#quattrochiacchierecon / Daniele Gud Bonomo, ARFestival e divulgazione dei fumetti

Mirko Tommasino

In attesa della nuova edizione, abbiamo chiesto a Daniele Gud Bonomo, uno degli organizzatori dell’ARFestival, le sue impressioni sulla passata edizione, parlando dell’importanza della divulgazione del fumetto, approfondita nel suo volume “Tutti possono fare fumetti”, edito da Tunué. Questa la nostra chiacchierata. 

Buongiorno Daniele, grazie per averci concesso questa intervista. Cosa puoi raccontarci della scorsa edizione dell’ARF?

Grazie a voi! Il festival è stata una festa bellissima: tre giorni molto intensi ricchi di emozioni. Tutti, dai lettori agli appassionati, passando per autori ed editori hanno vissuto questa tre giorni in modo positivo e propositivo. È stata davvero una festa. In questo senso, noi cinque orgaizzatori siamo contentissimi del risultato. Rispetto alla prima edizione (più beta) la risposta è stata molto amplificata e abbiamo avuto tantissimi feedback positivi. Questo ci ha dato modo di pensare che la direzione sia quella giusta.

Parlaci della Job Arf, com’è stato prepararla e portarla avanti?

L’abbiamo voluta fortemente. Già in altre manifestazioni ci sono questi incontri tra editor ed autori emergenti che presentano il loro portfolio. L’abbiamo voluta strutturare in maniera leggermente differete: spesso in questi incontri domanda e offerta sono distanti tra loro, e gli editori diventano restii a pertecipare. Da noi funziona diversamente: chiediamo agli editori prima del festival di che tipo di materiale hanno bisogno, successivamente facciamo una call pubblica con le richieste di portfolio e facciamo una preselezione condivisa con gli editori, che quindi nel momento del colloquio avranno già visto il materiale dei selezionati, consentendo loro in quel quarto d’ora di convincerli con il loro progetto. La cosa positiva che ci ha spinto a ripetere l’esperienza è che nel 2015, pur essendo una prima edizione, abbiamo centrato il nostro obiettivo. Abbiamo fatto nascere una quindicina di collaborazioni fruttuose e durante l’edizione 2016 alcuni autori mi hanno confermato che grazie a quegli incontri hanno continuato a trovare altri lavori interessanti. L’ARF pensa a tutto il fumetto: dalle case indipendenti al fumetto popolare. Pensa al passato con le mostre e al presente con autori e case editrici (quaranta nel 2016 e trecentocinquanta autori accredittati) e pensa al futuro con Job Arf, Marsterclarf e Area Kids, con i laboratori volti ad avvicinare i bambini al fumetto e non soltanto al singolo pupazzo, ma al linguaggio.

Parliami delle masterclass.

Fare lezioni di tre o quarto ore dal punto di vista formativo non è il massimo, perché non hai pratica e non hai rapporto diretto con ogni partecipante. Conta che ci sono state quaranta adesioni per quelle di disegno (Ortolani, Bevilacqua, Gipi) quindici per colorazione (Ceccotti, Leoni, De Felici) e altre quaranta con Recchioni e Artibani per sceneggiatura. Volevamo far partecipare gli spettatori a masterclass/evento, incontri molto più approfonditi di quelli aperti a tutti, con un professionista che fa questo lavoro da anni e può darti indicazioni. Anche in aula immagino ci saranno state domande mirate sul percorso personale e condiviso, che ha permesso di dare dei feedback impossibili da avere alle conferenze.

Parlaci delle mostre.

Anche per le mostre abbiamo fatto lo stesso discorso: creare un percorso di mostre che fosse il più vario possibile. Siamo stati aiutati dalla mostra di Hugo Pratt durata un mese, realizzata in colaborazione con il Comicon, fatta prima al museo del fumetto di Bruxelles e poi ad Angouleme. Come ARF abbiamo proposto la mostra di De Angelis (Nathan Never – Anno Zero), una di Leo Ortolani sulle sue recensioni a fumetti dei film, una su Rita Petruccioli e una su Lorenzo Ceccotti, che ha realizzato anche il manifesto dell’edizione 2016. La cura messa nelle mostre è stata tanta, perché siamo in un museo con degli spazi fantastici e le mostre vengono messe in risalto da questi ultimi. Sottovalutare questo aspetto sarebbe stato un peccato.

Dal punto di vista del pubblico, qual è stata la risposta?

Siamo molto soddisfatti. Orientativamente abbiamo improntato sempre il venerdì come giorno dedicato agli addetti ai lavori e a chi vuol fare questo lavoro. Il venerdì i visitatori infatti erano maggiormente giovani autori ed interessati al fumetto come professione futura. Per loro è stato un bell’apprroccio ed il feed è stato ottimo. Sabato e domenica è arrivato un pubblico che non ci aspettavamo: l’anno scorso tanti visitatori erano amici e parenti, portati dal passaparola, mentre quest’anno il nostro ufficio stampa ha lavorato benissimo. In più, le partnership con Atac hanno aiutato molto nella copertura. Ci sono state tantissime famiglie che si sono avvicinate al festival, in momenti di estrema condivisione con gli autori. Ti racconto un aneddoto: ero fuori nell’Area Bruti, c’erano degli amici che avrebbero voluto parlare con Gipi, ma si stavano facendo molti problemi ad avvicinarsi. Ho detto loro di andare senza paura, perché il clima è proprio diverso rispetto ad altre fiere, e la possibilità che vogliamo offrire è proprio di vicinanza e dialogo.

Parliamo invece dello spazio del Macro: come vi ha accolto?

Gli spazi donano bellezza, in assoluto, al tutto, ma questo era chiaro dal primo momento che abbiamo messo piede qui. Durante i tre giorni temevo dei problemi legati all’affluenza, ma non ci pensavo troppo perché se ci fossero stati con simili numeri avremmo avuto un successone. Abbiamo sofferto un po’ la giornata di domenica, in cui improvvisametne era estate e nella sala incontri il caldo si è fatto sentire molto durante gli eventi strapieni, anche con duecento persone, questo aspetto sicuramente lo miglioreremo per l’anno prossimo. In più il Macro, essendo composto da tanti padiglioni, per il prossimo anno magari riusciremo ad utilizzarne anche altri, per implementare ancora di più l’esperienza. Per noi è stata un’edizione positiva, per i visitatori immagino sia stato lo stesso, tolti piccoli disagi.

Che consigli dai a te stesso per il prossimo anno?

Allargare il gruppo di organizzazione, oltre le Fabs dell’ufficio stampa e Lorenzo con Volanet (che ci ha aiutati dal punto di vista amministrativo). Essendo noi cinque a fare tutto il resto, e non essendo imprenditori, abbiamo avuto un carico di lavoro enorme per organizzare la fiera, oltre il lavoro diurno. PIù volte ci siamo trovati a notte fonda a lavorare per il festival e per questo speriamo di poter miglirare questo affetto con una mano da parte di altre persone. Questo sovraccarico speriamo di organizzarlo diversamente, per ottimizzare il tempo e la manodopera.

Parlami del tuo lavoro con Tunué, Tutti possono fare fumetti, oggetto di un incontro all’ARFestival 2016. Perché realizzare un fumetto su che tratta la realizzazione di questi ultimi?

Quel libro unisce tre mie passioni: fumetto, insegnamento e viaggio. Farlo è stata una necessità, perché il fumetto è il mezzo che utilizzo per raccontare le mie storie, l’isegnamento è la mia professione da quindici anni e ho sentito il bisogno di mettere nero su bianco ciò di cui ho parlato in anni di lavoro. Il viaggio, perché il volume è un viaggio all’interno dei fumetti e della loro storia. Non è una cosa nuova parlarne così, Scott McCloud lo ha fatto splendidamente con la sua trilogia, però ha un problema: il primo libro arriva a molte persone, mentre gli altri due sono molto tecnici. Volevo un libro più leggero e diretto, per arrivare al pubblico che deve conoscere il fumetto: insegnanti di scuole elementari e medie (che devono impaarare le regole del linguaggio) e i critici del settore, per renderli consapevoli di cosa succede dal lato dell’autore (l’attenzione per il senso di lettura, per lo spazio bianco, cose che ti danno uno spunto per apprezzare al meglio il lavoro a fumetti). Ho cercato di realizzarlo guardando gli altri esempi prima di me, aggiustando il tiro quando questi cadono nel didascalico didattico. Per questo ho realizzato una storia che racconta tante cose, che fa passare determinati concetti. Ho voluto raccontare il linguaggio, perché davvero tutti possono fare i fumetti. In futuro, vorrei integrare il libro: sono capitoli chiusi, ma posso aggiungerne altri. Vorrei realizzare un secondo volume che parli di come portare il linguaggio del fumetto sul web, e poi parlare dell’approccio al colore, e forse ci vorranno altri quindici anni d’insegnamento per rendere le cose così chiare, prima di tutto a me stesso. La divulgazione del fumetto deve essere fatta in modo semplice e chiaro, per far capire a tutti che il fumetto è un linguaggio e può essere utilizzato come la narrativa ed altri. Abbiamo lottato quindici anni per far entrare il fumetto e i graphic novel nelle librerie dei grandi, ma abbiamo iniziato a dimenticare i lettori bambini. Per riconquistarli, magari, dovremmo dare una nuova dignità alle storie destiante a loro, così il genitore compa un fumetto non solo per impegnare quel quarto d’ora, ma per leggere qualcosa che li conivolga emotivamente e li possa far star meglio con i figli, senza essere didattici o didascalici, che è un po’ quello che ho provato a fare con Timothy Top: l’idea è far vivere ai ragazzini quelle storie, affinché diventino adulti più sensibili a determinate questioni nel presente e nel futuro.

Ringraziamo Gud e vi diamo appuntamento all’ARFestival 2017 (26, 27, 28 maggio 2017 – Macro Testaccio)


Comments are closed.