#Quattrochiacchierecon / Arte e globalità secondo Ryan Lovelock

Flavia Bazzano

Innovare e innovarsi costantemente; fare tanto, più che si può, prima che il mondo finisca. Sembra questo il motto che il disegnatore freelance Ryan Lovelock ha scelto di seguire nella sua carriera fatta di ritmi frenetici e di progetti poliedrici. Italo-indiano di nascita, londinese di adozione, Ryan (classe 1988) si occupa di storyboard, fumetti, illustrazioni e videogames. Nel 2014 torna nelle vesti di insegnante alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia, dove si era formato, per tenere il corso di Concept art. L’uscita del terzo volume della saga Freeway Warrior di Joe Dever (Vincent Books ed.), per la quale cura le illustrazioni interne, è prevista Lucca 2016.

Ciao Ryan, benvenuto su Geek Area!

Ciao GeekArea! Grazie per l’ospitalità 🙂

Dal 2009 hai partecipato attivamente a progetti editoriali a più mani e più cervelli, mi riferisco alla tua esperienza con le due riviste autoprodotte Burp! e Sonnambulo, e quella con Gorilla Artfare; com’è lavorare in un collettivo? Cosa ti ha lasciato e in che modo ha influito sul tuo lavoro?

La prima prima esperienza di approccio collettivo è stata interamente digitale. Nel 2005 ho cominciato a frequentare un forum di disegno (http://www.conceptart.org/) aperto da un piccolo gruppo di disegnatori che lavoravano nell’industria del design per intrattenimento, lo studio Massive Black di San Francisco. Per la prima volta ho cominciato a condividere i miei disegnini fuori dalle mura della classe scolastica e mi sono esposto al feedback degli altri utenti, una specie di “scuola parallela” dove ci si spronava a vicenda a disegnare e migliorare criticandosi a vicenda.

L’esperienza Gorilla Artfare è nata da una “costola” di utenti di conceptart.org che ha aperto un forum segreto e si è organizzata per pubblicare un artbook collettivo (Gorilla Artbook Vol.1, 2011, edito da Cafè Salè). Credo che il Vol. 2 non sia mai uscito perché la stragrande maggioranza degli artisti coinvolti ha indipendentemente cominciato a lavorare nel suo campo di preferenza, cinema, videogiochi, illustrazione, fumetto. L’opportunità di interagire con disegnatori (aspiranti e professionisti) di tutto il mondo è stata fondamentale per farmi ragionare sulla mia carriera in termini globali piuttosto che solo internazionali. Oggi (e da relativamente pochi anni) un disegnatore può lavorare per Hollywood dalle Hawaii, per la Francia dal Brasile e per gli Stati Uniti dalla Russia – internet ci offre questa possibilità e sta a noi sfruttarla.

La mia esperienza con le riviste autoprodotte invece è strettamente collegata alle persone che ho conosciuto durante i miei studi. Burp! Deliri Grafico Intestinali è nata da un incrocio di compagni di corso dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e dal centro sociale TPO di Bologna. Non c’era una vera e propria proposta editoriale, i ruoli che coprivamo erano estremamente flessibili e in generale non avevamo bene idea di cosa stavamo facendo, ma avevamo un sacco di voglia di creare una semplice rivista che noi e i nostri amici avrebbero letto volentieri, oltre che darci una scusa per organizzare presentazioni e concerti in vari centri sociali e librerie indipendenti in Italia. Abbiamo visto nascere “in diretta” parecchi altri piccoli collettivi di fumettisti indipendenti e ospitato, intervistato, conosciuto e scroccato disegni a molti autori indipendenti della scena bolognese e italiana (tra cui un certo ZeroCalcare, che al TPO ha fatto una delle primissime presentazioni de La profezia dell’armadillo). Ovviamente queste cose mi hanno distratto così tanto che non ho finito il primo anno di Accademia.

Sonnambulo invece è nato un gruppo di compagni di dalla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia, con obiettivi sempre vaghi ma sempre parecchia voglia di capire quanto potesse effettivamente complicato e costoso produrre, stampare e distribuire una rivista fatta come pareva a noi in tutto e per tutto (la conclusione a cui sono arrivato è “abbastanza”). Formare il nucleo di una piccola rivista ci ha dato l’opportunità di conoscere molta gente dell’ambiente e la scusa per vivere una fiera di fumetto come Lucca da dietro un tavolo invece che da davanti, un muro che sembra insormontabile ma che sopratutto oggi non lo è per niente. Entrambe durate solo 6 numeri, ma quello che ho imparato da entrambe le esperienze è per me preziosissimo.

Le tue collaborazioni spaziano dal fumetto alla pubblicità. Come cambia la costruzione dello storyboard al mutare del mezzo d’espressione?

In realtà non troppo, credo. Concetti generali come forma, linea, composizione, colore, ritmo e storytelling sono concetti che si applicano a tutti i media che richiedono immagini nella loro produzione (illustrazioni, concept art, fumetti, storyboard per animazione e cinema). Mi sono sempre concentrato sul fumetto perché ho sempre ritenuto che un autore di fumetti completo non sia molto diverso (se non superiore) a un regista cinematografico. Ha la responsabilità di inventarsi i set, i personaggi, i dialoghi etc. Io non sono ancora un autore di fumetti completo, ma ci sto lavorando. Ad alcuni serve più “confidence” che ad altri, per avere il coraggio di buttarsi senza un nome grosso a coprire i nostri primi timidi tentativi.

Scorrendo le tue illustrazioni sembra che le correnti che più ti ispirano siano quella fantasy e la sci-fi. Ti ritrovi in questo dualismo?

Inizialmente le mie ispirazioni erano la roba che consumavo, libri, giochi, film, cartoni animati e manuali di giochi di ruolo. Sono ancora appassionato (e consumatore compulsivo) di tutto questo a tempo pieno, ma non mi ritengo particolarmente “otaku”. Per fare un esempio – l’altro giorno ho guardato un documentario sulla nascita delle Tartarughe Ninja interessantissimo, ma non ho la minima intenzione di perdere due ore della mia vita a guardare il film TMNT 2. Seguo moltissimi autori di ogni tipo, ma sono molto più interessato alla loro storia personale e a come funzionano le storie, i media e i generi piuttosto che ai loro prodotti ultimi. Ho il terrore di iniziare a disegnare in un modo solo e non smettere più, quindi tendo a saltare di continuo da una cosa all’altra. Cose che mi “ispirano” ultimamente: treni, aerei e veicoli arrugginiti in generale, oritteropi e animali buffi assortiti, street food.

Qual è il lavoro di cui sei più orgoglioso?

Il prossimo, ma solo perché non ho ancora finito.

Da londinese, cosa pensi del risultato della Brexit? Cambierà qualcosa per te nei prossimi anni?

Ecco la Brexit mi ha ispirato parecchio. Ha evocato nella mia mente il pensiero che scenari apocalittici assortiti siano molto più vicini a noi di quanto speriamo (scontri razziali, carestie, inondazioni, migrazioni di massa, guerra nucleare, riscaldamento globale etc.) che mi hanno motivato e messo parecchia fretta. Ci terrei a pubblicare un fumetto con solo il mio nome in copertina prima del collasso della civiltà per come la conosciamo, insomma.

Il tuo prossimo progetto?

Ho un idea per una graphic novel a colori e la sto sviluppando nel tempo libero, ma essendo freelance la quantità di tempo libero è decisa con un tiro di d100 all’inizio di ogni mese e quindi ci vorrà un po’. C’entrano i treni a vapore, le lucertole e l’oriente. Per un po’ di tempo sono stato molto frustrato dall’idea di non avere nessuna storia da raccontare, ma sto cercando di coltivare un arroganza zen sufficiente da permettermi di sbattermene e fare un libro che io e i miei amici leggeremmo volentieri. Gli altri, se hanno voglia, seguiranno.


Comments are closed.

Caricando...