#PaniniComics / Karnak: Il punto debole in ogni cosa – Recensione

Lorenzo Cardellini

Filosofia contro religione.

Pensiero analitico contro puro sentimento.

Razionalità contro irrazionalità.

Studio contro fede.

Karnak di Warren Ellis è tutto questo e molto di più in appena 120 pagine. Parlare di un prodotto realizzato da un mostro sacro come Ellis è quantomai complesso, in quanto il bagaglio che l’autore porta con se risulta talmente tanto grande da non poter essere lasciato fuori dall’equazione. D’altronde Ellis è uno di quegli autori che ha fatto rifiorire il concetto stesso di fumetto in un periodo storico notoriamente buio come gli anni ’90, creando nuovi standard e nuovi modi di concepire l’essenza della nona arte.

Opere come The Autorithy, Planetary o Transmetropolitan hanno fatto scuola su più livelli, segnando, insieme ai lavori di Morrison, dei punti fissi per tutta la produzione fumettistica successiva. C’è da dire che nonostante l’autore britannico abbia sempre dato il meglio di sé nelle produzioni creator-owned anche tutti i lavori a sfondo supereroistico da lui realizzati sono riusciti a segnare fortemente il mercato: Destino 2099 ne è una dimostrazione lampante. Una serie geniale che è riuscita a differenziarsi completamente rispetto a molte altre coetanee, la quale risulta tutt’ora estremamente accattivante ed intrigante (vi consigliamo vivamente di recuperarla in questo formato).

In tempi recenti l’autore è stato artefice del rilancio di Moon Knight, rivisto in chiave ancora più folle di quanto fatto da Huston o Bendis, con uno spaccato sulla sua vita da vigilante urbano di indole violenta mosso da distorti, seppur parzialmente positivi, ideali.

Ecco, un lavoro molto simile è stato fatto con Karnak, personaggio dallo straordinario potenziale mai sfruttato in tempi recenti. Molto vicino alla famiglia inumana la storia del Magister della Torre della Sagezza è stata travagliata, riuscito a differenziarsi rispetto al chi lo circondava, pur non perseguendo tale scopo. Essendo uno dei pochissimi inumani a non essere stato sottoposto alle Nebbie Terrigene Karnak risulta privo di poteri ma non di potenziale. Se questo combattente filosofo è riuscito a raggiungere tali livelli di grandezza è solo grazie al suo straordinario intelletto, utilizzato al fine di analizzare in modo analitico, e quantomai approfondito, la realtà tutta. Tale minuziosa osservazione lo ha portato alla maturazione di una personale concezione del mondo e degli esseri che lo popolano.

Ma, in definitiva e senza ulteriori giri di parole, se riuscissimo ipoteticamente a mantenere l’imparzialità che spesso è difficile non accantonare quando si parla di artisti così eccezionali, di Karnak cosa rimarrebbe? Cosa dovrebbe essere questo fumetto? Avrebbe realmente qualcosa da trasmettere? Varrebbe coscientemente il tempo speso nella lettura?

In modo molto schietto: si.

E non si tratta di una di quelle sentenze esternate sull’onda dell’emozione o pronunciate senza cognizione di causa. Stiamo parlando di un “Si” lapidario, che non avrebbe bisogno di spiegazione alcuna, in quanto il volume è la spiegazione stessa. Volete davvero comprendere perché Karnak si sia guadagnato un “Si” così inamovibile? Per una volta affidatevi alla curiosità, allo spirito critico, alle divinità monoteiste o politeiste. Francamente non importa ciò che facciate. L’importante è che vi procuriate questo volume.

Leggetelo, fatelo vostro e vivete le idee di Karnak. Che le odiate o le amiate non cambierà molto: ciò che conta è che almeno tentiate di capirle. 

Perché tutto scorre e all’universo non interessa della vostra opinione.

A Karnak non interessa e probabilmente nemmeno a Warren Ellis.

E finché tale disinteresse, tale noncuranza (o tale eccessiva considerazione a seconda di come si voglia vedere la storia), di un giudizio che ha comunque l’ambivalente funzione di essere e, allo stesso tempo, non essere importante porterà alla produzione di lavori simili è ben accetto.

La recensione potrebbe finire quindi così, con voi che chiudete una scheda del vostro browser ed andate ad acquistare un bel fumetto degno di tale epiteto. Ciononostante non si tratterebbe di una recensione, quanto di una più semplice constatazione infarcita di nozionismo (la quale svolgerebbe, a dire il vero, la funzione adatta) e non si tratta di ciò che effettivamente questo lavoro richiede.

Per tale motivo cercherò, al meglio delle possibilità, di descrivervi quanto fatto da Ellis. Karnak è un opera follemente intrigante che mette a confronto due differenti realtà, giocando puntualmente sulla dualità delle cose e dell’essere in quanto tale, fondendo le coppie di elementi in vorticose spirali che avvolgono il lettore per poi scuoterlo, portandolo ad analizzare veri e propri principi filosofici, da capire e comprendere.

La dualità è rintracciabile in ogni elemento che contribuisce a dare vigore ad un’opera così ben realizzata, nonostante i problemi di percorso. Attraverso i pensieri di Karnak che si va a contrapporre a quella del buon Coulson, convergendo poi con ideali di altri personaggi, si viene a scoprire la visione delle cose che gli abitanti della Torre hanno, di come abbiano posto la venerazione della roccia, nella sua forma più monolitica, alla base del proprio pensiero.

Ellis utilizza in modo spettacolare un semplice oggetto inanimato per gettare le basi di una visione singolare  che tende ad abbattere la concezione di Io, Superio ed Es, i quali vengono abbattuti in favore di una analisi che potremmo definire, erroneamente, nichilista ma che è “semplicemente” volta a dimostrare quanto l’esistenza stessa sia insignificante se posta in relazione all’immensità dell’universo e degli elementi che lo compongono.

L’universo stesso esisteva prima dell’uomo, esiste insieme all’uomo ed esisterà dopo che l’uomo sarà scomparso, senza aver lasciato nessuna vera e significativa traccia del suo passaggio. Comprendere che una visione del genere viene direttamente inserita in un universo narrativo in cui il salvataggio dell’esistenza stessa è puntualmente in mano agli esseri qui definiti come “niente” potremmo accorgerci, in maniera ancor più netta, di quanto sia crudo il taglio che l’autore britannico ha voluto fornire all’opera. 

Non si risparmia mai e laddove l’azione ricopre un ruolo altrettanto importante i testi vengono proposti quasi sempre attraverso ragionamenti filo-sociologici. Il problema nasce quando Karnak è costretto a fare i conti con ciò che tanto disprezza, ovvero tutta quella visione fanatica ed idolatrante convinta di poter ottenere solo chiedendo, semplicemente idealizzando qualcosa e sublimando i propri desideri.

My Gods will becomes me. When he speaks out, speaks through me. He has needs like I do. We both want to rape you – Tool, Opiate.

Karnak è un essere completamente solo. Un diverso, il quale, nonostante conviva con chi ha utilizzato la diversità per creare le basi di una società nuova, non riesce ad inserirsi nemmeno in quella che dovrebbe essere la propria gente. L’allenamento intensivo e lo sviluppo di una tecnica capace di individuare il punto debole in ogni cosa, materiale o organico che sia, hanno portato Karnak all’elevazione, mista ad una completa deumanizzazione, di stampo asettico, facendone quasi un essere trascendentale unicamente devoto alla filosofia, capace di trovare una falla anche nella morte.

Proprio per questo una figura dai tratti cristologici, un nuovo messia creato dalle Nebbie Terrigene, tende a destabilizzare persino lo status quo di un essere che sembra non avere alcun punto debole.

Perché alla fine è di questo che Ellis parla, della fragilità umana e di come, in un modo o nell’altro ci si nasconda dietro a facciate che non possono avere quasi mai un valore assoluto. Le variabili sono infinite e nessuno è invincibile. Quello di Karnak è un percorso verso tale terribile consapevolezza, sovrastata da traumi e complessi di natura molto più terrena di quanto voglia effettivamente far credere.

In questo volume vengono combattute molte più battaglie a livello ideale, attraverso le parole, rispetto agli effettivi colpi scagliati. In tutto ciò la dose di violenza mostrata tocca comunque livelli altissimi, dando un taglio ancor più adulto ad una storia già propriamente di nicchia, divenendo un ponte tra il mainstream e l’autoriale.

Quanto detto è avallato da un comparto grafico altrettanto possente realizzato da Gerardo Zaffino e Rolando Boschi. Senza nulla togliere al bello e dinamico tratto di Boschi, al quale si deve riconoscere il merito dell’effettivo completamente di questa serie, la vera sorpresa è quel Zaffino, figlio d’arte del grande maestro argentino Jeorge Zaffino, il quale mostra i muscoli con un lavoro semplicemente eccezionale.

Dal tratto squadrato al bellissimo uso dei retini, impiegati saggiamente, tanto da dare tono, divenendo un valore aggiunto dei primi due numeri realizzati dal disegnatore, tutto è perfetto. Purtroppo divergenze personali con lo stesso Ellis hanno portato l’autore ad abbandonare prematuramente la serie, non fornendo il comparto inizialmente pensato. Un lavoro simile brama continuità in tutta la sua evoluzione ed il cambio di matite, oltre che il soccorso prestato da Antonio Fuso per terminare le pagine conclusive del secondo numero, non ha fatto altro che mettere a segno un colpo contro l’economia stessa del progetto.

C’è, comunque, da sottolineare come il lavoro di Boschi sia stato all’altezza e si sia imposto come prosecuzione spirituale di quanto iniziato grazie ad un approccio stilistico molto pertinente, culminato in una spettacolare tavola posta quasi in chiusura del quinto numero.

Karnak, raccolto da Panini Comics in versione cartonata, è un ode. Un ode al fumetto fatto con criterio e senza freni inibitori. Al suo interno c’è tutto Warren Ellis, c’è una singolare visione del mondo che segue dei principi ferrei. C’è critica ed analisi. Filosofia e fondamento religioso.

Karnak è e non può non essere.

Quindi andate in fumetteria. Leggetelo, metabolizzatelo e magari provate a consigliarlo a chi non riesce a vedere il mondo del fumetto moderno per quello che è realmente: una fucina di ottimi prodotti, troppo spesso ignorati o denigrati.


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