#quattrochiacchierecon / Elena Casagrande: tra i viaggi del Dottore, la libertà di Suicide Risk e le novità di Vigilante

Lorenzo Cardellini

Il 19 novembre a Terni si è svolto uno dei numerosi incontri che da anni ormai si tengono nella fumetteria Antani Comics di Francesco Settembre. Gli ospiti della giornata sono stati due autori di grande riscontro, quali Elena Casagrande e Giulio Rincione. Francesco ci ha gentilmente concesso del tempo prima dell’inizio dell’evento per poter intervistare gli autori, i quali sono stati estremamente gentili e disponibili. Vi proponiamo, quindi, la prima di queste due interviste, iniziando proprio con Elena Casagrande, talentuosa disegnatrice che abbiamo avuto modo di apprezzare su i lavori più disparati come: Suicide Risk, Doctor Who, Angel, Hulk, X-Files, Star Trek, Hack/Slash e molto altro. 

Ciao Elena e benvenuta su Geek Area! Ti ringraziamo molto del tempo che ci stai dedicando nonostante la presentazione che inizierà a breve. Come prima cosa vorrei chiederti qual è stato il tuo approccio al fumetto. C’è stato qualcosa che ti ha spinto da lettrice a voler diventare una fumettista e di conseguenza ad entrare in questo mondo oppure è avvenuto tutto in maniera diversa?

Ho cominciato sin da piccolissima a disegnare, lo facevo come fanno quasi tutti i bambini, per puro divertimento, per puro sfogo. Poi non ero una bambina molto socievole (risate n.d.a), me ne stavo chiusa in un angolo a disegnare e basta. Spesso disegnavo delle storie in seguenza, quindi raccontavo la mia giornata, cosa mi era successo a scuola, cose di questo tipo. Le mie prime letture non erano indirizzate a chissà quali fumetti, erano suggerite dall’edicolante di turno, quindi leggevo cose come Topolino o il Giornalino. Verso il periodo delle scuole medie, insieme ad altre due amiche, ho scoperto Sailoor Moon ed è cambiato tutto (risate n.d.a). Ho iniziato a leggere moltissimi manga ed ovviamente ricalcavo anche quello stile. Finito il liceo trovai una pubblicità della Scuola Internazionale di Comics e ho cominciato a frequentarle in contemporanea con l’Università, perché non sapevo cosa volevo fare, non avevo puntato a questo mestiere convinta che lo sarei riuscita a fare subito. Dopo qualche mese, poiché era davvero troppo fare entrambe le cose insieme, un po’ perché mi stavo esaurendo (risate n.d.a) ho fatto la mia scelta ed ho continuato l’Internazionale abbandonando l’Università. Per mia fortuna durante gli anni della Scuola di Comics sono diventata assistente di uno degli insegnanti, che già lavorava nel mercato americano, David Messina. Da lì ho preso i primi contatti, ho fatto un anno e mezzo di gavetta. Ho preso contatti con la IDW, sono andata a New York ed ho preso contatti con altre case editrici e da lì è cominciato tutto.

È stato molto veloce il passaggio!

Con mia grande sorpresa si! Non ho puntato subito a questa cosa dicendo “Da grande voglio vivere facendo fumetti”. È stata una cosa molto naturale.

Oggi sei qui per presentare il primo volume di Doctor Who. Si tratta di un qualcosa che i fan italiani del Dottore hanno chiesto a gran voce. Com’è stato lavorare su un personaggio così iconico che ha un seguito molto grande?

È stato innanzitutto un onore, poi è stato divertente perché faccio parte della schiera di fan che prima lo osannava davanti la televisione. Sinceramente è stato un piacere. Ho già avuto altre esperienze con fumetti su licenze, ho lavorato ad Angel, Star Trek, True Blood, quindi già sapevo un po’ come funzionava la trasposizione a fumetti di una serie televisiva. Quando la Titan ha voluto rilanciare i fumetti del Dottore venivo da un’unica esperienza con la IDW su questa serie perché poi persero i diritti. La mia unica esperienza era proprio un numero sul decimo Dottore durante una miniserie evento per il cinquantesimo anniversario. Forse un po’ per l’esperienza con le altre serie, un po’ per il fatto che ero già una fan accanita dello show, ha prevalso la felicità (risate n.d.a).

Visto che sei una grande fan della serie ancora prima di essere disegnatrice di Doctor Who qual è la tua incarnazione preferita del Dottore?

Indovina un po’?! (risate n.d.a)

Il decimo forse? La buttiamo lì (risate n.d.a)

Si! Io ovviamente ho cominciato a vederla con il nono (intepretato da Christopher Eccleston n.d.a). All’inizio c’è un po’ di difficolta nell’approcciarla. C’è l’ostacolo rappresentato da una serie tv completamente diversa dalle altre, nei primi tempi con degli evidentissimi limiti di budget (risate n.d.a). Però avevo notato subito che si trattava di una serie che aveva il proprio punto di forza nella scrittura e da quello sono rimasta affascinata. Anche perché volevo capire l’enorme successo che aveva. Quando successivamente è arrivato Tennant e ci ha messo del suo. Da lì è iniziato tutto.

Volevo chiederti una cosa precisa riguardo i tuoi precedenti lavori che hai nominato. Hai iniziato lavorando su fumetti ispirati a serial televisivi ed abbiamo avuto modo di vederti X-Files, Ghost Whispers, True Blood, Star Trek e molto altro. Nel mio caso ho avuto modo di apprezzarti sopratutto su Angel, da buon fan sia della sua serie che quella di Buffy, di cui ho seguito la serie cartacea. Una cosa davvero fantastica, a mio avviso, è il tuo modo di rendere i vari personaggi fisicamente, che sono sia fedeli alla controparte televisiva ma hanno anche un tocco personale, visto che molto spesso con trasposizioni di questo tipo ci si limita a ricopiare la faccia dell’attore di turno e a metterla su carta. Tu invece riesci ad unire le due cose e crei un bel compromesso. È qualcosa che ti viene naturale oppure cerchi volutamente di diversificare?

Siccome, con mia grande fortuna, ero fan della maggior parte delle serie su cui ho lavorato è sempre stata mia premura dedicarmi a riprodurre la somiglianza con l’attore, poiché io stessa da fan volevo rivederlo sulle pagine a fumetti. Mi sono sempre impegnata cercando di far si che non fosse una sorta di “fotoritocco”, ed allo stesso tempo volevo che quella sintesi ricordasse l’attore in maniera più fedele possibile. Poi forse mi viene abbastanza naturale. Ci metto del mio perché nel fumetto non hai il tono di voce che puoi usare per dare certe espressioni, le devi mettere sul viso in quanto devi accentuare se un personaggio è arrabbiato o triste, quindi devi lavorare a qualcosa che magari televisivamente non avresti mai notato. Non so, forse mi viene naturale, non ci ho mai fatto caso sinceramente, sono contenta di riuscirci (risate n.d.a).

Tu hai realizzato Sucide Risk con Mike Carey e si tratta di un progetto completamente inedito. Com’è stato lavorare a qualcosa del genere rispetto a quanto fatto con Doctor Who o con la Marvel, che comunque sono prodotti già esistenti.

È stato bellissimo perché avevo completa libertà su tutto, sulla creazione dei personaggi e dei loro attegimenti, su i costumi e sulla creazione delle ambientazioni, poiché c’era l’ambientazione realistica, dove avevo le reference da seguire, e quella fantastica dove ho dovuto creare un mondo da zero. Mike mi dava una descrizione di quello che aveva in mente e poi ero libera di fare da me. Siccome si è creata una sintonia con lui sin da subito mi sono sentita senza limiti e di conseguenza mi sono divertita da matti. La maternità del prodotto ce la siamo un po’ spartita, almeno così mi piace pensare (ride n.d.a)

Ti volevo proprio chiedere se avevi partecipato/ avevi avuto modo di contribuire attivamente anche alla storia.

No, la storia a livello di plot e carattere dei personaggi ha fatto tutto lui perché aveva tutto pronto. Io mi sono occupata completamente del piano visivo e della regia.

È comunque molto bello quando c’è tutta questa comunicazione e questa libertà di azione in un prodotto inedito, visto che non sempre va in questo modo.

Si, ti può capitare uno sceneggiatore che ti dice per filo e per segno quello che devi fare in una vignetta e per alcuni disegnatori è un bene. Per come lavoro io è un po’ limitante perché magari io una certa situazione tendo a descriverla in maniera diversa da come la pensa lo scrittore, quindi potremmo entrare in conflitto. Invece lui (Mike n.d.a) mi diceva “Succede questo, poi sentiti libera di inquadrarlo e gestirlo come vuoi”. Era bello ricevere qualche riga in cui mi diceva che era contento per come avevo reso la scena.

Parlando con diversi tuoi colleghi mi sono reso conto che fare il vostro lavoro spesso non permette una fruitura del fumetto a livello personale. Ovviamente nel senso che moltissimi artisti non hanno proprio il tempo materiale di leggere. Il tuo rapporto con i fumetti com’è? Hai modo di leggere, se si c’è qualcosa in particolare che segui?

Cerco di leggere quando posso (risate n.d.a), però succede che la sera vai a letto distrutta, quindi ti ritrovi a leggere due pagine che rileggerai la sera dopo perché te le dimentichi sempre e quindi non vai mai avanti. Quando ne sento proprio la necessità mi ritaglio dei momenti durante la giornata in cui mi fermo un attimo e leggo quell’oretta/due se c’è un titolo che mi preme particolarmente leggere sia perché magari mi serve in quel momento come ispirazione per il lavoro, sia perché mi sta piacendo la storia ed è uscito un nuovo numero e magari voglio andare avanti nella lettura.

Cerchi di trovare un compromesso, più o meno.

Si, però non leggo più come una volta che facevo le quattro di notte per smaltire la pila di arretrati. Adesso ho metà libreria che è da leggere e metà letta.

Hai lavorato su diversi prodotti, Sucide Risk, Hack/Slash, Hulk ed anche qualcosa di Spider-Man. C’è stata un occasione che ti ha segnata maggiormente, che ricordi con più piacere?

Aspetta che ci rifletto un secondo.

Ti metto un po’ in difficoltà!

Si, più che altro perché non mi ricordo tutto quello che ho fatto (risate n.d.a). Allora, sicuramente, uno di quelli che ricordo con più piacere è il primo numero di Angel che ho fatto perché è stato proprio l’esordio completamente da sola su un albo, anche se era all’interno di una miniserie autoconclusiva ed era soltanto un numero perché facevo da sostituta. Avevo proprio l’ansia visto che dovevo fare tutto da sola! Poi sempre con Angel c’è stato un albo significativo perché era, praticamente, la trasposizione a fumetti di un episodio ma con delle scene esclusive. Siccome si trattava di un episodio a cui ero particolarmente legata e c’era un’intesa con lo sceneggiatore che poi è diventato uno dei miei migliori amici è stato un periodo molto piacevole. Poi metto l’esperienza con Suicide Risk, sono stati due anni molto belli con Mike.

Tu e Gary vi state occupando del rilancio di Vigilante, un personaggio che ha una vita editoriale abbastanza travagliata essendo nato come personaggio western per poi essere rivoluzionato e diventare un eroe urbano. Addirittura anche ci ha lavorato anche Alan Moore per diversi numeri. Si strutturerà in sei parti e toccherà temi di attualità e politica, ci vuoi dire qualcosa al riguardo, del lavoro e delle tematiche in se?

Allora siccome Vigilante è diventato una maschera indossata da più persone, divenendo un elemento simbolo, questa volta la maschera sarà indossata da una nuova persona e quindi sarà un po’ una storia delle origini perché poi effettivamente non sappiamo se proseguirà o sarà una miniserie esclusivamente autoconclusiva. Le tematiche affrontate sono abbastanza importanti più che altro perché il cast è composto principalmente da persone di colore che in questo momento in America stanno vivendo un momento abbastanza particolare. Le tematiche precise non so se posso dirtele senza fare spoiler, comunque sono abbastanza attuali perché alla fine è una storia crime/noir e quindi c’è corruzione, il problema urbano con Los Angeles.

Una domanda un po’ più particolare: durante il Lucca Comics ho avuto modo di intervistare Alberto Ponticelli, Matteo Scalera e Frank Cho. Con tutti e tre abbiamo affrontato l’argomento della censura per i vari problemi con Manara e la cover di Spider-Woman, la risposta allo scherzoso sostegno di Cho e molto altro. Ho avuto tutti pareri maschili sulla questione quindi sono curioso di sapere cosa ne pensi.

Secondo me il problema non è tanto nella persona che disegna ma in chi vede il disegno. Se la persona che vede il disegno è maliziosa non ci puoi fare nulla, però censurare l’artista per me non ha senso. Si deve sempre capire il contesto in cui un opera viene creata, da chi e perché. Detto sinceramente: se non capisci la cosa è un problema tuo (risate n.d.a)! Mi dispiace perché alla fine si arrivano a creare situazioni su situazioni, come quella di Cho con le variant cover di Wonder Woman, oppure l’ultima di Campbell con Iron Heart.

Ultima domanda: come nascono le tue tavole? C’è un processo particolare che segui?

Allora io ho la sceneggiatura stampata e mi stampo ogni pagina su un foglio diverso. In piccolo sulla sceneggiatura mi faccio una specie di layout, poi la disegno in digitale, faccio una sorta di matita sketchata in digitale, la stampo in ciano e la ridefinisco ad inchiostro su carta. Successivamente scansione ed eventualmente correggo/aggiungo elementi. Ho trovato questo connubio tra analogico e digitale con cui mi trovo molto bene.

Perfetto, sei stata gentilissima, ti ringrazio molto a nome di Geek Area e di tutti i lettori.

Grazie mille a voi!

Graziamo nuovamente Elena Casagrande per la disponibilità e la simpatia ed Antani Comics per averci dato il tempo di porle queste domande.


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