#PaniniComics / King-Size Kirby – Approfondimento Storico

Più passano gli anni e più mi rendo conto che è impossibile recensire certi fumetti. Impossibile, perché alcune opere travalicano l’estetica e ogni definizione è inutile. Anche la critica dura e pura lascia il tempo che trova visto che critici internazionali di ben altra levatura hanno già analizzato abbondante l’opera del Re. Ora potete pensare che l’analisi storica sia un ripiego, invece è stata proprio la lettura del volume “King-Size Kirby” ad ispirami queste considerazioni.

L’opera (edito da Panini Comics) è una raccolta oculata che offre in una prospettiva a 360° sul fumetto americano visto attraverso gli occhi del Re. Se grattiamo la superficie e andiamo oltre il contenuto delle singole storie, quello che ci resta è una unica grande storia, quella di Kirby. Una storia che si interseca con quella del fumetto americano talmente in profondità da non farci capire quando inizia l’una e finisce l’altra, visto che il fumetto americano di ieri e di oggi è ciò che è grazia a Jack Kirby.

Solo chi ha letto questo volume (o conosce perfettamente l’opera del Re) può rendersi conto del piacere generato dal guardare in ottica storicizzata l’evoluzione artistica di Kirby e del comics. Il volume si apre con una storia solo disegnata dal Re. Una banale avventura di guerra con un raffinato utilizzo della componente simbolica (Mercurio/Ermes è il dio della comunicazione e sconfigge Marte, la guerra, minando le comunicazioni dei soldati). Apparentemente una storia semplice che, se letta nella giusta ottica, mostra i primi elementi utili per analizzare la storia del fumetto americano.

Ci troviamo in America, una nazione che muove i primi passi fuori dalla crisi del ventinove. Una nazione che tituba davanti le marce naziste. In questo contesto Kirby (ebreo come molti altri fumettisti della sua generazione) pensa che gli americani non siano interessati alla questione ebraica, anzi, i nazisti sono potenti anche nel nuovo continente e non è meglio inimicarseli. Letta in quest’ottica la storia diventa un classico esempio di come i comics, in una prima fase, sviino il più possibile sull’affare europeo, ma non solo, è anche un esempio di come molti autori (Kirby in primis) insistano sull’affrontare il tema bellico.

La svolta per gli stati uniti non tarda ad arrivare, siamo nel 1940, i giapponesi non hanno ancora attaccato Pearl Harbor e il presidente Roosevelt tituba. Mentre l’America si divide tra interventisti e isolazionisti Jack Kirby (con l’irruenza che lo ha reso celebre in tutto il mondo) manda Capitan America in Germania a pestare Adolf Hitler. I fumetti interagiscono addirittura con un capo di stato tollerato dal governo americano e il dado è tratto. Proiettiamoci per un secondo nell’America del ’40, la forma d’arte che invade le case degli americani non è ancora la televisione, la radio è moderatamente diffusa, i cinegiornali sono ad appannaggio di pochi e la forma d’arte più venduta ed influente nel paese (causa anche la scarsa alfabetizzazione) è il fumetto.

Quest’immagine, in anticipo sui tempi, introdusse un nuova idea nella mente degli americani: “Dobbiamo entrare in guerra perché è giusto. E vinceremo perché siamo l’America!” Kirby (come Will Eisner, Stan Lee, ecc…) non porterà avanti la guerra solo con i fumetti e presto sentirà il bisogno di sostituire la matita con il fucile.

Sono sicuro che durante le lunghe notti al fronte il Re abbia pensato al suo tavolo da lavoro, ai personaggi che lo aspettavano a casa, impazienti di continuare a “vivere” attraverso la sua matita. E sono altrettanto sicuro che nessuno  di questi fumettisti-soldati immaginava quello che sarebbe successo una volta tornati dalla guerra.

Il secondo blocco di storie fa parte di quella zona grigia che divide la Golden dalla Silver Age, un epoca caratterizzata dalla paranoia, dall’oscurantismo e dalla  caccia alle strega di Wertham

Questa dal punto di vista storico-artistico è forse la parte più interessante del volume. Colpiti dalla censura i pochi editori che non erano falliti dovettero riorganizzare i contenuti dei loro albi a fumetti. Viene facile pensare che le storie pubblicate siano insulse e prive di mordente, ma stimo parlando del Re che, di li a poco, fuse le componenti migliori dei generi risparmiati dalla censura e creò la Marvel
Notate bene come le storie proposte rispecchino singolarmente le componenti cardine della Marvel: fantascienza, storie d’amore, giovani eroi e mostri incompresi.

Dopo una lunga serie di sperimentazioni con storie spesso derivate dal cinema e dalle nuove scoperte scientifiche la Marvel trova una sua natura finale al sicuro dalla censura: giovani mostri a cavallo tra romanticismo e fantascienza. Ora manca solo un tassello perché la magia della Marvel si compi, il Re deve far tornare le sue creature prediletta, deve far tornare i supereroi.

Anche ora potrei parlare dello stile di Kirby, ma direi quello che hanno detto tutti e invece voglio farvi soffermare su un piccolissimo dettaglio di cui non si legge molto spesso: i Fantastici Quattro nella loro prima apparizione non indossano mai il costume, non si palesano come supereroi e, a conti fatti, la loro prima avventura è più fantascientifica che altro. Anche la prosa didascalica di Lee svia il lettore dalle scene a rischio censura come il furto del razzo dalla base militare. Oggi diremmo che Stan e Jack la stavano “toccando piano” e nonostante tutto i nuovi eroi entrato di petto nelle menti e nei cuori dei lettori.

Il resto è storia, storia del fumetto americano, storia dei super e storia dell’editoria popolare intrecciate con la storia Jack Kirby. Un Re vissuto all’ombra di uomini che hanno frustrato la sua arte (sia in Marvel che in DC) accogliendolo per poi respingerlo durante tutti gli anni ’70. Il volume per forza di cose manca dell’esperienza di Kirby in Dc ma ci presenta comunque il suo ritorno in Marvel dopo i fasti delle origini. Questa volta però troviamo un Re al quale è stato riconosciuto il suo ruolo, il suo tratto è sicuro, la sintesi solida e finalmente anche la Marvel gli concede di scrivere le storie che fino a pochi anni prima poteva solo disegnare. Jack torna in Marvel forte dell’esperienza in Dc, molte delle cose che aveva dentro sono state dette e ora è pronto per le ultime sfide: approfondisce con “Gli Eterni” molte delle tematiche dei “Nuovi Dei” scostandosi però dalla visione greca/umanizzata del dio per abbracciare anche l’aspetto più misterioso e trascendentale. Con il ritorno in Marvel si permette anche delle parentesi tendenzialmente ironiche come lo splendido “Devil Dinosaur” e il “What if?” in cui i Fantastici Quattro sono la redazione Marvel, lui compreso. Ma soprattutto ci regala “Le Battaglie del Bicentenario“, brevi storie di Capitan America che si rivelano degli spietati affreschi in grado di far emergere le luci e le ombre che hanno contraddistinto la storia americana. Una storia che il Re ha contribuito ad arricchire con le sue opere e per cui gli saremo eternamente grati.

Se siete interessati ad approfondire l’origine del Re dei comics vi suggerisco un video.


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