#PaniniComics / Visione: Un po’ meglio di una bestia – Recensione

Mirko Tommasino

Ogni tanto il lavoro quotidiano si trasforma in poesia, offrendoti la possibilità di apprezzare sprazzi di bellezza incommensurabili, totalmente fuori scala rispetto ciò che li circonda. E la poesia più bella è quella inaspettata, in quel sottile lembo di terra che rende credibili e belle le storie migliori.

Ho letto VisioneUn po’ peggio di un uomo / Un po’ meglio di una bestia tutto d’un fiato, senza pausa tra i due volumi. L’ho letto affamato di curiosità, perché è stata universalmente riconosciuta come una delle migliori run Marvel degli ultimi tempi. Panini Comics porta in Italia due volumi che, in realtà, sono uno solo: separati da un sottilissimo sipario che cala idealmente l’intera vicenda fuori dallo spazio e dal tempo, in un’America tanto figlia degli anni ’50 tanto erede di Trump.

La storia di Visione è, prima di tutto, una storia di accettazione e consapevolezza. Per decadi la fantascienza si è interrogata sull’autocoscienza dei robot, senza mai dare risposte univoche. In questi due volumi, non solo viene fornita una risposta assolutamente soddisfacente e disarmante nella sua onestà, viene inoltre posto un altro interrogativo che eleva la questione dell’accettazione di sé oltre la componente immaginifica, rivolgendosi alla realtà delle minoranze perseguitate nella storia.

La famiglia di visione è diversa, e consapevole di esserlo. Le persone con cui interagiscono sono consapevoli di essere, a loro volta, diversi rispetto a loro. In un clima di incomprensioni, paura e vendetta, la purezza del Vendicatore più limpido (erede del male) viene messa a dura prova dagli eventi, rigorosamente analizzati come solo una macchina sarebbe in grado di fare. Il prototipo della famiglia perfetta si sgretola a contatto con il vento sferzante della realtà, facendo cadere quel velo di omertà e ipocrisia tipico degli uomini, che ha ispirato le macchine. È impressionante come i personaggi riescano a trasformarsi nel corso della lettura, impersonando ognuno un carattere tipico dell’uomo medio del nostro secolo, vedendo appassire, giorno dopo giorno, il barlume di vita che ci caratterizza. Dove l’uomo trova soluzione nel silenzio, Virginia, Vin e Viv esprimono il loro dramma interiore attraverso la reiterazione di parti di frasi, che diventano gradualmente sempre più vuote. Il dramma dell’automa che si fa uomo esplora ogni bassezza dell’umana natura, senza risparmiare nulla: dalla noia quotidiana all’istinto più becero e violento. Prima di ogni altra cosa, nei due volumi pulsano i cuori bionici di due adolescenti, figli di genitori non in grado di ricoprire quel ruolo come vorrebbero.

Questo è il vero segreto di Visione – Un po’ meglio di una bestia: farci provare empatia per il diverso senza patetismi o emozioni facili. Diventiamo tutti stranieri in terra straniera, e muoviamo ogni passo incerto verso un futuro che, prima o poi, condurrà a un bivio: assomigliare ai diversi o restare noi stessi? Ma come possiamo scegliere una strada, se non sappiamo nemmeno noi stessi cosa siamo?

L’arco narrativo dei due volumi scrive una storia di vita, sentimento e scelte, dove nessuna di queste tre cose dovrebbe esistere. Com’è possibile che un robot possa provare tutto ciò? Tom King, coadiuvato da Gabriel Hernandez Valta, confeziona e chiude una storia armoniosa, senza forzature, ricca di quella drammaticità sanguigna che solo la vita può fornire.

Peccato che i protagonisti siano dei robot che fanno rivivere Shakespeare (e il Golem ebraico), insegnando ai nostri simili il significato profondo della vita, del sacrificio e dell’appartenenza, confrontandosi con il diverso dentro e fuori le mura domestiche.

Come riusciremo a salvare il mondo ancora una volta, se prima non riusciamo a salvare noi stessi?


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