#Netflix / American Vandal

Chi ha disegnato 27 peni sulle auto dei docenti al liceo?

Davvero si basa su questo, American Vandal, uno degli ultimi prodotti messi sul mercato da Netflix?

Sul serio. Il tema genera ilarità a primo impatto, è innegabile. Dà l’idea che il mockumentary (un documentario in cui accadimenti falsi sono presentati come veri) strizzi l’occhio alla comicità demenziale.

È così?

All’inizio, quando ci viene presentato il protagonista Dylan, lo scemo della scuola, riconosciuto da tutti come “disegnatore seriale di peni”, sì.

Dylan è una testa calda e compie ogni tipo di idiozia: si fa video con lo smartphone in classe, dal titolo “allergico alle lezioni di spagnolo”, in cui starnutisce in continuazione; disegna dei peni sulla lavagna durante la lezione; ha un canale YouTube con la sua cricca, sul quale carica video di scherzi del tipo “scorregge sui bambini al parco” o “togliamo i pantaloni ai papà nel parco”.

È il capro espiatorio perfetto per il consiglio scolastico che lo vuole colpevole del vandalismo che ha sporcato tutte le auto dei prof; e quando uno studente ammette di averlo visto mentre disegnava quei peni, il gioco è fatto: unico vero colpevole. Espulsione.

Ma qualcosa non convince Peter Maldonado e Sam Ecklund, due studenti che portano avanti il telegiornale del liceo, di cui Dylan è cameraman, ai quali egli stesso commissiona un documentario che accerti la sua innocenza: i peni che Dylan disegna hanno i peli sui testicoli, mentre quelli sulle auto no.

Da questo apice di demenzialità inizia la vera e propria inchiesta, perché Peter e Sam realizzano il documentario “American Vandal” e indagano a tappeto su tutti gli studenti che potrebbero aver compiuto l’atto.

Il cerchio degli indiziati si stringe a nove persone, cioè i ragazzi che partecipano al telegiornale.

Sono stati infatti loro gli unici in grado di accedere ai file delle telecamere di sicurezza e quindi anche gli unici in grado di cancellare le riprese delle telefamere di sicurezza della mezz’ora in cui i peni sono stati disegnati.

La storia dell’inchiesta sull’atto vandalistico diventa quindi solo un pretesto per mostrare in modo onesto e diretto l’universo adolescenziale.

Bullismo, problemi di popolarità, sessismo e corruzione vengono trattati sullo sfondo della reale vicenda, intrecciandosi con essa, fino a dominare effettivamente la scena.

Il mondo dei social network, in cui i millennials sono immersi fino alla testa, diventa parte integrante della realizzazione del documentario e più volte le riprese professionali si alternano a foto e video di Instagram e Snapchat.

Ne risulta un prodotto ibrido sia nella regia sia nella sceneggiatura.

Un dramedy, per dirla come gli americani, in cui si ride, ma si toccano anche argomenti decisamente più duri, come il sexting (l’invio di immagini e video di nudità su internet).

American Vandal è un mockumentary ottimale e merita la giusta attenzione.

Non fate l’errore di perdervelo solo perché non amate il demenziale. Di demenziale c’è molto poco!


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