#PaniniComics / Spider-Man Collection: Il Bambino Dentro – Recensione

Redazione Geek Area

Rassegnamoci. Gente come noi è meglio che muoia. Il mondo è troppo duro per noi. Soffriamo troppo.

Con queste parole Harry Osborn sentenzia morte per se stesso e per il suo più grande amico, nonché nemesi , Peter Parker.

Solitamente quando si tende a pensare ad un personaggio come l’Uomo Ragno si ha la convinzione che si tratti a prescindere di un personaggio solare, sempre pronto alla battuta. Troppo spesso si finisce, quindi per fraintendere la gigantesca complessità che la figura del Ragno si porta dietro sin dalla sua nascita. Da quando, nei primi anni sessanta grazie alla premiata ditta formata da Stan Lee e Steve Ditko (senza tralasciare il ben più che seminale contributo del Re, Jack Kirby) Spider-Man vide la luce tutto iniziò a cambiare. La creatura nata sulle pagine di Amazing Fantasy 15 era destinata a cambiare completamente il mondo fumetto, arrivando a soverchiarne le fondamenta stesse.

Il giovane, pavido Parker, non aveva nulla in comune con il manipolo di personaggi supereroistici tipici della golden age e non risultava essere troppo vicino nemmeno alle creazioni più recenti delle varie case editrici. Ciononostante, come con i Fantastici Quattro, si volle innovare, tentando l’impensabile: dando un grande potere e delle grandi responsabilità ad un “comune” liceale.

La formula del “superoe con superproblemi” venne quindi collaudata e brevettata, gettando le basi per circa cinquantacinque anni di storie future in tutto il panorama fumettistico. La figura nata sulle pagine della testata antologica era quindi estremamente complessa: un giovane ragazzo, orfano, travolto dal lutto dovuto alla perdita dello zio, causata, seppur trasversalmente, dal suo disinteresse proprio nei confronti delle responsabilità.

Peter Parker è sempre stato un personaggio schiacciato dai sensi di colpa, che, accompagnato da una morale ferrea, si è puntualmente fatto carico del peso del mondo. Potremmo dire direttamente che la Marvel con Spider-Man abbia riformato il concetto stesso di moralità supereroistica, sublimandola al suo stato più alto: pochi altri hanno affrontato il concetto di “eroismo” in maniera così profonda. Peter Parker è l’uomo che impiega lo stesso identico impegno sia nel salvare gli innocenti che i criminali con cui si scontra.

Moltissimi autori hanno narrato le gesta del Ragno, cogliendo, chi più e chi meno, l’essenza che ammanta la figura aracnoide, reinterpretandola secondo la propria visione. C’è stato però, come nella storia di ogni personaggio, qualcuno che è riuscito a raccontare storie meravigliose inserendo Peter in contesti mai toccati prima.

C’è stato qualcuno che ha esposto tutte le più recondite paure del supereroe per antonomasia, che ne ha messo a nudo l’anima, analizzandone fobie, emozioni e pensieri. Facendo uscire allo scoperto il bambino nascosto dentro di lui e dei suoi comprimari, imbastendo alcune tra le trame più belle che le pagine delle varie testate ragnesche abbiano mai visto.

Quel qualcuno è John Marc DeMatteis.

Parlare di quanto fatto dall’autore italoamericano sul Ragno ci da la possibilità di analizzare tangibilmente le più grandi storie mai proposte sul nipote di Ben e May Parker. Il tutto va ovviamente contestualizzato: ci troviamo sul finire degli anni ottanta e la rivoluzione è ancora fresca, grandi capolavori come Il Ritorno del Cavaliere Oscuro e Watchmen sono stati da poco finiti di pubblicare o ancora in corso di pubblicazione; il fumetto sta cambiando nuovamente, proponendo le più varie e complesse tematiche.

In questo panorama J.M. DeMatteis si inserisce a gamba tesa, approdando sull’Uomo Ragno nel più fragoroso dei modi. L’Ultima Caccia di Kraven sbaraglia qualunque altra cosa sia mai stata proposta sul Ragno fino a quel momento, con atmosfere oscure e claustrofobiche, in una storia che si rivela essere una discesa agli inferi sia per il nostro Peter che per un inaspettato, quanto meravigliosamente caratterizzato, Kraven.

La storia scorre tra la follia di un nemico ormai arrivato alla fine dei propri giorni e di uno Spider-Man sempre più fragile, costretto a lottare con le unghie e con i denti per la propria vita. Il combattimento di Peter, centimetro dopo centimetro, contro il muro di terra che lo ricopre è destabilizzante, oltre che disturbante. La metafora della nuova nascita, che finisce per lasciare il neonato traumatizzato, è semplicemente splendida, oltretutto se accostata alla morte che sovviene per Kraven, in una dicotomia semplicemente eccezionale.

DeMatteis sottopone l’eroe alla più folle prova che abbia mai dovuto affrontare, restituendolo al lettore distrutto ma, sotto una distorta visione, anche fortificato. Ciononostante l’invasione dello spazio personale di Peter Parker non sarebbe terminata in maniera così semplice. In un periodo in cui l’identità segreta dell’eroe lo diveniva sempre meno la vita privata dei Parker era destinata a perire sotto i colpi della fortuna che li ha sempre contraddistinti.

Ed è proprio qui che arriviamo a parlare del più grande ciclo che sia mai stato proposto su queste pagine, ovvero Il Bambino Dentro, nato dalla mente del sempre geniale DeMatteis e dalle eccezionali matite di Sal Buscema. L’autore newyorkese ci propone il viaggio definitivo nella dimensione ragnesca, analizzando e reinterpretando (come dicevamo precedentemente) le tematiche più classiche, fondendole allo stesso tempo con qualcosa di nuovo, in principio apparentemente slegato dal protagonista ma che, con il procedere della narrazione, si rivelerà molto più pertinente di quanto si possa credere.

Il Bambino dentro è una run estremamente profonda che tocca tematiche serie ed importanti con una delicatezza ed una maestria che giustificano l’epiteto di “miglior lavoro mai scritto sul personaggio”. Il rapporto malsano tra genitori e figli diventa il punto focale delle vicende, facendo da filo conduttore sullo sfondo di tematiche altrettanto articolate come la paura della morte, l’accettazione dell’Io e la forza necessaria per il cambiamento.

In tutto ciò il conflitto genitoriale, nel senso più serio del termine, torna ciclicamente anche in numeri “minori” in cui lo troviamo riproposto con variazioni sul tema. Ciò a cui ci pone di fronte DeMatteis sono le tragiche storie che hanno costellato la vita dei vari protagonisti, creando in ogni caso un conflitto che mostra casi e conseguenze differenti.

Il trittico di figure è composto da Vermin (personaggio creato da DeMatteis durante la run su Capitan America), Harry Osborn ed, ovviamente, Peter Parker. Ognuno ha al proprio interno un bambino intrappolato che spinge per poter uscire ed esternare finalmente anni di paure, soprusi e mancanze causate dai genitori “tanto amati”. Nel caso di Vermin, l’essere immondo creato dal Barone Zemo, abbiamo l’estremizzazione di questo concetto, in quanto il mostro esterno non è che una proiezione dei traumi perpetrati da un padre pedofilo, che, come viene esplicitamente spiegato, abusava di lui assiduamente.

Le conseguenze di tali azioni sono stati anni di chiusura, di dolore e fobia da parte di un figlio disarmato, il quale poteva solamente ricacciare in profondità tutta quella mole di emozioni, facendosi scudo il più possibile. È da qui, da questo nero pozzo emozionale che nasce la creatura conosciuta come Vermin, ciò che in questo caso viene fatto è però singolare, in quanto a seguito dell’esperimento di Helmut la parte che dovrebbe rimanere celata e nascosta, quella personalità inconscia nata per autoprotezione, emerge alla luce prendendo forma e controllo.

Il percorso di Vermin/Edward Whelan sarà uno dei più tortuosi, poiché costretto a dover fronteggiare una doppia dose di problematiche e dolore, dovendo smettere di sublimare l’accaduto per tentare di affrontarlo, scontrandosi, allo stesso tempo, con una personalità assassina che vuole il controllo seppur continui a difendere l’uomo ed il bambino dai dolori di un tempo.

Troviamo quindi Harry, obbligato a combattere da tutta una vita con la figura paterna più deprecabile che si possa pensare. Il povero e debole Harry si ritrova ad idealizzare un padre che effettivamente non è mai esistito se non nei sogni di un bambino, vivendo, anche in questo caso, una forte dissociazione. C’è una parte dell’Io che spinge per far emergere la verità, ovvero come Norman Osborn sia in realtà stato un essere spregevole, completamente disinteressato della propria prole, che anzi disprezzava per via di un carattere ritenuto eccessivamente debole. Norman non ha mai portato il proprio figlioletto al parco, non ha trascorso serate spensierate con lui, non lo ha baciato prima di andare a dormire, ne ha mai esternato il suo amore. Harry questo lo sa bene, ma non può accettarlo ed è così che con l’incidere della storia vedremo il nuovo Goblin perire sotto i colpi dell’irrisolvibile conflitto, sviluppando una personalità sempre più schizofrenica, ammorbata da un ferreo diniego.

Vedremo Harry perire, anche a distanza di così tanto tempo, per mano del proprio padre, comprendendo come questa figura sia stata la causa di gran parte dei mali dell’uomo che, nonostante tutto, riesce a redimersi in punto di morte, cedendo al dolore ma mantenendo comunque la morale.

Infine abbiamo Peter che si ritrova ad affrontare problematiche vecchie, nuove ed altre che non sapeva nemmeno di portare con se. Il percorso dell’Uomo Ragno, sopratutto se contestualizzato al periodo, dopo aver affrontato Venom, Kraven e tutta una serie di problematiche che hanno minato fortemente la sua sanità fisica e mentale, arriva agli eventi narrati nella run completamente sfibrato. Peter sta vivendo dei grandi cambiamenti nella propria vita, sta prendendo sempre più coscienza delle proprie paure, ed anche delle proprie fobie. Riconosce apertamente la maniacalità sviluppata, pervaso di un’ansia ed un senso di colpa che tendono a non abbandonarlo più.

Oltre a tutta questa serie di problematiche di cui è conscio (su cui si staglia anche la paura della perdita, nei confronti di Mary Jane, Zia May e della propria privacy) l’Arrampicamuri scoprirà di portare con sé delle cicatrici talmente tanto profonde da non ricordarne l’esistenza. Tutto, quindi, con la chiusura del cerchio, si riconduce al rapporto con i propri genitori. DeMatteis riesce così ad affrontare un altro importante discorso mai troppo esplorato (da ricordare tuttavia The Amazing Spider-Man Annual 5 dove il nome dei Parker viene riabilitato) che non poteva non portare conseguenze profonde in un uomo eccezionale come il paladino di NY. La perdita dei genitore per Peter è stato un trauma profondo come pochi altri che ha contribuito a segnarlo nel substrato della propria personalità. Tutte le inclinazioni del bambino sono state amplificate da questo senso di perdita e colpa.

Perché è proprio da qui che ha origine il senso di colpa che attanaglia indissolubilmente Spider-Man, dovuto ad all’autoconvinzione di responsabilità nei confronti di quanto accaduto a Richard e Mary. Questi ragionamenti di un dolce e piccolo bambino non sono stati mai affrontati, venendo seppelliti e diventando il focolaio mai sopito che finisce per alimentare la fiamma della paura.

In Il Bambino Dentro troviamo l’evoluzione di tutte queste difficili storie e la definitiva chiusura dei conti tra due amici che si ritrovano separati da fantasmi talmente tanto ingombranti da apparire quasi reali. Una resa dei conti scialba dopo una lavoro così grande era a portata di mano, ma DeMatteis regala alla sua run un finale agrodolce, triste ma estremamente pregno e pertinente, che non può far altro che suscitare vero amore per il personaggio.

Arriviamo così ad una conclusione: Il Bambino Dentro è un vero e proprio manuale di scrittura supereroistica (e non), che mostra quanto si possa dare e quali meravigliosi messaggi possano essere veicolati attraverso dei costumi e delle maschere, troppo spesso disprezzati e snobbati come “spazzatura per ragazzini e nerd”. DeMatteis ci mostra quanto il personaggio di Peter sia tridimensionale e dannatamente intrigante; quale potenziale abbia e cosa possa essere raggiunto se compresa l’essenza stessa che lo permea. L’autore di Brooklyn rimane, anche a distanza di venticinque anni, il miglior scrittore che sia mai approdato su questi lidi.

Ciononostante tale opera non sarebbe stata così iconica e perfetto se Sal Buscema non avesse contribuito con alcune tra le matite più belle mai viste sul Ragno. Lo stile di Sal, così personale e squadrato, dallo storytelling perfetto e dai visi colmi di sentimento è entrato di diritto tra quelli che più hanno contribuito a rendere grande il personaggio, insieme a Ditko, Romita Sr., Kane e Andru.

Le tematiche, unite ad una narrazione unica, dove le pause ed i silenzi riescono ad essere più assordanti di qualsiasi onomatopea fanno di questa run un lavoro eccezionalmente bello, in ogni sua forma e livello. Avere, finalmente, la possibilità di poterne godere in un unico volume è poi cosa eccezionale, sopratutto se inserito in una collana così interessante come la Spider-Man Collection e con le rifiniture tipiche dei volumi Panini.

Tuttavia c’è da porre una piccola nota a margine, la Panini ha fatto sì un lavoro strepitoso, riproponendo finalmente queste storie seminali in un formato unico, ma ha purtroppo omesso parti fondamentali della run di DeMatteis & Buscema, seminali per la comprensione dell’intero lavoro.

Infatti per una completa visione di tale run è necessario recuperare anche alcuni spillati della Star Comics e della Marvel Italia, in modo da poterne godere nella sua interezza e comprendere appieno il discorso affrontato dagli autori. Tralasciando gli spillati si perderebbero parti fondamentali, come le trame secondarie sviluppate con l’Uomo Rana (Uomo Ragno 139) o il Professor Power (Uomo Ragno 162 dove è contenuto anche il ritorno di Harry dalla Volta, fondamentale per comprendere gli avvenimenti narrati in Nemici del Cuore).  Queste vanno ad ampliare il cerchio delle tematiche riguardanti genitori e figli in modo molto interessante, dando una visione d’insieme ancor più ampia. Inoltre tra i numeri non presenti all’interno del volume troviamo l’Uomo Ragno 142, uno dei punti più alti della run di DeMatteis, che nonostante costruisca una storia a se stante si incastra perfettamente nell’economia della serie, costruita per esserne affine. Un meraviglioso racconto incentrato sulla morte, le rese dei conti e le redenzioni malsane, con una delle rappresentazioni più forti mai viste di, nientemeno che, Zia May.

Per i giusti numeri da recuperare vi rimandiamo all’ottimo video realizzato da Carlo Procaccini, che, da buon fan accanito dell’Arrampicamuri, né ha parlato più e più volte in maniera ottima e molto approfondita.

Il Bambino Dentro è un lavoro seminale per i lettori tutti. Opere di questo tipo fanno comprendere quanto tale media possa essere eccezionale, ed innalzarsi, con titoli che non disdegnano minimamente la classificazione di letteratura disegnata. Affrontate questo circolo emozionale, combattete con i demoni dei protagonisti, pregate per la loro pace e magari potreste anche trovare il coraggio di tirare fuori il bambino che tenete rinchiuso nel profondo.

 


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