#quattrochiacchierecon / Claudio Di Biagio e Il Suo Cinema

Mirko Tommasino

Claudio Di Biagio è un regista, conduttore radiofonico e youtuber italiano. Sul suo canale ha una rubrica, Il mio cinema, in cui analizza alcuni titoli cinematogragici sotto molteplici punti di vista, utilizzando un format particolarmente interessante, che mi ha affascinato fin dai primi approfondimenti pubblicati. Ho intercettato Claudio questa primavera per fargli qualche domanda a riguardo, questa la nostra chiacchierata. 

Ciao Claudio, grazie per averci concesso questa intervista. Da cosa nasce Il Mio Cinema? Qual è la scintilla che ti ha portato a creare video del genere? 

Credo sia stato l’insieme di due cose. La prima è che sentivo il bisogno di cambiare qualcosa sul mio canale YouTube, cambiare una rotta. Perché fino ad allora avevo fatto praticamente solo cose parodistiche o leggere. Una parte di me sentiva il bisogno di raccontare un altro modo di vedere una  mia grande passione, il cinema. Continuavo a sviluppare anche prima che iniziasse il mio cinema una sensibilità cinematografica che inserivo non solo nei lavori che facevo come regista e autore, ma anche nei lavori che vedevo come semplice spettatore. Può sembrare qualcosa di molto più tecnico, ma in realtà il mio cinema è un parere veramente da spettatore, uno spettatore meravigliato che trova nel cinema una bellezza incredibile di immagini, suoni, racconti e storie. Unendo questi due bisogni, in modo spontaneo è nato questo progetto. Era anche un modo per far capire alle persone, alle produzioni e alle aziende che effettivamente volessi occuparmi e vivere di cinema in qualsiasi modo.

Ti ho conosciuto con Il Mio Cinema di Gravity. Ero uscito da poco dalla sala e mi ha passato link alla tua recensione la mia ragazza. Mi hanno colpito due cose che hai detto: al di là della cultura prettamente visiva che hai mostrato e dei significati nascosti di alcune scene che hai evidenziato con notevole sensibilità, hai creato un connubio audiovisivo per ciò che stavi raccontando. A questo proposito voglio chiederti: per suggestionare le persone che ti ascoltano, come ti muovi? Per te è importante la colonna sonora nei tuoi video, ascolti un brano e poi lo utilizzi quando parti del film? Come unisci ciò che ascolti e ciò che vedi?

Non puoi spiegarti nella domanda perché io non posso spiegarmi nella risposta. È il dilemma di uovo e gallina. Ci sono delle volte in cui la musica guida tutto, facendo in modo che partendo dalla musica riesca anche a parlare di ciò che ho notato nel film. Per scrivere il mio cinema non uso la musica del film, ma una diversa, che forse non è nemmeno quella che alla fine utilizzo nel video. Non è detto che ci sia la stessa musica che utilizzo mentre il video lo scrivo. In Gravity ho messo la musica di Steven Price, che non è inserita nel film ma è comunque dello stesso autore della colonna sonora. È assurdo, perché sono andato a cercare la colonna sonora, l’ho trovata, ascoltata e mi sono innamorato. Poi su Spotify (che adoro, come metodo di ricerca musicale) ho scoperto che lo stesso compositore ha fatto  anche altre musiche, non per film. Così ho trovato questo brano che mi ha fatto completamente volare. Una musica più adatta, rispetto alla colonna sonora, per parlare del film. La sensibilità sta anche nel capire che il pubblico, come dicevi giustamente te, deve essere colpito e mosso da qualcosa, cogliendo il punto giusto per farlo muovere.

Ora che sei un docente, insegni qui a Roma, domanda banale: …quanto è bello? Ora che finalmente puoi insegnare il tuo approccio, cosa significa per te?

Tantissimo. il corso che sto facendo è molto interessante per me e per i ragazzi, in primis per me. La regia e l’idea è un corso di regia, anche se propriamente non si può definire tale perché nessuno può insegnarti la regia. Però, quello che posso provare a passare (e per il momento sta andando molto bene, perché il feedback dei ragazzi che stanno facendo il primo corso è molto positivo, lavorando tantissimo insieme a me) è il percorso mentale che deve compiere un autore giovane per approcciare alle idee, rendendo il lavoro una passione. Non distruggere la creatività, ma domarla per renderla passione e lavoro. È fighissimo perché, ad esempio, in una delle scorse lezioni abbiamo visto The Adaptation (il ladro di orchidee) di Spike Jonze, scritto da Kaupfman (a mio parere sceneggiatore più bravo a hollywood in questo momento). C’è stata una forte discussione successivamente, perché è un film che ci interessa riguardo il percorso creativo e il blocco creativo dello scrittore. Cerco di fare un corso che sia pratico, mi piace che i ragazzi mi ascoltino e che sia intimo (quattro ragazzi). Riesco a costruire con loro un gruppo creativo. La risposta è forte, perché ho impostato questo percorso in modo molto pratico e pragmatico, cioè: per fare il creativo/regista/autore devi lavorare. Saper lavorare è purtroppo una cosa che la maggior parte delle persone e dei giovani non riescono a fare, perché nessuno glielo insegna. Dvi metterli in condizione di dire “ok, come funziona un cervello e un’idea? a cosa risponde? come la sviluppo? come la ordino? come diventa un progetto oltre lo spunto?”. Ci sono delle modalità non regole, non esistono in questo caso. Come dice McKee in Story, la sceneggiatura non ha regole ma principi che possono funzionare, così regia e qualsiasi tipo di lavoro. Devi saper capire come un cervello possa sviluppare un’immagine, un suono o qualcosa che abbia una potenzialità. È fichissimo perché loro stanno rispondendo bene e io mi sento bene. È fichissimo preparare la lezione: ad esempio adesso sono nella fase del concept e quindi segno quello che farò vedere loro. Abbiamo su Evernote tutto organizzato con le note e la nostra chat, ed è veramente bello. L’altra volte ho portato loro un libro di David Lachapelle perché volevo mostrare loro come una mente creativa molto aperta lavori nella composizione attraverso palette e ordine. Qualsiasi buona idea è ordinata, e qualsiasi buona idea non è solo di una persona. È una cosa molto importante, perché con un’idea ordinata puoi fare qualcosa di grosso, con una disordinata non arrivi a niente e nessuno.

Quando per la recensione di HER hai proposto due tipi di approcci diversi, con tagli comuni ma risvolti diversi. Quella recensione mi ha fatto capire quanto lavori con ordine. A tal proposito, ti chiedo: quando parli di un film con simili componenti emozionali (solitudine, crescita, magnificenza e stupore) come ti muovi? Cosa scatta in te quando vuoi parlare di emozioni?

Credo che tutto parta ugualmente dalla musica., non ho altro modo di iniziare. Qualsiasi cosa abbia fatto. Scritto, ideato o pensato, è sempre partita dalla musica. Quando parlo di cose particolarmente emozionanti, mi rifaccio la maggior parte delle volte alle immagini, anzi, alle figurazioni più che altro. Una storia deve essere (e il cinema in questo ha un grande ruolo) una rappresentazione della realtà,diversa dalla realtà per come la conosciamo. In questo modo puoi anche presentare un’emozione e la puoi rappresentare in modo più romantico e bello. La figurazione, la storia e l’immagine diversa rispetto al reale ti aiutano, e ti rendono anche la spiegazione più bella. Secondo me è questo il punto, partendo dalla musica, fondamentale per pensare qualsiasi cosa. È il tipo di arte più accessibile all’uomo, tutti possiamo ascoltarla (entro i limiti fisici). Un quadro puoi non capirlo (ad esempio Mondrian, non è detto che possa colpirti), ma la musica, ad esempio anche la minimal, è comunque qualcosa che per forza di cose ti arriva più di un quadro o una statua. Per questo è il tipo d’arte che scava di più in profondità. È come se in un buco butti una bomba piccola o una nucleare, con la seconda a prescindere fai più casino. Sto cercando di passare questo concetto ai ragazzi del corso: partiamo sempre da qualcosa che possa darci uno spunto iniziale, nel mio caso la musica, per altri magari sono odori o luoghi. Però, se ci pensi,  dietro ogni cosa che fai comunque c’è la musica, perché effettivamente smuove di più.

Parliamo di Ritmo. Il concetto di ritmo nei tuoi video è percepibile attraverso i tagli. Una volta ti consigliarono in un commento di utilizzare meno tagli, perché con troppi appari distaccato. Hai risposto che in seguito avresti realizzato un altro video con un piano sequenza unico. Cosa significa per te lavorare con il ritmo?

Innanzitutto c’è un problema pratico: la maggior parte delle volte in cui ho realizzato il mio cinema, l’ho scritto subito dopo aver visto il film e girato immediatamente dopo averlo scritto. Non lo posso imparare a memoria e non voglio nemmeno lasciare le frasi al caso. Non posso scrivere un concetto e dirlo alla meno peggio. Se quella frase l’ho scritta così, c’è un motivo. O passo due/tre giorni a impararlo a memoria (diventando tipo pappardella) o lo realizzo così. In questo modo ti dai la possibilità di girarlo e montarlo in 30 minuti. In più, questo procedimento ti permette di pensare alla musica e a tutto ciò che fa atmosfera, oltre la recensione in sé. Nei lavori da regista il ritmo è essenziale. Ci sono cose superveloci o altre molto molto più lente. Il ritmo è importante, e purtroppo è di chi lo riceve e non di chi lo realizza. Non esiste un film oggettivamente veloce o lento, purtroppo. Quello è il problema dell’opera d’arte in sé (non che le mie lo siano): se crei un’opera d’arte, l’atto artistico termina quando l’opera è finita. Questo implica che, fondamentalmente, da lì in poi ci sarà una sorta di appropriazione indebita da parte del pubblico, che deciderà tutto. Non potrai più dire “no, per me era così”, altrimenti ti rispondono che avresti potuto tenere per te quel lavoro. Se lo rendi pubblico, a quel punto quell’opera d’arte diventa appropriazione allo stesso tempo indebita e legittima da parte del pubblico. Il ritmo, la bellezza, la valenza, la durata nel tempo e altre caratteristiche vengono decise dal pubblico, e questo è un bel problema. Probabilmente l’artista non vorrebbe nemmeno esporsi. Sono quasi sicuro che la maggior parte degli artisti abbiano dentro di loro una lotta tra la voglia di apparire tramite l’arte e la voglia di non apparire affatto. È ovvio che l’arte la realizzi per far esplodere qualcosa verso l’esterno, però nasce perché dentro hai un bisogno. È questa, secondo, me la diatriba interna, la lotta interna dell’artista che lo rende tale. Il fuoco viene da questa energia cinetica: da dentro viene la spinta, purtroppo però devo mandarla fuori e non voglio.

A proposito di questo, ho fatto una domanda simile (perché amo come lavora) a Lorenzo Ceccotti LRNZ. Ho avuto il piacere di conoscerlo e, parlando, mi ha fatto un discorso simile. Anche lui parla di arte multidisciplinare, ed è bello avere anche da te la conferma che quando una persona sa quello che fa, sa che possono esserci più direzioni che partono da questo dissidio interno all’artista. Sempre riguardo questo discorso, ritornando alle recensioni, quando hai recensito La Grande Bellezza hai dichiarato che quel video non volevi farlo, però lo hai realizzato ugualmente perché richiesto da tanti. Per un video che hai dichiarato non essere vicino a te, com’è cambiato il tuo bisogno di comunicare? In un canale in cui hai sempre dichiarato di fare cose per tuo piacere, com’è stata quell’esperienza?

A un certo punto il canale diventa un dialogo, non può essere monologo. Altro esempio è un altro mio video “la nostra maturità”, dove da un post fatto su Facebook in cui raccontavo il giorno della mia maturità, sono arrivati molti commenti di ragazzi che mi racccontavano la loro maturità e la loro paura prima di farla. Lì ho capito che il canale non è solo mio, che non avrei potuto girare un video come tutti sulla mia maturità (con le solite riprese di banchi vuoti), quindi ho raccontato la maturità di tutti, un piccolo show dialogo tra me e il pubblico per far sentire a tutti la voce di piccole voci sulla maturità. Questo mi ha fatto capire un sacco di cose (confermate dal video su la grande bellezza), ad esempio che il canale è un dialogo che collega due cose. Soprattutto tramite internet, questa comunicazione non è univoca, ha sempre andata e ritorno. Questo rende chi mi guarda molto partecipe di quello che voglio fare e padrone a volte (solo a volte) di decidere cosa possa realizzare su quel canale. Mi sono lasciato andare, realizzando una cosa che non era propriamente mia, perché il film non mi è piaciuto come dovrebbe piacere un film di sorrentino. L’ho trovato qualcosa di… ha fatto troppo. Mi faceva rabbia sentire e leggere commenti che secondo me non hanno esposto bene la questione, quindi ho detto da mia. Tante persone si sono trovate d’accordo e tanti no, ed è una cosa che io adoro, perché crea dialogo.

Non tutti fanno questo percorso mentale riguardo il dialogo sul proprio lavoro. Parlo di Youtubers, persone che rilasciano dichiarazioni pubbliche o curano un blog, con interventi fatti e lasciati lì in pasto ai commenti.

Molte persone, secondo me, non hanno niente da dire attraverso il dialogo. La maggior parte delle persone su internet non sono come le vedi, sono meno piene di cose. Conosco tanta gente che ha tante cose dentro bellissime, e tanti altri che non hanno nulla.

Parliamo di Lo Chiamavano Jeeg Robot e di Roma, ricollegandoci a La Grande Bellezza. Hai riconosciuto dei luoghi nel film di Mainetti dove anche tu hai girato. Immagini di una Roma verace e vera, dove senti rumore di clacson e vita quotidiana. Sorrentino, invece, mostra una “Roma quadro”. Parli di vicinanza e distanza dall’arte per apprezzarla al meglio, nel tuo caso con Roma e Dylan Dog, com’è stato rappresentare Roma?

Roma non potrai mai rappresentarla bene. Nemmeno Pasolini l’ha rappresentata nella totalità delle varie sfaccettature, tantomeno c’è riuscito Sorrentino. Quello che ho apprezzato di Mainetti è che lui non vuole rappresentare Roma realizzando la cartolina di Roma o rappresentando un totale dalla città. Ha bisogno di Roma nel film, non poteva ambientarlo altrove, perché sente il bisogno di vivere le sue storie lì (come lo sento io per le mie storie). Come vivo Roma e questo tipo di rappresentazione? Questa città è molto più grande di noi e di qualsiasi regista, per questo tanti la vogliono. Perché un regista vuole rappresentare la città difficile? Perché punta alla grandezza? Punti a cose più grandi di te per acchiapparle e prenderle. Se punti a qualcosa di veramente grosso come Roma, Parigi o New York, spesso catturate nei film, effettivamente vuol dire che sei un regista e vuoi abbracciare qualcosa di realmente più grande di te. Non ci si riesce mai totalmente, quello che puoi fare, quindi, è concentrarti su quello che riesci a vedere e mostrarlo bene. Se hai un momento della città davanti a te, concentrati su quello e capisci che è un buon punto di partenza, ti farà bene. Sorrentino sbaglia una cosa: rappresenta una Roma molto bella visivamente, che però non esiste.

Molto Felliniano in un certo senso.

Si, contemporaneamente di meno o di più, nell’estremizzazione di quel tipo di rappresentazione, perché quel tipo di Roma comunque non esiste. Mainetti non ha secondo me sbagliato, perché non deve rappresentare Roma con il Colosseo o queste cose qua, in realtà mostra stadio, e nemmeno il Colosseo (togliendo gli ultimi minuti del film, che per me comunque dovrebbero essere eliminati). Roma è vista come una città di cui il regista ha bisogno, è stato più modesto e ha imparato a rappresentarla bene.

Perché dichiari su Facebook che cerchi Mainetti per la produzione?

Perché è uno dei pochissimi che sicuramente in questo momento potrà ascoltare la mia storia quando sarà il momento giusto. Una storia particolare che deve essere capita, che se la realizzi e la produci bene sarà un bel film.

Mi hai parlato con tre parole di questa storia, dicendomi che sarà il “tuo” film, girato in un certo modo senza scendere a compromessi. Come definiresti la tua idea?

C’è già la sceneggiatura, scritta con la sceneggiatrice con cui collaboro. È una storia che fortunatamente nessuno ha ancora raccontato e che rappresenta molto per me, parlando semplicemente dell’amore. Il concetto universale di amore, quello che secondo me è l’amore. Ed è una roba che non ti aspetti, anche se lo dicono tutti quando hanno una storia. Ho scritto questa cosa quattro anni fa in un momento molto positivo della mia vita, togliendo dalla positività tutto ciò che non fosse positivo. Non è la storia più felice del mondo, però ti appassiona e ti entra dentro, anche se le cose che vedi non sono assolutamente reali.

Sospensione d’incredulità?

Assolutamente si, la credibilità e la plausibilità sono la base di ogni storia fantastica. Quella roba è nella mia testa, la porto avanti e ci provo.

Ci sarà Roma?

No, sarà una realtà molto più piccola e intima, perché il film è molto intimo.

In Lo Chiamavano Jeeg Robot, parli della rappresentazione del LunEur che, personalmente, mi ha commosso. Ho vissuto da tuo coetaneo i suoi ultimi anni, e ho questo ricordo della ruota, delle cose fantastiche, e vorrei sapere se nel tuo film possono esserci o meno cose simili..

C’è un luna park, ma non è di Roma. C’è, perché da piccoli ci andavamo (casa degli specchi e cose simili) perché li avevamo quelle cose, quando andavamo lì fino ai nostri 14/15 anni circa è stato in piedi, ora le generazioni non hanno più quella realtà a disposizione dentro Roma: era una cosa enorme ma intima, era epocale ma piccola. Era quella la cosa che mi appassionava. Era dentro la città, una cosa del genere, assurda. Quando entravi lì, il bambino dimenticava di stare dentro la città, era un sogno. Mi sono informato per entrarci e parlarne, ma è veramente difficile. Vorrei risvegliare una cosa che non ha avuto una storia felice, ma un’importanza enorme. Se non ci sei stato dentro non puoi capirlo, ti sembrava di fare centinaia di km di viaggio, per entrare in un luogo che ti faceva dire “oddio, dove sto?”, sembrava enorme, una cosa assurda dentro la città, non so se ce ne sono altrove di simili. Ora sono anche in fissa con i rollercoaster, molto interessanti. Non vedo l’ora di avere il giusto nome per proporre le storie giuste, perché tante cose possono essere fatte in modo affascinante. Uno dei miei modelli è Tim Burton, perché quello che fa in Big Fish, Beetlejuice, Edward mani di forbici, Sweeney Todd e Alice, lui riesce a raccontarti una storia e a rendere la realtà storia. Lì diventa tutto magico e incredibile. Se tu riesci a prendere un’argomentazione figa e la rendi storia, hai vinto tutto.

Hai mai pensato di lavorare anche con altri mezzi oltre il cinema?

Rosico un sacco perché i fumettisti hanno la possibilità di raccontare storie che noi registi non possiamo rappresentare. Ho parlato l’altro giorno con Michele Monteleone (Senza Ombra) dicendogli  la stessa cosa: il limite è ciò che puoi disegnare o pensare. Io non posso pensare che questo locale ora esplode o si sposta altrove, posso pensarlo ma posso realizzarlo solo con i miliardi.

Hai molto da dire, in ogni progetto che fai (ad esempio il lavoro per Netflix) metti amore, lavorativo o meno che sia. Non lo fai forzatamente, non lo tratti diversamente rispetto al resto. Lo fai perché di piace.

Tante persone si stanno lamentando perché ora pubblico un sacco di cose sponsorizzate sul canale. Ieri, ad esempio, ho detto no a tre proposte perché non mi piaceva il film con cui avrei dovuto lavorare. Le persone devono capire che o il canale lo chiudo perché devo lavorare, o ci lavoro. Sennò non posso pagarmi affitto, non posso produrre ciò che sto per fare (un minuto di film per farlo vedere ai produttori, costo circa 15-20000 euro). Se non ho quei soldi, non posso fare ciò che vorrei fare. Lavorate, sempre con dignità, dichiarando che state lavorando, facendo delle cose in cui  metti la tua creatività. Enter the Netflix avrei potuto non farlo, perché mi era stato chiesto un progetto in cui sponsorizzare Daredevil. Mi hanno contattato come influencer e ho pensato che potrei guadagnare 10 spendendo 1 facendo il mio cinema su Daredevil. Però il mio cinema per lavoro lo realizzerei solo se proprio non ho altre possibilità (l’ho fatto con Little Miss Sunshine, ma in quel caso non vedevo l’ora di pubblicarlo) e quindi ho pensato di fare una cosa diversa, in cui invece di guadagnare 9 ho guadagnato 3, ma ho fatto una cosa fichissima, da inserire nel reel, che fa salire qualità del lavoro e del canale. Se le persone non capiscono effettivamente come funzionano le cose, è un problema loro. Perché devi guadagnare per vivere e personalmente non ho tempo per “non lavorare”. Con i miei utenti ho un patto non scritto riguardo il portare sempre lavori di qualità, nonostante ci sia un prodotto dietro, se a loro non sta bene questa cosa purtroppo è un problema loro.

Mi ha colpito da morire anche il tuo lavoro con gli About Wayne, ho rivisto di recente i loro video girati da te dopo aver visto vittima degli eventi. Ho riconosciuto una tua cifra stilistica nelle riprese a diverse velocità, modi di riprendere “inclinati e destabilizzanti” e l’atmosfera cupa. Quando lavori in regia, come ti approcci a un prodotto che hai voluto da morire (ad esempio Dylan Dog) e quando lavori a un video musicale? Com’è l’approccio di Claudio a queste cose?

Se uno vuole lavorare come regista tenta di crearsi uno stile. Se ti piace una cosa alla fine trovi il modo per farla venir fuori e renderla tua ed effettivamente parte del tuo stile. Di conseguenza è figo, ad esempio, che io riveda dei prodotti che ho realizzato anni fa e riveda in loro delle cose buone. Un mese fa ho rimesso in piedi il mio reel dopo tre anni, e ho messo dentro di nuovo cose di quattro anni fa. È stato figo perché sono prodotti che valgono quanto quelli di un mese fa. Tenti di approcciarti creando il tuo stile, un taglio, un colore, un modo di comunicare, una lingua. Più la gente deve imparare quella lingua e apprezza quella lingua, più quella lingua è particolare, bella e unica.

La tecnica, come strumento da utilizzare, che ne pensi?

Sono autodidatta, non ho studiato ma ho avuto tanti maestri di vita. Un mentore per lavoro e creatività, un mentore per la fotografia (anzi, più di uno), varie persone che mi hanno insegnato tanto di set, reparti, macchina e tecnicismi. Ho ancora un sacco di lacune, che non ho paura di dichiarare. Se non so effettivamente cosa significhi qualcosa mentre sono sul set, non ho paura di chiederlo, e questo non fa calare la mia autorevolezza. L’umiltà e l’essere molto diretti, soprattutto da giovani, paga totalmente. La tecnica è importante come strumento, com’è importante l’attore. La tecnica è uno degli strumenti del regista, non il più importante. Basta guardare vari film di vari registi per capire che la tecnica è molto personale. Di base sai che serve un campo e un controcampo per far funzionare qualcosa e di base sai che esiste una struttura che funziona nel montaggio. Ci sarebbero tante altre cose, ma si tratterebbe sempre della base. Fatto quello, puoi essere molto tecnico o monto di composizione. L’importante è conoscere qualcosa che vuoi cambiare, perché se lo conosci puoi giocarci.

Tempo fa hai dichiarato: “vedere un film al cinema mi cambia ancora la giornata”. Quanto è importante per te vedere le cose in grande, fisicamente? Su uno schermo grande e con un buon impianto. Combatti strenuamente la visione in streaming da computer e spontaneamente penso a Netflix con cui puoi vedere tutto comodamente da casa. Si crea questa dicotomia..

Ci sono cose che puoi vedere al cinema ed altre che puoi vedere a casa. Gravity non puoi vederlo a casa. Ho comprato un proiettore, a 17 anni, con il 5.1, perché lo desideravo fortemente e funziona ancora alla grande, ci vedo bluray e ci gioco, ci vedo serie tv e Netflix. Fondamentalmente, per me è molto importante la grandezza delle immagini, perché il cinema è più grande di quel che dobbiamo essere noi, quindi una persona non può essere piccola! [ride] È una battuta, ma è davvero importante vedere le cose in grande, perché il cinema vede le cose in grande.

Quando lavori (quindi anche in fase di montaggio) la cura dei dettagli audiovisivi, quanto pesa? quando ho visto Vittima degli Eventi molte cose mi hanno colpito tantissimo. Oltre lo studio di Dylan (su cui avete fatto un lavorone), il rituale (in cui avete riprodotto una situazione surreale rendendola realistica) che vi lascia comunque attaccati alla sedia mentre la guardi. La cura del dettaglio quanto conta all’interno dell’opera?

Tantissimo. Adoro la postproduzione e il montaggio, è quello che rende effettivamente quello che “fa” il film. I dettagli sono importantissimi, perché la gente ci si fissa e perché, anche se non ti fissi, ti arrivano al subconscio. Hai bisogno di vari piani di lettura e scrittura visiva, quindi tutto quello che effettivamente devi fare, lo realizzi anche in dettaglio in postproduzione. Il regista non può non adorare la post, non può non avere (ed essere) un buon montatore.

Ho lavorato come tecnico audio e luci per tanti anni, in spettacoli improntati sull’impatto visivo. Ricordo spettacoli in cui, in un’ora, con 50 cambi audio e luci, creavamo quadri. Nel tuo lavoro riconosco in ogni scena un’immagine quadro di quella scena. Una cura molto teatrale, dal mio punto di vista.

Adoro il piano a due (molto teatrale) in cui lasci parlare la gente. Se volessi inquadrare un dialogo a tre, non farei mai tutti primi piani, utilizzando varie angolazioni. I primi piani li usi per esigenze relative alla scena precedente o successiva, ma se mentre loro parlano ti avvicini pian piano, hai fatto tutto. Per il dialogo a tre, ad esempio, o hai bisogno di staccare le cose o se è una condizione di dialogo tranquillo fai vivere le cose per come sono realmente, rendendole storie belle con tutto il resto. È figo farle vivere così.

Nel video di American Hustle parli della camera che segue i personaggi e si trasforma in primo piano e dell’uso delle mani. Hai parlato del regista, che ama gli attori. Quanto è importante per te lavorare con attori che “conoscono” il mestiere?

Ho lavorato con attori di qualsiasi tipologia o livello, e quello che devono capire è che il loro lavoro è difficile. Devono collegare la propria sensibilità e fragilità a qualcosa che permetta loro di recitare. Questo rende l’attore molto più umano sul lavoro, rispetto a tutti gli altri, quindi meno freddo e meno “lavoratore”. Di conseguenza, visto che l’attore è un’arma in mano al regista (anzi,in mano al film) l’attore deve capire che deve sapersi accendere e spegnere quando deve. Facendo esattamente quello che la scena richiede. Purtroppo, la maggior parte di loro non ci arriva perché pensano di essere il centro del film, mentre il centro del film è il film stesso.

Ricordo quando vidi Freaks la prima volta. Eravate tante webstar coinvolte, e ho immaginato tante prime donne a fare la stessa cosa. Quanto è importante per te la consapevolezza delle persone del proprio ruolo all’interno della storia?

Pian piano capisci i tuoi limiti, quelli altrui e fai capire come effettivamente vanno fatte le cose. Fai capire come e chi si possa muovere e quali siano i limiti di tutti. Devi semplicemente crescere e prendere il tuo luogo e il tuo spazio per non distruggere quello altrui.

Ultima domanda: sei soddisfatto, a oggi, di ciò che stai facendo?

Di quello che ho fatto si, ma non di quello che non ho fatto. Nel senso che, brucio dentro di cose che devo fare, quindi mi sveglio la mattina alle 7 e il cervello inizia a pensare a quello che ho da fare immediatamente e quello che non ho ancora fatto. La soddisfazione c’è e c’è anche la mancanza di ciò che ancora non ho fatto, che mi fa vivere bruciando di passione per quel che farò. Per ora ho fatto tutto quello che volevo fare entro i 25 anni e ora, piano piano, sto entrando in un mondo e vengo riconosciuto come regista.

Ringraziamo di cuore Claudio per la disponobilità e diamo appuntamento ai lettori al Lucca Comics & Games, dove troverete Claudio presso lo stand di Ernest Egg, dove sarà presentato il corto dedicato al personaggio (di cui Di Biagio è regista). 

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