#Orfani / Sam: Il deserto nero – Recensione

Mirko Tommasino

La sesta stagione di Orfani: Sam prosegue a ritmo serrato, senza lasciare un minuto di (vero) riposo ai suoi protagonisti.

Prima di entrare nel merito della vicenda raccontata in questo numero da Roberto Recchioni e Michele Monteleone, voglio focalizzare l’analisi su uno degli aspetti del volume che maggiormente colpiscono il lettore: la copertina di Carmine Di Giandomenico con i colori di Giovanna Niro, i disegni di Luca Casalanguida e Sergio Mancinelli, e i colori di Andres Mossa. Il deserto nero, questo è il titolo dell’albo e, a giudicare dalla qualità delle tavole, sembra davvero di essere anche noi immersi in tale ambiente, come i protagonisti. La testata ci ha sempre abituati a disegni e colori di altissima qualità, ma questo è uno dei casi definibile tranquillamente come punto d’eccellenza. Oltre ad essere ben leggibili le azioni all’interno delle tavole (sia le più movimentate, sia le più statiche), tutto il volume mantiene una coerenza visiva con elementi ben distinguibili: il vento (inteso come macchie e linee) e la palette dei colori (e dei neri). Sia nelle pagine ambientate nel presente, sia in quelle fuori dallo spazio e dal tempo della continuity (senza fare spoiler), pur cambiando stile il passaggio resta gradevole, visivamente molto potente.

Entriamo ora nel vivo della storia:

Sam e i figli della Juric si addentrano nel deserto di Nuovo Mondo, diretti a una possibile salvezza. Ma in quel nulla fatto di roccia e sabbia finiscono nel luogo meno sicuro per loro… una nera cattedrale in cui viene professato il culto della Madre Severa, quella che per alcuni è la salvatrice dell’umanità e, per i due bambini, il centro del mistero legato al loro passato: Jsana Juric.

Ricordate la favola di Hänsel e Gretel? È stata una dei capostipiti del filone narrativo dei bambini persi nel bosco che entrano in un mondo straordinario e ne restano allo stesso tempo spaventati ed affascinati. Questo numero rappresenta il primo crocevia per i due orfani figli della Presidentessa, che per la prima volta vengono messi realmente a conoscenza del loro passato.

I due non entrano in una casa di marzapane, ma in qualche modo ciò che li attende è comunque un mondo ingannevole che a prima vista appare sicuro. Ad accoglierli nella nera cattedrale ci sono i fedeli del culto della Madre Severa (la terza “madre” di Orfani, se contiamo -a suo modo- Ringo, Rosa, Juric e Sam), che si autoproclamano a loro volta Orfani. Dopo aver osservato in diretta la vita della Juric nella mini-stagione a lei dedicata, guardare in differita dei flash sulla sua vita (mai privata, sempre volta alla comunicazione di un ideale ben preciso) fa un certo effetto. Perché ha funzionato, tutto, dall’inizio alla fine. Il suo piano volto a diventare un simbolo, un’effige inarrivabile, lontana dalle sudicie dita del popolo, è riuscito: viene idolatrata come una divinità, con tanto di apostoli e traditori che non hanno seguito la sua strada. I suoi figli sono le sue reliquie viventi, il lascito che ha seminato alle sue spalle quando ha lasciato questo mondo. Perseo e Andromeda erano all’oscuro di tutto ciò e, dopo un’iniziale accoglienza calorosa nei loro confronti (fraintesa come mera ospitalità nei confronti del nemico del mio nemico), sono costretti a fare i conti con un passato che ora diventa inevitabile, con reazioni differenti.

Il punto clou dell’albo è figlio di una serie di scelte che cadono, fondamentalmente, sulle spalle di uno dei ragazzini, costruito in modo inequivocabilmente chiaro. Queste scelte andranno a mutare il rapporto tra i tre viaggiatori? Probabilmente si. Le reazioni diverse dei due giovani (in particolare di uno delle due) fa intendere precisamente la loro discendenza familiare, mostrando riferimenti chiarissimi ai rispettivi genitori.

Il primo volo nella terra degli adulti da parte dei due ragazzini non passa certo inosservato, attirando l’attenzione dei nemici lontani, che porterà le diverse linee narrative dedicate ai vari personaggi a convergere, anche solo per un istante, sullo stesso punto. Il deserto nero, tanto minaccioso quanto necessario (come ogni bivio importante) chiede il suo tributo di sangue prima di lasciar passare oltre i protagonisti, ricordando al lettore quanto ogni scelta possa portare a delle conseguenze che vanno bel oltre la scala di quelle valutate a priori.

Questa sesta stagione continua a convincere, sia nei contenuti sia nelle soluzioni visive per raccontarli, rimandando il lettore a riferimenti culturali propri del nostro retaggio (con una chicca in chiusura di numero). Fondere l’archetipo della prima avventura nel bosco con quello della cattedrale nel deserto è una soluzione che permette due approfondimenti interessanti: due preadolescenti sentono il bisogno di emanciparsi, mostrando la loro indipendenza dal controllo del surrogato materno, andandosi a perdere in una struttura desueta di un governo lontano, che viene riconvertita in altro secondo i bisogni primari della popolazione, andando oltre i divieti di un governo che, all’apparenza, è troppo lontano per ascoltarli.

 


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