomic, ilarità e la giusta dose di drammacità pragmatica.

Super deve aver, quindi, colpito le persone giuste che hanno poi deciso di dare in mano ad un folle uomo uno sgangherato progetto: creare un film su dei personaggi che, nella maggior parte dei casi, anche gli appassionati di fumetti avevano seguito scarsamente. I Guardiani della Galassia esordiscono infatti nel gennaio del 1969 grazie a Arnold Drake e al sempre meraviglioso Gene Colan e si rendono protagonisti di svariate apparizioni senza però lasciare mai un segno netto, fino agli anni novanta dove una serie regolare con tale nome nasce, interamente gestita da Jim Valentino, chiudendo dopo 62 numeri.

L’oblio avvolge i Guardiani fino al 2008 quando Dan Abnett un gruppo ex novo, gettando le basi per un roseo futuro e facendo partire proprio il Guardians of the Galaxy vol.2, fumettisticamente parlando. Capirete quindi quanto potesse essere rischioso spendere soldi e tempo su personaggi del genere. Eppure una Marvelprogressista” ha puntato il tutto per tutto affidando il progetto ad uomo dalla dubbia sanità, dandogli in mano l’unica cosa di cui aveva realmente bisogno: un budget milionario che superasse qualsiasi aspettativa.

Con tali presupposti, genialità, inventiva e quella valanga di esagerazione tipica del regista Guardiani della Galassia ha preso vita, e fare di meglio era teoricamente impossibile. Come si poteva battere un film così geniale e così spiazzante? Nessuno avrebbe potuto fare di meglio. E se qualcuno ci fosse riuscito non sarebbe sicuramente stato il successore della suddetta pellicola. C’è un limite anche alla fantasia.

O forse no.

Perché se questo limite effettivamente c’è James Gunn non sembra conoscerlo, e, con grande probabilità, non avrà mai sentito il detto che narra come “un fulmine non cada mai due volte nello stesso punto”. Gunn, come il calabrone, vola lo stesso anche se teoricamente non può farlo.

Teoricamente Guardiani della Galassia Vol.2 sarebbe dovuto essere un film divertente, simpatico e dalle dinamiche vivaci, ma non avrebbe dovuto raggiungere gli alti livelli del primo. Avrebbe dovuto strappare consensi ma non giudizi mirabolandi.

Avrebbe.

Quanti condizionali, eh?

L’unica cosa che possiamo dire è che Gunn si è semplicemente buttato tutto alle spalle ed ha fatto l’impossibile. Il regista statunitense avrebbe potuto alloggiare sugli allori, riprendere i meccanismi del primo film e semplicemente riproporli, dando vita ad un prodotto di livello ma che allo stesso tempo non fosse un rischio troppo grande. Così non è stato: James Gunn ha deciso di rischiare il tutto per tutto cambiando completamente le carte in tavola. Non solo è riuscito a bissare qualitativamente, e a superare (visivamente parlando) il capostipite di un nuovo filone fantascientifico, ma ha regalato un film esageratamente sopra le righe che fa di questo punto il proprio pregio più grande. Si tratta di un folle viaggio fatto con i propri amici più cari, con la propria famiglia che con i suoi folli e bislacchi momenti finisce per segnarti in una maniera più profonda di quanto si possa realmente immaginare, facendotelo capire solo a posteriori.

Provate a ripensare ad un bel viaggio fatto con queste persone: sicuramente vi verranno in mente dettagli che non pensavate di poter ricordare, risate stupide fatte in seguito a battute ancor più sciocche, azioni dubbie che hanno finito per creare litigi ma che sono servite ad unirvi di più, cementando in maniera ancor più salda quel disfuzionale rapporto che tutti hanno con qualcun’altro. Ecco, questo è GOTG 2, un film sulla famiglia. Quella vera.

Ed è tantissimo per un cinecomic.

In un mondo dove i supereroi sono coloro che si innalzano guardando dall’alto verso il basso, filosofeggiando su cosa sia più giusto e sbagliato per l’umanità e risolvendo il tutto in un nulla di fatto grazie a casuali dinamiche del tutto alessitimiche, c’è un Drax che ride per battute idiote. In un mondo dove pazze donne leccano sbarre con colonne sonore randomiche tenute insieme per miracolo c’è un Baby Groot dagli occhi grandi che suscita dolci esclamazioni. In un mondo dove tutti gli uomini in calzamaglia finisco per prendersi troppo sul serio non riuscendo a far comprendere la grandezza del messaggio di cui dovrebbero essere portatori c’è un Peter Quill poco cresciuto (ma dal cuore grande) che cita telefilm anni ’80 ed ascolta incessantemente un walkman troppo avanti con gli anni.

In un mondo di Zack Snyder ci è stato donato un James Gunn.

Guardiani della Galassia Vol.2 è tutto ciò ma anche molto di più. È un film eccessivo, lo è dannatamente, ma riesce a farne un punto di forza, catturando lo spettatore con un comparto che fa slogare la mascella. Gunn punta il tutto per tutto sotto tale aspetto e viene giustamente ripagato; il tripudio di colori di questa pellicola finisce per diventare l’emblema di un genere che troppo spesso si abbatte con le proprie mani ricorrendo a scale di grigi. Il regista, coadiuvato da una serie di attori -applausi a scena aperta per Pratt, Saldana, Bautista e Rooker– che interagisce in maniera sempre migliore e più sciolta, ricrea quel clima di familiarità e complicità che risulta fondamentale in un gruppo che voglia essere definito tale.

Attraverso il tono scanzonato e spaccone dei Guardiani riesce a passare un messaggio non indifferente che in film ben più impegnati si era andato perdendo, nel miscuglio di idee dubbie proposte su schermo. Gunn riesce a portare in sala il senso di famiglia ed analizzarlo, seppur con tutte le eccezioni del caso, in maniera spontanea e perfettamente studiata. E, come volevasi dimostrare, non importa minimamente che il regista lo stia facendo trasformando intere rose di personaggi. Sono ben pochi, infatti, quelli che si salvano dall’uragano scaturitosi nella fase di completa riscrittura.

I Guardiani della Galassia sono una famiglia. Questo è il punto fondamentale. Ci sono dei problemi, sicuramente, Rocket sembra fare di tutto per farsi odiare, Drax diventa sempre più strambo e folle ed il “non detto” tra Peter e Gamora risulta essere una questione abbastanza ingombrante. Ma nemmeno il disperato amore che il piccolo Groot sembra avere per le situazioni spericolate o i conti in sospeso con Yondu possono spezzare un rapporto così forte. Perché è questo ciò che una famiglia è realmente: un gruppo di individui, non necessariamente collegati da un legame di sangue, che nel momento del bisogno diviene più unito che mai, non lasciando indietro nessuno.

Potrebbero sembrare dei concetti basilari quelli appena esposti ma possiamo garantirvi che non lo sono affatto e che anzi si rivelano fondamentali per la caratterizzazione di personaggi che in 136 minuti si vanno sempre più delineando.

Altro punto fondamentale è proprio la crescita che si compie, passo dopo passo con il susseguirsi degli eventi, ed è estremamente interessente, oltre che entusiasmante, notare come si vadano delineando seppur rimanendo sempre fedeli a questa unione che li lega, ma con un passato sempre più nitido alle proprie spalle. Proprio in questo sfondo vediamo fare l’entrata in scena di Ego -insieme alla dolce e semplice Mantis– , riscritto e utilizzato per dare delle grandi discendenze ad un umile raziatore. Inutile dire che il lavoro svolto da un attore maiuscolo come Kurt Russel è risultato magistrale, dando il volto perfetto ad un personaggio di fondamentale importanza che finalmente rende giustizia alla Marvel cinematografica sotto molti aspetti.

Capitolo a parte dovrebbe essere scritto per l’antagonista della pellicola che finalmente riesce nel punto debole per l’eccellenza dei Marvel Studios. Un nemico così carismatico e potente mai era stato visto. La folle convinzione nelle proprie azioni e gli spregevoli, seppur vagamente intuibili, crimini di cui si è macchiato ne fanno automaticamente un antagonista di caratura nettamente superiore rispetto ai flebili Loki, inutili Ultron o insipidi criminali di turno (il fantasma del Mandarino da Iron Man 3 riecheggia forte e chiaro).

L’ottima fotografia, le continue citazioni, alcune anche molto difficili da scovare, a situazioni e personaggi, ed una regia dinamica e sincopante (nei meravigliosi combattimenti) rende Guardiani della Galassia Vol.2 una mosca bianca, un esperimento probabilmente irripetibile (fino all’arrivo del terzo capitolo) che nonostante non presenti una colonna sonora altrettanto iconica -sopratutto per la proposta più peculiare rispetto al grande pubblico- regala un susseguirsi di divertimento, risate, riflessioni, azionione esagerata e momenti intensi, mescolati in un pot-pourri dal gusto squisitamente unico.

C’è sempre da imparare e Gunn ci ha dato una lezione che sarà davvero difficile dimenticare.

Ironico, inoltre, come sia un gruppo galattico a farci notare che spesso sarebbe più consono smettere di guardare verso l’altro, sognando inenarrabili meraviglie, e guardarci intorno, ammirando quelle che già ci circondano che, stupidamente, siamo troppo impegnati ad ignorare.

Chapeau.


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