#NPE / Il Moby Dick di Sienkiewicz

Datemi del masochista, ma a me Moby Dick piace un sacco.
Si, è un mattone. Di certo non lo leggi in spiaggia. Ha bisogno dei suoi tempi.
Ma quando sei entrato nel giusto mood quasi quasi ti prende.
Le illustrazioni del capolavoro di Melville sono centinaia, accumulate fra grandi e piccoli illustratori nel corso dei secoli.
Alcune rendono l’idea dell’atmosfera cupa e malsana del Pequod, altre sono fin troppo allegre e altre ancora si lasciano prendere dal documentarismo.
E così anche sono tantissimi (ma davvero pochi pregievoli) gli adattamenti fumettistici.
Se nell’olimpo dei comics c’è quello di Dino Battaglia (una delle vette più alte del fumetto nostrano), poco più in basso, a mio parere, c’è quello di Sienkiewicz.
Si, proprio lui, il Sienkiewicz che si è fatto le ossa con New mutants e ha rivoluzionato il fumetto americano con Elektra: assassin e Devil: amore e guerra, fra le graphic novel migliori degli 80’s.
Concettualmente sembra strano.
Un autore così legato ai contesti urban (in Devil: amore e guerra c’è probabilmente il matrimonio stilistico definitivo fra il vigilante cieco e il paesaggio urbano, riecheggiando la poesia decadente di Taxi driver) parla di navi, caccia alle balene e drammi storici?
Però, guardando le cose da un altro punto di vista, sembra l’autore più azzeccato per un adattamento di Moby Dick.
Il libro è famoso per i suoi repentini cambi di stile.
Dallo stile documentaristico al poetico, dal romanzo d’avventura al dramma teatrale, dal monologo shakespeiriano a toni saggistici, il libro è in precario equilibrio fra mille toni, non abbracciandone quasi mai interamente nessuno (forse, nelle parti più noiose, quello documentaristico).
E cosa fa invece Sienkiewicz, nelle sue opere più famose?
Passa dall’astratto all’iperrealistico, dall’espressionismo grottesco al collage, con un grande baricentro stilistico nella plasticità del tratto pittorico (perchè di pittura si parla).
Chi meglio di lui avrebbe potuto destreggiarsi nel mondo dissonante dell’opera di Melville?
Eppure, iniziando a leggere, storicamo un pò il naso.
L’adattamento non è scritto da Sienkiewicz, ma da tale Dan Chichester, la cui funzione sembra più quella di contestualizzare le tavole che portare avanti un intreccio.
Leggere questa graphic senza aver letto il libro (o almeno visto il film) è sconsigliabile. Per il semplice fatto che di quello che succede si capisce poco e niente.
Anzi, l’opzione migliore sarebbe trattare il volume come un libro di illustrazioni, e, immersi in Melville andarsi a vedere come l’artista ha rappresentato quella determinata scena.
Ed è allora che inizia la magia.
Nantucket, il più grande porto delle navi baleniere in America, nel libro, a posteriori, ricorda quasi la Immsmouth di Lovecraft.
Nebbia, odore di pesce e strade deserte e buie, con la venerazione di un dio-pesce che, invece di essere Dagon, è qualcosa di molto più reale, e per questo terribile:
la Balena. Il leviatano.
Sienkiewicz prende quest’atmosfera opprimente e la trasmette tutta intera nelle sue tavole sublimi, presentandoci strade evanescenti e bluastre, con locande immerse nella nebbia più cupa e la gente immersa in un terrore sacro quasi medievale.
Il primo incontro con Quiqueg è immerso in un rosso che ricorda Nolde e Munch, a rappresentare il mondo alieno e terribile da cui l’aborigeno proviene.
E già fino a qui (sono pochissime tavole) lo stile è cambiato mille volte.
Pastello, matita, vaghezza e iperdefinizione, tutto insieme con apparente naturalezza.
Ma è più avanti che ci si rende conto della strategia di Sienkiewicz.
Si è allontanato il più possibile da Battaglia, ma si è congiunto col suo discepolo.
L’irraggiungibile Sergio Toppi.
La costruzione delle tavole, la gestione di pieni e vuoti, il texturing di tessuti e decorazioni che diventa protagonista a scapito della plasticità, tutto questo si sposa col pennello dell’autore di Elektra: assassin in un sposalizio da urlare al miracolo.
Con l’entrata in scena di Achab, la tavolozza, già non esattamente coloratissima, si incupisce ancora di più.
Il capitano sembra fuoriuscire dal nero, il volto scavato ed espressionista, il cappello alto che ricorda la corona di un re.
Il cielo si tinge di rossi e blu alieni, e le acque diventano la sede di fantasmagorici terrori fatti di Leviatani e oscurità.
Nell’atmosfera alla Otto Dix che permea il tutto, le parti ‘saggistiche’ del romanzo spuntano come per dare un attimo di respiro al terribile universo del Pequod.
La realtà invade il racconto, con realistiche rappresentazioni di balene e un ritorno al fumetto ‘classico’ (almeno nella descrizione dei personaggi) nell’excursus sulla storia del Leviatano in mitologia.
Le (poche) vignette sono incasellate da cornici a volte etniche a volte liberty, mentre i paesaggi vengono invasi da ghirigori rossastri. Denti di balena si materializzano all’improvviso a incorniciare personaggi che parlano, o grezze linee a tempera o a china evidenziano dettagli delle anatomie, a sottolineare i gesti dei personaggi.
L’assalto finale alla balena bianca è puro caos.
Schizzi stile action painting decorano l’anatomia del leviatano deformata da movimenti devastanti.
I dettagli realistici sulla nave, che spuntano, minuscoli, fra le spash pages finali, sono inutili a riportarci sulla terra.
Poi, solo nero, da cui spunta, quasi invisibile, la coda di Moby Dick.
Achab e Moby Dick, gli unici due personaggi che spuntano dal nero, sembrano essere rappresentati come gemelli, o legati indissolubilmente dall’ombra.
L’ultima tavola ci fa respirare, mostrando Ismaele, sopravvissuto per miracolo, reggersi ai resti del Pequod, in una rappresentazione naturalistica, segno che l’orrore che deformava la realtà è finito.
E con lui il goderci questa meraviglia che Sienkiewicz ci ha regalato.


Comments are closed.

Caricando...