#Orfani / Juric: La regina è morta, viva la regina – Recensione

Mirko Tommasino

Con il terzo numero, si chiude la stagione di Orfani (Sergio Bonelli Editore) dedicata alla presidentessa Jsana Juric. Se nei primi due numeri abbiamo ipotizzato una parabola discendente per la nostra Imperatrice nella chiusura del suo ciclo narrativo antecedente alla narrazione delle altre stagioni di Orfani, il personaggio si conferma, per l’ennesima volta, in grado di cadere sempre in piedi, altrimenti non sarebbe quel leader temuto e carismatico che tutti abbiamo imparato a conoscere.

In questo numero, Émile Bogdan apre il suo capitolo finale con una figura cara all’immaginario di Roberto Recchionil’Albero delle Pene. Qui, Odino sacrifica se stesso a se stesso per ottenere il dono delle Rune, parole con cui dominare il mondo. Allo stesso modo, la vita della Juric è stata un susseguirsi di sacrifici personali per ottenere sempre maggiore potere nel mondo, attraverso la sua ascesa, pagando anche lei con un occhio l’obolo per la strada verso la saggezza.

Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, nulla può frapporsi tra Jsana e il potere, nemmeno la sua vita e la sua incolumità. Il dolore altrui, come quello personale, è la moneta di scambio in una corsa senza fine, almeno fino a questo momento. In La regina è morta, viva la regina, l’arco narrativo del personaggio ha una svolta decisa, concedendo a Jsana per la prima volta (dopo la morte del padre) la vicinanza di un altro essere umano: una figlia.

Questa scelta può apparire in contrasto con la sete di potere alla base della caratterizzazione del personaggio, ma proseguendo con la lettura notiamo che anche quelle che appaiono a prima vista come debolezze concorrono a creare quell’incastro perfetto che è l’immagine pubblica della Juric. Citando Salomè, tra le ceneri e il sangue della cellula terroristica che l’ha sequestrata, la presidentessa trova Efia, vittima di angherie da parte del capo dei terroristi e responsabile del massacro. La Juric legge sul suo volto lo stesso dolore che le appartiene: come lei, la ragazzina ha trovato la forza per reagire ad un grande dolore personale, nel modo giusto e al momento giusto, per questo motivo Jsana cerca e crea un contatto nelle cicatrici che le accomunano.

Attorno a lei plasma un mondo, sotto una campana di vetro: senza uomini, dunque, senza minacce. La bambina cresce rapidamente e la osserviamo diventare nemesi dell’ideologia materna, rappresentando tutto ciò che possa andar contro il potere immenso della presidentessa: la ribellione figlia della violenza. Le pagine successive raccontano questa verità: sembra che Efia sia una scheggia fuori controllo ma, allo stesso tempo, il suo collettivo è finanziato dai soldi della madre (che, occasionalmente, ingaggia i ragazzi per creare subbuglio). Se da una parte, dunque, abbiamo l’ordine estremamente misurato costituito dalla Femme Fatale dai capelli rossi, dall’altro abbiamo il bisogno di distruzione difficilmente contenuto da un corpo abissino. Chi è più forte? La forza inarrestabile o la montagna inamovibile?

Nella scena chiave, la figlia sceglie di morire per mano della madre, condannando quest’utima all’eterna pena dell’avere anche il suo sangue tra mani, restando sempre fedele ai suoi ideali. Contemporaneamente, la madre offre nuovamente la via di casa a colei che ha cresciuto e ha morso la mano che l’ha nutrita, con una proposta di perdono (per utilizzarla ancora a suo vantaggio? Per reale amore materno?). Entrambi i personaggi per restare fedeli alla loro natura rifiutano il cambio repentino di posizione, condannandosi a vicenda (come si evince chiaramente dal gioco d’inquadrature di pagina 85).

Quest’ultima esplosione (con cui si chiude anche la sottotrama dell’EMR, dove Jsana prende il posto del padre adottivo) e le sue conseguenze, vediamo confermata un’ultima volta la capacità di premeditazione della Juric, abile lettrice delle reazioni umane: Jsana vince, decidendo chi mettere sul carro dei vincitori e chi lasciare a terra in mezzo al sangue dei perdenti, senza fare distinzioni tra chi l’ha seguita e chi ha attentato alla sua vita. Osserva le persone tutte sullo stesso piano, come Odino che osserva il mondo con un occhio solo, senza ulteriore profondità.

In chiusura d’albo, vede il suo epilogo anche la trama di Bogdan, nel modo (per lui) peggiore che si possa immaginare. La regina dei ragni ha tessuto la tela ben oltre la sua morte, coinvolgendo tra i suoi fili chiunque potesse esserle utile. Il biografo teme per la sua vita quando Garand vuole controllare il suo operato, senza sapere che, in realtà, ha fatto esattamente quanto richiesto. Ha involontariamente reso la presidentessa una martire, consegnandola alla sua croce per liberare il popolo da un’eredità di dolore, rendendola a pagina 94 immagine stessa della misericordia, trasformando La biografia del male ne Il mostro che ha salvato il mondo. In questo modo, Émile si cosparge il capo di cenere ed espia ogni colpa in prima persona. La regina è morta, fagocitata dal suo stesso popolo, mentre un nuovo re è in arrivo.

Tirando le somme di questa stagione, possiamo affermare che il male non lascia spazio al bene, e in un sentiero di dannazione l’unica via percorribile è corrompersi fino in fondo, restando fedeli a sé stessi. Jsana Juric ha fatto della corruzione del corpo e dell’anima lo strumento per ottenere ogni cosa volesse, trascinando con sé il mondo, in una spirale di dolore e morte. Paola Barbato cuce sul personaggio una veste di seta intrisa di sangue disegnata ad altissimi livelli da Luca Casalanguida (con gli evocativi colori di Andres Mossa), mentre Nicola Mari firma il terzo, terribile, ritratto di famiglia (im)perfetta, chiudendo idealmente la trinità di Meninas vista con gli occhi di Francis Bacon più che di Velazquéz, colorato con toni sempre più freddi e malati da Barbara Ciardo. Mentre il prologo e l’epilogo è firmato dal consolidato duo Roberto Recchioni / Andrea Accardi.

Orfani: Juric – La regina è morta, viva la regina è un albo edito da Sergio Bonelli Editore, in edicola dal 15 dicembre al prezzo di4.50 €.

 

le roi est mort, vive le roi! ‹lë rà è mòor vìiv lë rà› (fr. «il re è morto, viva il re!»). – Formula con cui nella monarchia francese precedente alla rivoluzione si annunciava al popolo contemporaneamente la morte del re e l’avvento del suo successore, volendosi così affermare la continuità ininterrotta dell’istituto monarchico. La frase è rimasta nell’uso per indicare (talvolta in senso scherz.) la continuità di una carica o di una funzione, che nel buon senso popolare si esprime in ital. con la sentenza «morto un papa, se ne fa un altro».

Fonte: http://www.treccani.it/vocabolario/le-roi-est-mort-vive-le-roi/


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