#quattrochiacchierecon / Claudio Mangiafico e il suo Thimoty Austen

Mirko Tommasino

Qualche giorno fa mi sono imbattuto per puro caso in Thimoty Austen, ultimo lavoro di Claudio Mangiafico.

Dopo aver letto il lavoro, interamente pubblicato online, istintivamente ho contattato l’autore per un’intervista. Buona lettura!

 

Buongiorno Claudio! Benvenuto su Geek Area, grazie per averci concesso quest’intervista virtuale. Iniziamo con le domande di rito: parlaci di te e del tuo lavoro d’autore.

Innanzitutto grazie davvero per aver preso a cuore il progetto. È difficile dire in poche righe cosa mi ha portato a realizzarlo. Disegno da quando ero piccolo, ho sempre adorato disegnare. I miei primi soggetti erano le riproduzioni dei cartoni. Mia madre conserva ancora qualche disegno. Dopo le medie decisi di frequentare il liceo artistico e poi venne Brera. La scelta di quest’ultima l’ho vissuta davvero in maniera conflittuale. I miei mi consigliarono vivamente di frequentare una scuola che rilasciasse un attestato statale. Io invece volevo sbattermene e frequentare un corso di fumetto. Trovai il corso serale di fumetto presso la scuola d’arte applicata del castello sforzesco di Milano. Lavoravo, frequentavo Brera e il corso di fumetto contemporaneamente.

Come mai hai scelto questa strada?

Penso che il fumetto sia per me una valvola di sfogo. Diciamo che il fumetto racchiude, oltre al disegno, la capacità di comunicare, raccontare una storia ed emozionare. Provo a farlo anche attraverso la musica. Con questo progetto, diciamo che non mi sono dato un freno. Thimoty per me è la fusione di ciò che più mi rappresenta, musica e disegno insieme.

Leggendo il tuo ultimo lavoro, Thimoty Austen, mi ha colpito particolarmente tanto il tuo stile di disegno: un misto tra matita e inchiostro, su carta con una dominante gialla molto forte. Come mai questa scelta?

Dunque, per realizzare il progetto mi ci sono voluti 8 anni. Lavorando full time come operaio, mi sono sempre dedicato al progetto la sera o nel tempo libero. La scelta di lasciare il soggetto un po’ indefinito, completo delle linee di costruzione e marcato nelle parti definitive da una matita più scura, prevalentemente la 2B, sta per buona parte, lo ammetto, nella mia mancanza di tempo per portare tutte le tavole ad una realizzazione definitiva a colori, tuttavia a lungo andare l’idea di lasciarlo così mi ha convinto che era proprio questa la sua forma.

Ho visto che sul sono presenti delle prove colore. Hai provato diverse soluzioni, a quanto pare. C’è un tipo di colorazione particolare che vorresti realizzare per questo progetto?

Sì, nel fumetto c’è questa sezione prove colore, ho fatto alcune tavole a tempera. Mi sarebbe piaciuto fare tutto il fumetto a tempera. Per fare una sola tavola mi ci vuole come tempistica (considerando che lavoro) almeno una settimana. Lo ammetto, sono moooolto lento nel disegnare. Quello che vedete nel sito è la stesura definitiva di continue rivisitazioni. Penso comunque che toni caldi e materici dipinti a tempera possano essere la migliore strada per una versione del fumetto a colori.

Parliamo ora della narrazione. Presenti la tua opera divisa in capitoli, pagine formattate orizzontalmente, costituite talvolta da un’unica splash page. Come mai questa scelta, in una realtà fatta maggiormente di formati a lettura verticale?

Si, dunque. Il progetto era nato inizialmente con un formato verticale. L’idea era quello di presentarlo alle case editrici. Successivamente l’idea di lanciarlo online mi ha spinto a pensare che, visto che si trattava di affrontare un formato digitale, il miglior modo per presentarlo al fine di poter esser letto da tablet o smartphone in maniera chiara e leggibile sarebbe stato quella di presentare le tavole in formato orizzontale.

La storia è facilmente leggibile e i personaggi sono molto caratterizzati: tutta la vicenda ruota attorno ad un dodicenne orfano che sogna di diventare un grande pianista. Molto bella la caratterizzazione di Londra vittoriana, che fa da sfondo per le vicende dei personaggi. Da dove deriva la volontà di raccontare una storia ambientata in quel contesto? C’è un personaggio in particolare di cui vorresti parlarci?

Londra è da sempre stata la mia città preferita. Quando iniziai a pensare alla stesura della storia, cominciò a balenare il desiderio di visitare la città. Avevo proprio voglia di documentarmi, non mi bastava scaricare le immagini da internet. I viaggi a Londra mi offrirono una percezione più reale dell’ambientazione. Indubbiamente il fascino dell’epoca vittoriana è stato influenzato dai film di Tim Burton. Otto anni fa, come esercizio scolastico, realizzavo piccole bozze per imparare a creare i personaggi su un piccolo taccuino “Moleskine”. Nacque Thimoty. Dopo averlo realizzato, iniziai a fantasticare sulla storia. Era come trovarsi di fronte ad un puzzle, avevo in mano tutti i tasselli, mi mancava solo unirli. Un puzzle un po’ lungo da terminare.

La co-protagonista che affianca Thimoty è una ragazzina di nome Elody. Lei appartiene alla alta borghesia, sa suonare il violino e Thim ne rimarrà affascinato. Elody è un mio omaggio ad una dei miei artisti preferiti, Elisa Toffoli. Il nome è l’unione delle parole Elisa + Melody. Le ho anche messo un neo all’altezza del mento.

Personalmente, già da prima della lettura, il personaggio che più mi ha colpito è stato il Signor Sullivan e la sua bottega. Sarà perché sono musicista anch’io, ma la vista dell’anziano mastro artigiano mi ha scaldato il cuore, ricordandomi il profumo delle antiche liuterie. Hai realizzato un lavoro a parte (molto minuzioso) per lo studio della bottega, puoi parlarcene?

Un altro esercizio affidatomi durante il corso di fumetto, fu quello di realizzare una stanza in scala. Il tema era libero e quindi decisi di creare la bottega degli strumenti musicali del signor Sullivan. Questo esercizio mi servì molto per studiare le luci e le ombre; usando delle lampade, proiettavo la luce attraverso le finestre. Alcuni strumenti musicali li ho acquistati, altri come il pianoforte li ho resalizzati personalmente. Il modellino è stato fatto in balsa, legno, tempere, carta fotografica, perfino stuzzicadenti.

Il modo con cui hai illustrato il rapporto tra Sullivan e Thimoty mi ha colpito molto. Nel terzo capitolo ti sei spesso soffermato sul disegno delle mani, mentre i due personaggi conversano. In qualche modo ho ricollegato questa scelta al voler sottolineare la cura che si ha nel realizzare qualcosa con le proprie dita (intese come capacità). Quindi, ti chiedo: qual è stato il percorso per la realizzazione di questa graphic novel?

Sono alcune delle mie tavole preferite, infatti si ritrovano anche nella sezione “prova colore”. Ho più volte disegnato quelle mani, a volte risultavano troppo realistiche e sono state fonte di discussione con un mio insegnante. Realizzare un fumetto, personalmente, non è stato semplice. Quando sei per troppo tempo immerso nello stesso soggetto, è un po’ come essere chiusi in gabbia. Ma il consiglio che posso dare a chi vuole approcciarsi a questo mondo è quello di non perdersi d’animo e non arrendersi al primo ostacolo.

In ogni buona storia è presente un buon antagonista. Cosa puoi dirci del reverendo Beckett?

Non vorrei anticipare troppo, la domanda è: Beckett è cattivo?

È senz’altro uno dei miei personaggi preferiti, mi sono ispirato a Malefix dei Ghostbusters. L’idea di un anziano dal volto scarno che suona un organo.

I dialoghi si reggono su frasi semplici e dirette, conversazioni alla portata di tutti. È bello come separi il discorso diretto da quello indiretto (o narrativo) con il lettering digitale nel primo caso e la grafia a matita nel secondo. Personalmente, a voler fare una critica, l’unico aspetto che mi ha entusiasmato meno è stata la scelta della formattazione dei dialoghi, con baloon visivamente un po’ imperversanti rispetto al disegno. Come mai questa scelta?

Una volta stesa tutta la sceneggiatura e scritti i dialoghi, ho sottoposto il tutto al mio insegnante di sceneggiatura Giorgio Pelizzari. L’idea di mettere i dialoghi all’interno dei baloon con un font molto semplice è nata dal fatto che volevo presentare il prodotto nella maniera più pulita e leggibile. Gli stessi baloon hanno una dominante di colore diversa rispetto alla tavola proprio per facilitare il senso di lettura.

Il filo conduttore di tutta la vicenda è la musica. Tutti i rapporti umani del racconto ruotano attorno alla composizione e all’esecuzione di melodie. Hai realizzato una colonna sonora per questo lavoro, una Rock Opera interessante da ascoltare durante la lettura. La descrizione che fornisci del processo creativo non è delle più felici, anzi. Allo stesso tempo però traspare anche una soddisfazione particolare nell’aver realizzato tutto praticamente da solo. Ti chiedo, citando una parte del fumetto: “…cosa si prova ad incidere un disco?”

Realizzare un’opera rock è stato un sogno. La rock opera è un album virtuale in quanto quasi tutti gli strumenti sono realizzati dalle tastiere e da suoni campionati.

Avendo inciso tutto l’album da solo, ho dovuto pensare a tutta la struttura della canzone immaginando il risultato finale. Mi è mancato non aver avuto un confronto diretto con i musicisti. Quando ti trovi in una sala prove, basta un giro di chitarra, un’ accordo dissonante per creare un’atmosfera o costruire un brano. In questa opera rock non è stato possibile. Tutte le parti di chitarra, invece, sono state suonate da Dario Panzone. Anche qui il rapporto collaborativo, causa impegni lavorativi e familiari, è avvenuto tramite scambi di idee e di files attraverso mail e messaggi. Ringrazio Dario per la maestria che ha dimostrato nel cogliere il mio pensiero ed entrare in pieno nel brano. Infine ringrazio Paola Memeo per tutti gli insegnamenti nel canto.

Prima ho citato Elisa, l’opera rock racchiude in sé suoni pop ma offre anche spunti legati alla musica che ascolto. All’interno potete trovare anche sonorità progressive e simphonic metal.

Il racconto si apre e si chiude con un concorso musicale, l’argomento contenitore di tutta la storia. Per noi musicisti, questo è sempre un tasto particolarmente dolente è vero, ma per fortuna la musica non è fatta solo di questo. Cosa puoi dirci riguardo la tua vita da musicista, oltre la rock opera?

Il concorso musicale nel fumetto potrebbe rivelarsi attuale se pensiamo ai nuovi talent Show. In realta otto anni fa quando ho pensato alla storia non ci pensavo assolutamente a questo tipo di collegamento. Nelle mie seperienze passate di gavette e concorsi ne ho perso il conto. Ho suonato per diversi anni con una cover Band le tastiere, poi ho deciso di dedicarmi al canto per realizzare un qualcosa di proprio. Attualmente a dire la verità, causa impegni lavorativi non sono alla ricerca di band. Diciamo che è un po difficile trovare validi elementi per formare una band sopratutto affidabili, che condividano in pieno le stesse idee. A Milano la scena musicale negli ultimi anni a mio avviso è un po’ pessima, parlo per quanto riguarda i locali e le band che non vengono accettate o mal pagate.

Per ora sono fermo, suono a casa e mi esercito col canto.

Progetti futuri di cui vuoi parlarci?

Senz’altro ho in mente di presentare il progetto dal vivo con una mostra e una presentazione musicale. Ho in mente di relizzare qualche nuovo capitolo che anticiperà un nuovo episodio. Ma per ora sto lavorando a un nuovo progetto da presentare alle case editrici, una nuova storia, ma di questa non anticipo nulla.Per ora.

Claudio, ti ringrazio per la disponibilità e la pazienza, è stato un piacere leggere il tuo lavoro. Spero davvero di vederlo pubblicato al più presto, e di poter ascoltare un’esecuzione dal vivo dei brani che ho potuto apprezzare durante la lettura. Alla prossima!

Un grazie infinito a voi! Buona lettura e buona musica!

Claudio


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