#PaniniComics / Marvels Edizione Definitiva: poco sotto le meraviglie – Recensione

Lorenzo Cardellini

We’re just a little below, a little lower than the angels and that’s alright, that’s alright with me.

A Little Below the Angels, Ace Frehley.

La forza del fumetto supereroistico, sin da quando è divenuto tale per come viene percepito ai nostri giorni, è sempre stata il riuscire a far empatizzare il lettore con i personaggi fittizi presenti nelle storie, nel farlo immedesimare in loro, facendo sentire quei poteri e quella responsabilità di chi può tutto sulla propria pelle, immergendolo in avventure urbane, cosmiche, soliste o di gruppo. È stato per tanto tempo così ma tutti, almeno una volta nella vita, si sono posti la fatidica domanda: se vivessi in un mondo dove le figure supereoristiche sono una realtà tangibile, come affronterei la cosa? Riuscirei ad accettarla, mi schiererei apertamente con i paladini della giustizia oppure mi soffermerei più approfonditamente ad analizzare una situazione che potrebbe apparire semplicistica ma che in realtà risulta avere profonde implicazioni filo-morali?

Se non vi siete mai posti tali domande forse avete sempre letto i fumetti supereroistici sotto un’ottica differente, senza andare ad approfondire un determinato tipo di dinamiche più che seminale per la comprensione di un universo che è così densamente popolato di “meraviglie”. Ed è proprio tale tema che decidono di affrontare Kurt Busiek e Alex Ross nei primi anni ’90: spostare la lente d’ingrandimento dal supereroe all’uomo comune, analizzando come quest’ultimo potrebbe percepire la venuta di questi nuovi esseri, subendola, metabolizzandola ed analizzandola con i pregi ed i difetti che solo un essere umano, nella sua complessa semplicità, può avere.

Ed è così che ci ritroviamo ad avere una storia completamente atipica, dove quelle figure tanto famigliari che abbiamo letto per anni fanno da sfondo ad un mondo impaurito dal cambiamento e ci appaiono più alienanti e lontane che mai. Ciò che Busiek pone sotto analisi è come l’essere umano può percepire tale evento, il suo impatto sulla popalazione attraverso il cambiamento e la formazione di dinamiche che lo portano a sentirsi fortemente impotente di fronte a creature che possono tutto, sviluppando con queste un rapporto disfunzionale, fatto di una continua mescolanza tra amore ed odio, eternamente destinato ad esistere.

La dicotomia presa in analisi da Busiek ci porta ad intraprendere un meraviglioso viaggio attraverso l’obbiettivo fotografico di Phil Sheldon che, durante la sua veneranda carriera di fotografo prima e giornalista/scrittore poi, intraprende, vivendo il nuovo avvento, sin dagli albori. Phil, infatti, si ritrova ad essere testimone dei più grandi avvenimenti che coinvolgono le “meraviglie” (così definite dal fotografo stesso) e a vivere i più disparati stati d’animo, provocati da questi esseri portatori di una nuova realtà, completamente differente da tutto ciò che sia mai stato visto.

Phil c’è quando tutto ha inizio con l’esperimento andato male del Professor Horton, c’è all’arrivo di Namor e durante gli scontri che vedono coinvolti questo e la prima Torcia Umana. C’è quando gli eroi assaltano i nazisti dandogli ciò che meritano, è presente quando l’era d’oro finisce per lasciare spazio a qualcosa di nuovo ed ancora diverso, che consolida lo status quo dei Marvels, i quali sono ormai una realtà effettiva anche se così surreale. Assiste alla persecuzione mutante, prendendone addirittura parte, è presente al matrimonio di Reed Richards e Sue Storm, all’arrivo di Galactus, durante la caccia a Tony Stark e, sopratutto, c’è quando il fiore più candido dell’Universo Marvel viene spezzato.

Ma oltre ad essere presente a tutti questi eventi Phil li vive e muta con loro, maturando una propria visione delle cose, venendo più o meno inconsapevolmente influenzato dal giudizio esterno della società. Essendo egli stesso un membro della società come può diffidare di ciò che dicono e fanno le persone con cui ha sempre avuto rapporti, sopratutto in periodi storici dove il legame con la comunità risulta essere un elemento fondamentale per qualsivoglia interazione sociale? È in tale modo che vediamo il protagonista attraversare i più disparati stati dell’emozione e della riflessione, tentando di maturare una visione ed un giudizio non condizionato o contaminato da agenti esterni, propri di una massa troppo spaventata, ignorante e spesso cattiva per ritenersi degna di doni come i Marvels. Così Sheldon si ritrova, inizialmente, a rifiutare degli esseri così strani, che si avvalgono di un potere troppo grande e pericoloso per essere gestito da delle singole entità, iniziando solo successivamente a vederli per ciò che realmente sono: degli esseri dalle differenti abilità che vogliono solo combattere per una giusta causa, tentando di limitare i danni in un mondo in cui la distruzione di un palazzo durante un combattimento è uno degli eventi minori.

Busiek riesce ad inserire egregiamente il dubbio nel lettore, portandolo di fronte a fatti compiuti, i quali scatenano le reazioni più disparate a seconda della diversa analisi. Come reagireste di fronte ad un anziano ferito durante uno scontro tra due superesseri? Riuscireste a scindere, tentando di comprendere perché ciò stesse accadendo o vi focalizzereste solo ed esclusivamente su delle conseguenze create da qualcuno che non era mai stato invocato? Tralasciando poi il rapporto di causa/effetto che si potrebbe avanzare vedendo gli eroi come il motore scatenante della nuova piaga supercriminale.

Phil, come tutti noi, cambia, cresce e soprattutto matura, riuscendo a delineare un proprio pensiero, una propria visione delle cose che inizia a fargli accettare un mondo che non può modificare, che non può fermare nemmeno se lo volesse. Il cambiamento non è iniziato, il cambiamento è già avvenuto e l’essere umano, come accaduto sin dagli albori, deve evolversi con esso. Ma di fronte a questo, il primo sentimento manifesto è quasi sempre la paura.

Ed è così che dinnanzi ad un nuovo tassello dell’evoluzione la prima cosa a cui l’essere umano “normale” è soggetto risulta essere il timore, la paura di essere rimpiazzato, schiacciato, superato. Di restare obsoleto in un mondo che continua a girare in maniera sempre più vorticosa. L’uomo non accetta il cambiamento, almeno non subito, non cerca di conviversi, si sente minacciato da esso e reagisce nell’unico modo che gli appare consono: attaccando.

Così ci viene mostrata, su più livelli, una triplice visione degli eventi: da una parte abbiamo l’idolatrazione dei Marvels mista alla denigrazione, la gente li ama e li celebra ma li disprezza anche, a seconda di chi glielo consiglia; dall’altra abbiamo il vero terrore per i Mutanti, perseguitati, repressi, uccisi in preda ad attacchi della più folle e classica isteria xenofoba. Tra le due diverse linee, portate avanti dalle stesse persone, sfiorando quelle di demarcazione dal grottesco, si fa strada poi la visione di Phil, che nonostante si classifichi come buona, tende comunque ad essere distorta. Phil divinizza le “meraviglie“, ergendole ad infallibili fari di giustizia, in un’ottica altrettanto malsana dove nulla di male potrà mai accadere grazie all’esistenza di tali esseri.

L’errata visione delle cose porta il protagonista ad essere sempre più fagocitato all’interno delle dinamiche a cui assiste, arrivando a perdere di vista obbiettivi centrali, come il legame con la propria famiglia, finendo per desensibilizzarsi proprio in rapporto a tali eventi. Phil porta avanti una battaglia contro dei mulini a vento, tentando di far comprendere ad un popolo intero le proprie profonde contraddizioni di cui egli stesso si è macchiato, arrivando a lapidare l’Uomo Ghiaccio durante un tentativo di salvataggio da parte degli X-Men.

Così si trova di fronte ad un fatto che gli fa realizzare come l’essere umano sia fallibile e debba ancora comprendere il reale atteggiamento da adottare nei confronti di questa incognita che guarda con circospezione ed odio solo perché non la capisce. L’essere umano, come tutto, del resto, è mutevole: ama i Marvels quando gli fa più comodo, denigrandoli in altri momenti. A tratti non sembra aver imparato molto dall’orribile esperienza nazista, arrivando, nuovamente, a perseguitare e a cacciare qualcuno solo perché differente, macchiandosi di peccati davvero imperdonabili. Phil tende quindi a muoversi in un mondo del genere, risultando spesso però troppo severo: il suo divinizzare i Marvels lo porta inevitabilmente a farne il suo unico scopo di vita, scrivendo egli stesso un saggio correlato da foto dove mostra la grandezza di tali eroi.

L’umanità si ritrova quindi a vivere alcuni tra i momenti più complessi della propria storia dove il successivo è uguale e diverso dal precedente, passando dalla minaccia di un nuovo stato dell’evoluzione, qualcosa di presente sulla Terra e con cui si può “fare i conti“, all’arrivo, dallo spazio profondo, di una minaccia ancora più grande e spaventosa come Galactus, che fa trasparire tutto il senso di impotenza e prevaricazione quando ci si ritrova di fronte alla distruzione imminente senza potere realmente nulla. L’analisi di Busiek espressa attraverso i pensieri di Phil è la più lineare e forte possibile: quando non puoi qualcosa, pensi a ciò che hai e scegli di passare quel che credi ti rimanga con chi ha reso la tua vita speciale, smettendo di guardare verso l’alto e cominciando a guardarti intorno.

Tutto ciò coincide con la volontà del fotografo di fare qualcosa per ripagare le “meraviglie” del proprio operato, decidendo così di scagionare Spider-Man dalle accuse dell’omicidio di George Stacy, che porta il team artistico a ripercorrere uno dei momenti più toccanti ed emozionanti che il Marvel Universe abbia mai vissuto, trasportando il lettore al punto cardine di tutta la vicenda.

Gli eroi Marvel sono sempre stati apprezzati perché estremamente umani nella loro grandezza. Stan Lee puntava a creare supereroi con superproblemi, realizzando il tutto nei minimi dettagli. Uno dei più grandi gruppi dell’universo narrativo, quali i Fantastici 4, era prima di tutto una famiglia; Peter Parker è stato uno degli eroi più tormentati della storia, fallibile in ogni sua azione, soggetto a rovinose cadute; Steve Rogers si è trovato ad essere privato della propria vita e del proprio mondo, ritrovandosi a vivere ed ad agire in un tempo che gli è completamente estraneo; Hank Pym ha mostrato più volte il proprio “lato oscuro“, risultando un uomo a tratti molto deprecabile; Tony Stark con una dubbia moralità da mercante d’armi, è rimasto intrappolato nella spirale dell’alcool; Bruce Banner condannato per anni ad esistere in una forma che disprezzava, la quale incarnava le parti peggiori del proprio io.

Tutto ciò, come Busiek vuole far capire, ci mostra come queste “meraviglie” siano fallibili ed estremamente umane, facendolo comprende quando Phil, pienamente convinto dell’invincibilità di questi superesseri, si danna ed arrovella dopo aver assistito alla caduta nel vuoto di Gwen Stacy che, così pura e candida, rappresenta il modello perfetto per cui i Marvels hanno senso di esistere: combattere per gli innocenti, cercando in tutti i modi di difenderli da un mondo spesso troppo ingiusto, tentando strenuamente di non fallire.

Purtroppo però tale avvenimento non fa altro che spezzare la magia e mette Sheldon di fronte ad un fatto che non riesce ad accettare, ovvero che questi esseri sono fatti di carne ed ossa come tutti gli altri: possono sbagliare, cadere e rivelarsi tutto il contrario di ciò che apparivano. Quel velo di meraviglia che ricopre tutti questi avvenimenti, quindi, finisce per sparire lasciando spazio alla disillusione e ai rumori di sottofondo che prendono il sopravvento su esperienze fantastiche. Il protagonista è portato a comprendere che questo essere all’interno del mondo, interpretandolo in maniera anche troppo esagerata, ha fatto sì che egli non possa più capirlo né tanto meno vederlo con gli stessi occhi di sempre, decidendo di passare il testimone a chi preserva questo senso del meraviglioso in maniera ancora intatta, sperando che possa comprendere tali eventi in un’ottica altrettanto favolosa.

La retrospettiva creata da Kurt Busiek per un volume del genere non è affatto semplice da analizzare. Per assurdo il fumetto finisce in modo abbastanza negativo, con una finale disillusione del protagonista che non riesce più ad accettare un certo tipo di dinamiche, perdendo tutto il senso del magnifico di fronte alla rivelazione ultima, capendo che ciò che ha sempre divinizzato ha le stesse possibilità di sbagliare che ha sempre avuto ogni altro essere vivente. Di fronte a tutto ciò il lettore riesce a comprendere in maniera ancora più efficace gli sgargianti e stramapalati eroi dell’universo Marvel sentendosi sempre un po’ al di sotto di loro per maestosità, ma non per azioni.

Un’opera come Marvels, dalla caratura così grande e che prende in analisi un’ingente mole di eventi, mostra un altro fiore all’occhiello di tale universo narrativo, facendo comprendere anche al lettore meno avvezzo ed attento come, sin dai tempi della Timely Comics, tutti gli eventi di questo mondo siano perfettamente studiati per incastrarsi tra loro e collegarsi nella maniera più fluida e corretta possibile. Ogni avvenimento esiste in maniera singola, ma allo stesso tempo è legato agli altri e giustifica la presenza o l’assenza di diversi eroi nel momento del bisogno. La nuova edizione di Marvels, quella definitiva, riproposta dalla Panini Comics in una lussuosa versione da collezione, approfondisce tutto questo con degli innumerevoli extra che compongono un meraviglioso e lungo surplus, dove gli stessi Busiek e Ross ci spiegano quale mole di lavoro sia stata intrapresa, facendo ricerche su ricerche, in modo da far combaciare ogni singolo, minuscolo, dettaglio alla perfezione.

Ci vengono mostrate le varie versioni della storia proposte inizialmente alla Casa delle Idee (ben quattro) che hanno successivamente portato a quella finale che possiamo ammirare in tutto il suo splendore. La sceneggiatura originale, con tanto di intervento di altri mostri sacri del fumetto, come John Romita Sr. e Scott McCloud, intervallata dai meravigliosi bozzetti e studi preparatori di un Alex Ross semplicemente eccelso. È addirittura presente una sezione di approfondimento sugli articoli di giornale visti all’interno della miniserie che lo stesso Kurt Busiek ha scritto di proprio pugno, volendo evitare il classico effetto della massa informe di parole quando un quotidiano viene mostrato all’interno di un fumetto.

Una parte esclusiva, nonché una delle più interessanti, viene poi dedicata al fenomenale Alex Ross che approfondisce la realizzazione delle tavole con la spiegazione dei vari modelli e dei più disparati inserimenti, fornendoci anche l’espediente per parlare dell’artista che ha contribuito a realizzare un lavoro di tale livello, con dei dipinti che oltre a meravigliare sono entrati a far parte dell’immaginario comune, riuscendo ad avere un impatto grande quasi quanto le controparti che riprendono e citano. Alex Ross, appena ventiquattrenne al tempo della realizzazione, ci fornisce un opera massima, attraverso dei dipinti che riescono a fermare nella mente e negli occhi dello spettatore quella meraviglia di cui tutta la miniserie parla. Questi fantastici eroi, con i loro costumi sgargianti, mostrano una statuarietà che fa sentire molto piccoli, facendo sperimentare sulla propria pelle le sensazioni provate dagli abitanti di New York di fronte all’apparizione di un essere gigantesco come Giant-Man. Ciononostante, allo stesso tempo, ci mostra la fatica, il dolore e l’insicurezza che questi provano, rimanendo fedele al messaggio finale veicolato da Busiek con una doppia interpretazione da cercare ed apprezzare nelle varie illustrazioni.

Marvels, sia sotto l’aspetto letterario che puramente illustrativo è una scoperta continua. Lo si potrebbe leggere altre cento volte, trovando ogni volta nuovi livelli di interpretazione e altrettanti particolari visivi che rendono tale esperienza talmente unica da farla elevare a perla rara della produzione fumettistica contemporanea. Ci vengono mostrate le “meraviglie” in tutto il loro surreale splendore e la gente comune in tutta la propria varietà, facendoci capire che la diversità c’è, ma si dirama su più livelli che toccano complessivamente sia gli uni che gli altri.

Alla fine non importa essere sotto o a fianco delle meraviglie, importa come comprendiamo ciò che sono e quello che fanno, senza sfociare nelle estremizzazioni, ed imparando dai propri errori.


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