#quattrochiacchierecon / Amélie Fléchais: la matita, il bosco, il sogno.

Flavia Bazzano

Sembra una creatura del bosco Amélie Fléchais, con il suo viso dolce, gli occhi profondi, la voce delicata come i suoi disegni. Catapultata tra fan e librai che non vedono l’ora di poterla ammirare all’opera e toccare con mano il suo ultimo lavoro, questa giovane donna dai capelli corti sembra non appartenere al nostro mondo di cemento ed esserne anche un po’ spaventata. Eppure, sotto questa apparente delicatezza si nasconde un’artista dal talento portentoso, che di certo non ha bisogno di parole per essere descritto. Per rendersene conto basterà sfogliare le pagine de Il sentiero smarrito, edito in Italia da Tunué. In occasione della presentazione in anteprima del graphic novel siamo andati a conoscere chi si nasconde tra alle fronde impenetrabili di questo mondo fiabesco (si ringrazia il traduttore Stefano Andrea Cresti che per l’occasione si è prestato a farci da interprete).

 

I lettori italiani ti hanno conosciuto l’anno scorso con Lupetto Rosso, pubblicato in Francia nel 2014. Cosa è cambiato per te in questi due anni?

Sicuramente qualcosa è cambiata con la pubblicazione del mio nuovo libro, L’homme montagne. E poi ho cambiato stile per un altro progetto, Bergère Guerrière, per il quale ho scelto uno stile molto più puro, più semplice. Questo, fondamentalmente.

Alcuni sostengono che il tuo stile sia un ibrido tra arte orientale e occidentale. Sei d’accordo?

Sì sono stata molto influenzata dalla cultura asiatica, ma sono anche molto legata al folclore europeo, per esempio il segno grafico dell’ Europa dell’Est, della Russia, mi ispirano parecchio.

Da dove viene la tua ispirazione?

Un po’ ovunque. L’ho trovata soprattutto nei miei viaggi che ho in Irlanda, Cina e in Africa. ho anche vissuto in Africa, di fatto questo è un paese che mi ha ispirato. E anche moltissimi libri e il cinema.

Parliamo de “Il sentiero smarrito”. Perché il dualismo tra pagine in bianco e nero e a colori?

Deriva un po’ dai vecchi libri di favole che leggevo quando ero bambina. Non so se è così anche in Italia, ma nei libri di favole un po’ più vecchi c’erano sempre delle illustrazioni in bianco e nero e poi la pagina piena a colori.

Cosa significa la foresta per te?

Non saprei. Anche questo è un luogo che mi ispira moltissimo, come il fatto che sia misterioso, selvaggio. La foresta è un posto in cui mi piace stare perché è un posto in cui si respira. Non mi piacciono molto le città in generale. La campagna e la foresta sono luoghi riposanti e rilassanti.

Quanto è importante continuare a raccontare fiabe? È ancora possibile stupire grandi e piccoli con un racconto?

Penso di sì. Per esempio la versione di cappuccetto rosso che ho riscritto con Lupetto Rosso; un sacco di amici anche adulti sono stati sorpresi dal finale, rimanendo sempre in tensione fino alla fine. È un po’ la riprova che in effetti le fiabe funzionano ancora.

È stato amore a prima vista quello tra l’artista d’oltralpe e la casa editrice di Latina che ha inaugurato la collana Mirari, dedicata ai libri illustrati, con un altro volume di Amélie, Lupetto rosso. Inoltre, dalla Tunué rivelano che un’altra opera, L’uomo montagna, è in arrivo quest’anno, probabilmente tra ottobre e dicembre. Per Il sentiero smarrito, invece, l’attesa è quasi finita: il graphic novel uscirà giovedì.


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