#Netflix / Il grande ritorno di Stranger Things 2

Fabrizio Mancini

Finito l’effetto sorpresa cosa resta?
Una serie ottima.
Se pensate che Stranger Things sia solo revival anni ’80, citazionismo pop nerd e scopiazzate a King, non avete capito di che parla.

La prima stagione metteva a confronto tre generazioni, tenendole lontane quasi sempre per poi farle incontrare nella penultima puntata. La seconda invece spinge sui legami intergenerazionali, e ne tira fuori un capolavoro.
Voglio togliermi prima di tutto la cosa peggiore che ho visto.
La grande macchia su questa stagione (quasi) perfetta, è la settima puntata. Ci racconta di un personaggio che abbiamo visto all’inizio della prima puntata, ma aggiunge un arco narrativo totalmente estraneo, sia di eventi che di luoghi, a ciò che è la stagione corrente, che oltretutto ha 9 puntate, una in più della stagione precedente. Un anticipo della terza o un probabile spin off, fatto sta che come per Breking Bad nessuno scorderà la puntata della mosca, per Stranger Things sarà lo stesso per questa.

La storia è la diretta evoluzione degli eventi precedenti a distanza di un anno, senza però essere troppo banali, anche se spesso prevedibili, visto che si tratta comunque di una serie votata al diletto del pubblico, che vuole vedere quella determinata cosa, i Duffer Brothers te la fanno un po’ sudare, con scelte tattiche giuste, come ottimi cliffhanger alla fine di ogni puntata, ma alla fine il pubblico otterrà ciò che vuole.

Purtroppo, altra piccola delusione, è il finale. Non perché sia contrario agli eventi, ma perché se lo scorso anno abbiamo assistito al re dei cliffhanger di fine stagione, quello che vedrete non è minimamente all’altezza.

Vincitori morali sono Dustin e Steve. Senza se e senza ma.
Il primo diventa più protagonista insieme a Will, ma se nel secondo c’è in mano la trama, Dustin è il personaggio più impressionante. Lo spessore che ottiene, nel passare da pura caratterizzazione della stagione precedente a motore di eventi, è enorme e si avverte, tanto che è Mike a farne le spese, in termini di personaggio, che viene a sua volta quasi relegato al secondo piano, con meno spessore.
Dustin invece compie scelte controverse, poi combatte contro queste decisioni, ne paga il prezzo e ne prende coscienza. Semplicemente meraviglioso.

Steve invece diventa la rivalsa, se nella prima stagione abbiamo il re della scuola, stronzetto e antipatico che ottiene le simpatie del pubblico, qui abbiamo uno sfigatelo disinteressato che matura e si stacca decisamente dai suoi coetanei Johnatan e Nancy, che a mio avviso non sembrano minimamente cresciuti, o perlomeno in confronto a Steve.  Il bel tipo dai capelli superfighi si scontra con i suoi sentimenti, conquistandosi l’empatia del pubblico.

Per quanto siano loro i miei vincitori, appare chiaro che il campione sia Will. Se viene quasi da considerarlo come personaggio ricorrente nella prima, come dicevo poco sopra, è il piccolo Will Byers il motore della storia (in effetti di nuovo), ma questa volta la sposta in maniera diretta, la comanda e determina il destino di tutti. La prova attoriale è eccezionale, (in realtà lo è di tutti ma Noah Schnapp, appunto Will, esagera). Si avverte nel suo sguardo la solitudine che lo accompagna, lo scontro con il “mostro” della serie è infinito e la relazione con gli altri personaggi è in continua evoluzione.

Hopper e Joyce tengono alto il loro livello, ma non sono troppo lontani dai personaggi della prima stagione. Hopper si fa però fautore di un interessante legame intergenerazionale, di cui però non dirò nulla. Joyce invece questa volta si trova a combattere per proteggere il figlio, ma le sensazioni che sprigiona non cambiano.

Forse ad essere sottotono è propio Eleven (non la chiamerò mai come la traduzione italiana). Sarà forse perché è coinvolta in pieno nella famigerata 7a puntata, sarà che l’evoluzione degli altri è stata impressionante, fatto sta che sia per gli eventi in cui è coinvolta, sia per il personaggio non c’è lo stesso effetto del vederlo la prima volta, ma non per questo non è intrigante. Vorrei chiarire che il sottotono non s’intende come brutto o sbagliato. La parte migliore di Eleven è chiaramente nelle prime puntate.

Si potrebbe parlare anche di molto altro, della gustosa presenza di Sean Astin, ai più conosciuto come Mikey Walsh o Samvise Gamgee, degli ingressi non molto degni di nota di Max e Billy, più utili agli altri personaggi che all’interesse del pubblico, ma si può anche sorvolare.

Stranger Things si conferma forse come serie regina per il binge watching, che purtroppo finisce. Fortunatamente a lenire il distacco saranno le 7 puntate di “Oltre Stranger Things” con gustosissimi retroscena.


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