#quattrochiacchierecon / Alberto Ponticelli: tra la mancanza di curiosità ed il divertimento grottesco.

Redazione Geek Area

Nel caos di Lucca la redazione di Geek Area è comunque riuscita a condurre diverse interviste, la prima, quella con Brian Azzarello, è stata già pubblicata ed ora invece tocca ad un artista tutto nostrano: Alberto Ponticelli

Alberto, artista estremamente poliedrico, è stato uno dei veri innovatori del mercato italiano sin dagli anni novanta, quando insieme ad altri colleghi fondò lo Shok Studio, anticipando ampiamente i tempi in Italia e proponendo storie molto forti. Nel 2008 ha poi pubblicato uno dei suoi più grandi lavori, Blatta (che vi consigliamo fortemente), il quale presto diventerà anche una serie televisiva, riscontrando un successo unanime sia a livello di critica che di pubblico. Abbiamo quindi approfittato della fiera toscana per poter scambiare quattro chiacchiere prima di lasciarlo ai suoi numerosi artbook da sketchare.

Ciao Alberto, grazie mille per il tempo che ci stai dedicando nonostante il caos del Lucca Comics! Se per te va bene vorrei iniziare dagli albori: tra il ’94 ed il ’99 insieme ad altri tuoi colleghi avete fondato lo Shok Studio con cui poi avete osato in maniera importante, anticipando i tempi e proponendo prodotti molto fuori dal comune per il mercato italiano. Cosa ci puoi dire di quel periodo, cosa ti ha appassionato maggiormente?

L’idea era quella di mettere la vita vissuta all’interno delle nostre storie e raccontare qualcosa che appartenessero davvero a tutti noi. In più il mondo immaginario che avevamo in comune era abbastanza affine ai lavori inglesi, comprensivo di cinema e musica. Abbiamo fatto confluire le cose cercando di creare quello che per noi era il fumetto ideale, quello che avremmo voluto leggere. Di conseguenza i nostri modelli di riferimento erano la Vertigo insieme a tutti i lavori inglesi che erano molto di rottura. Abbiamo cercato di impostare le cose in quel modo, dando anche una confezione professionale con la colorazione digitale, che non esisteva, ed i risultati erano buoni a livello di grafica e non solo. Cercavamo di creare la nostra fanzine, visto che all’epoca ancora non era editoria indipendente, con la qualità di un prodotto professionale, ed è andata bene.

Il nostro paese non era propriamente pronto per qualcosa del genere. Avete sfondato in America, riuscendo addirittura a farvi distribuire dalla Dark Horse, mentre in Italia le cose risultarono leggermente più ostiche.

In realtà con l’autoproduzione noi vendevamo tanto, adesso sono cifre impensabili, ma tiravamo fuori anche 5.000 copie e le vendevamo. Si, certo, gli editori cercarcavano cloni bonelliani, noi non proponevamo quei prodotti e quindi ci dicevano che non eravamo adatti. Ovviamente nel momento in cui abbiamo deciso di prendere la situazione in pugno ed andare in America, quando siamo tornati, avendo avuto dei contratti americani, la cosa era diventata immediatamente appetibile e quindi le cose sono cambiate.

Ricordo che durante una precedente intervista raccontasti come, nel corso di una conferenza, affermaste che vi stavano per far realizzare Watchmen 2, facendo partire lo sgomento generale.

Noi avevamo un approccio sempre molto scanzonato, volevamo divertirci. Per noi il fumetto era come il rock’n’roll quindi in ogni conferenza ci inventavamo delle storie diverse. Quando vedevamo che la gente era lì ma aspettava la successiva conferenza di Bonelli, e non era lì per noi, ci inventavamo delle balle al volo. Tutti, bene o male, sapevano stare al gioco ed una volta abbiamo sparato questa cosa per avere più attenzione. Poi è successo che quell’estate a San Diego Karen Berger ci ha detto: “Ah voi sarete quelli che faranno Watchmen 2!” e noi gli abbiamo risposto che si trattava di voci messe in giro da degli stupidi per crearci problemi. Abbiamo riso sia noi che lei (risate n.d.a)!

Perfetto, è questo lo spirito che si dovrebbe avere! 

Dovrebbero averlo tutti, perché sono fumetti, non stiamo parlando di chirurgia.

Facciamo un salto in avanti ed arriviamo al 2008, quando hai creato una delle tue opere più importanti, Blatta, che è stata ristampata e revisionata ultimamente da Lineachiara. Nella tua opera possiamo vedere come quello che nell’immaginario comune è uno degli esseri suscita più ribrezzo, lo scarafaggio, riesca a salvare quello che è realmente l’essere più ripugnante di tutti: l’uomo. Rivedendo tutto ciò a distanza di quasi otto anni credi che l’uomo abbia ancora bisogno di essere salvato? Credi che le cose siano cambiate in meglio o in peggio?

Non lo so, io credo che tanto lo abbia fatto l’evoluzione tecnologica in questi anni. È come se adesso avessimo talmente tante possibilità da non sapere cosa farci, ci hanno un po’ ubriacato e quindi le usiamo male. È chiaro che l’uomo se la caverà, spero, in qualche modo però è ovvio che la situazione non sia migliorata, anzi volendo è anche peggiorata. Adesso siamo invasi da zombie, ma è come se noi fossimo zombie che amano altri zombie. Non so, secondo me la gente ha voglia di novità però poi è sempre difficile riuscire a capire. Ci sono troppi meccanismi, non riesci mai ad arrivare alle persone, devi sempre passare attraverso i filtri commerciali, questo per quanto riguarda il fumetto. In linea di massima quello che manca alle persone oggi è la curiosità, la voglia di approfondire le cose, di arivare all’origine, di capirle. Accettiamo quello che ci viene dato come fosse un mangime inevitabile. Ovviamente spero che ci si ribellerà a questa stupidità di massa.

Sappiamo che non segui moltissimo il genere supereroistico, c’è qualcosa che secondo te potrebbe rendere questi fumetti più appetibili ed interessanti, non facendoli cadere nei soliti clichè?

Non lo seguo per niente, almeno non più (risate n.d.a). Non so, onestamente penso che l’idea del supereroe sia la scusa per raccontare altre cose, almeno di base è partita così. Oggi la scusa del supereroe non c’è, si legge il supereroe perché si vogliono ritrovare le cose che sono sempre piaciute. C’è un problema di generazione; quelli della mia generazione sono rimasti dodicenni ancora adesso e vogliono le stesse cose che volevano da bambini, solo che adesso hanno i soldi per potersele permettere. Trovo questa cosa un po’ triste perché c’è una mancanza di evoluzione nella crescita, poi non importa che ci sia un supereroe o meno. Certo, sono specchi per allodole per poter raccontare altro ma spesso si dimentica questa cosa e si tende ad inseguire il clichè perché vende quindi è per quello che mi sono venuti a noia. Dopo la fine degli anni ottanta, quando il supereroe è stato in qualche modo stravolto dai vari Alan Moore l’unico risultato ottenuto è che tutti hanno continuato a copiare le stesse idee di quegli anni e quindi non possono non venirti a noia.

Abbiamo nominato Alan Moore e, per associazione di idee, mi vengono in mente le graphic novel. Lessi tempo fa, sul tuo sito, un articolo dove parlavi dello Shok Studio e dicevi che Gabriele Di Benedetto aveva anticipato i tempi, dicendo che le graphic novel erano una moda. Praticamente centrò con dicisasette anni di anticipo una qualcosa di molto attuale.

Diciamo che non è che fossero una moda, perché non esistevano i volumi, però aveva capito che le storie autoconclusive avevano un senso più compiuto a livello generale. L’idea dei volumetti e dei fascicoletti da venti pagine era anacronistica, cosa che è diventata anche in America.

Il problema è però diventato un altro, ovvero si considera interessante e meritevole solamente ciò che viene catalogato come graphic novel. In pratica sei “figo” solo se leggi quest’ultime. Perché ormai c’è questa convizione che solamente la graphic novel possa essere qualcosa di interessante?

Perché ragioniamo sempre per definizioni acquisite. A me non interessa come si chiama un qualcosa, mi interessa leggerla e vedere se mi piace. A volte li chiamo fumetti, a volte le chiamo graphic novel perché non ho voglia di star lì a spiegare ma non è importante, è il contenuto quello che conta. Ci sono tante graphic novel altisonanti che non dicono niente lo stesso, il problema è sempre l’onestà intellettuale che hai quando racconti qualcosa, che sia un depliant o una graphic novel.

Il mondo del fumetto è cresciuto sempre di più nell’ultimo periodo, si è espanso in maniera gigantesca ed ha “fagocitato” al suo interno tantissimi curiosi, tanti che molto spesso erano semplicemente interessati e poi sono divenuti appassionati. Però il problema della mia generazione, quindi da metà degli anni novanta in poi, è che si è incominciati a raggrupparsi in delle macrocategorie orripilanti che possono essere diverse, come “nerd”, che prima era una definizione denigratoria e poi è cambiata nettamente, o “otaku” per citarne qualcuna. Perché non si riesce a vivere la propria passione in maniera sana, senza rinchiudersi in un qualcosa di designato e restarne intrappolati?

Dimmelo tu che sei di quella generazione (risate n.d.a). Io riporto sempre tutto alla mancanza di curiosità e al bisogno della gente di vivere in branco per cui hai sempre bisogno di essere rassicurato da quelli che ti stanno intorno. Spesso, quindi, accetti tutto quello che proviene da un genere senza avere una capacità critica. È una cosa un po’ pericolosa perché questa cosa la puoi riflettere anche nelle cose più importanti della tua vita e se non impari dall’intrattenimento, che in teoria è una voglia di fuga e di libertà dove vai a cercare delle novità, è un problema. Non ti so dire come si fa, anche perché oggi è tutto talmente connesso che è ancora più difficile essere individuali. Sei comunque prigioniero dei like, della pressione comunicativa. La mancanza di responsabilità anche nelle cose piacevoli è qualcosa che deriva dalla poca “cultura” della tua vita, la capacità di uscire dal seminato e di farti il tuo percorso oggi non esiste, ed è un peccato. È una cosa che vedo anche quando sono ospite nei negozi ed entra gente che è appassionata di un genere particolare e va dritta a quella cosa senza neanche guardare cosa gli sta accadendo intorno. Lo trovo un po’ svilente. Io non sono così però non posso imporre agli altri un differente stile di vita.

Un’altra cosa secondo me molto interessante che tu hai fatto, insieme agli altri ragazzi dello Shok Studio, è stato creare serie e personaggi che erano completamente innovative per il panorama italiano. Tu hai contribuito con qualcosa come Egon, che possiamo definire come antieroe. Un antieroe, però, ad un livello differente. C’è qualcosa che ci puoi dire di quel personaggio, che ti ha portato a crearlo in quel modo? Perché secondo me è veramente geniale e a distanza di svariati anni devo ancora trovare qualcosa che possa tenergli testa in un panorama simile. 

Noi cercavamo in generale di dare dei superpoteri a gente disagiata per vedere come si sarebbero comportati. È ovvio che nessuno fa il tifo per un personaggio che uccide per risolvere i problemi ma allo stesso tempo era una specie di reazione fantasiosa alla rabbia che provavamo verso l’indifferenza del vivere, dell’incapacità di poter creare una vita piena che fondamentalmente è alla portata di tutti ma che oggi è difficile avere. Quindi noi giocavamo per esasperazioni, per contrasti e cercavamo di parlare della realtà attraverso qualcosa che era anche grottescamente divertente perché in realtà non c’era niente da ridere. Ridevamo dell’impossibilità di ridere delle cose. Abbiamo sempre riso dei casini proprio per accentuare i problemi ed allo stesso tempo riuscire a cavalcarli, superarli e a gestirli.

Chiudiamo dicendo che al momento tu stai promuovendo il tuo Treasure Book con la Passenger Press e questo ti porterà in giro per l’Italia nelle varie fumetterie e fiere. C’è qualcosa che ci puoi dire riguardo dei progetti futuri a cui stai lavorando?

Sto lavorando ad una nuova serie con Joshua Dysart che era lo scrittore di Unknown Soldier. È una nostra property e pubblicheremo in America alla fine dell’anno prossimo. Poi sto scrivendo un nuovo libro, quando ne ho il tempo, quindi ci vorrà tutta la vita (risate n.d.a) e poi stiamo lavorando al telefilm di Blatta che è in evoluzione. È un po’ presto per poter dare dei dettagli ma sembra procedere bene.

Personalmente è una cosa che aspetto molto visto che il progetto di base è decisamente spettacolare.

Grazie, grazie! Sarà bello, spero!

La redazione ed i lettori di Geek Area ti ringraziano, è stato un vero piacere!

Grazie a te caro!

Intervistare Alberto Ponticelli è stato un vero piacere, una persona davvero squisita che è riuscito a dedicarci del tempo nonostante tutta la mole di lavoro che aveva da finire.


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