#quattrochiacchierecon / Gabriele Mainetti: sguardi tra cinema di genere e cartoni animati

Fabrizio Mancini

Al BGeek avevo un’intervista con Gabriele Mainetti, non sapevamo a che ora arrivasse così intanto attendevamo allo stand firme a fare qualche chiacchera con gli autori presenti. Ad un certo punto vediamo nello stand una telecamera, qualcuno stava facendo un’intervista. Allungo lo sguardo e c’è questo ragazzone, si era Gabriele. Bene è arrivato, mi fanno passare all’interno dello stand e aspettare che si liberi. Nell’attesa mi chiedevo quanto il David potesse aver influenzato la sua sicurezza nelle interviste e nella vita in generale, se magari lo avesse portato a distaccarsi troppo da noi comuni mortali. Nel mentre si avvicina, deve prendere una cosa dietro di me e mi fa con un garbatissimo romano: “scusa fratè”. Ecco che ogni pensiero svanisce. Gabriele Mainetti è un ragazzone romano, umile e simpatico, con in mente un’idea di cinema ben precisa.

Ciao Gabriele, grazie dell’intervista. Innanzitutto complimenti per il film e complimenti per il David. 

Grazie

Rompiamo il ghiaccio con una domanda tranquilla. Lo chiamavano Jeeg Robot. Personalmente ho deciso che avrei visto il film già dal titolo, sono cresciuto con Bud Spencer e Terence Hill e Lo chiamavano Trinità è un film che non smetto mai di vedere, quindi la domanda è: come nasce la scelta del titolo?

È un’idea di Nicola Guaglianone, uno dei due sceneggiatori del film. Ci siamo sempre divertiti a creare dei titoli pop conditi con elementi tutti nostri, italiani. Lo chiamavano Trinità e dall’altra c’è Jeeg Robot, due elementi che non centrano niente. Solitamente, il tentativo è proprio quello di far funzionare il fantastico in una dimensione puramente (passami il termine, so che può sembrare una bestemmia) neorealistica. Quindi fondiamo questi due mondi antitetici e vediamo cosa ne viene fuori.

Hai studiato un regista o un film in particolare per prepararti? 

No, no. Guarda, Tarantino è stato un regista fondamentale, incredibile e continua ad esserlo, però non vado mai a cercare l’attività citazionistica. Non ci penso. Secondo me un regista deve introiettare il più possibile, per poi guardare alla scena che deve raccontare con istinto. Quello definirà il tuo sguardo. Sicuramente ci sono registi che possono aiutarti, anche Spielberg dice che fa così: quando c’è qualche scena che non ha mai raccontato va a cercare i film su come quelle cose sono state raccontate, per poi trovare la sua strada. Devi copiare un po’ e poi magari metterci qualcosa di tuo, come diceva Sclavi.

Il sodalizio con Nicola Guaglianone c’è praticamente da sempre e funziona decisamente bene. Com’è nato?

Ci siamo conosciuti ai seminari che faceva Leo Benvenuti, il venerdì tardo pomeriggio in uno scantinato a Piazza del Popolo. Volevo fare il regista, lui lo sceneggiatore. Avevo studiato sceneggiatura, scritto cortometraggi, a vent’anni ho scritto pure un film che si chiamava “Giovani Criminali”. Questo non l’ho mai detto ed era una sorta di melting pot tra ClerksKilling ZoeLe iene. É molto carino, lo volevano fare poi però la cosa non è andata. Ci siamo conosciuti lì, abbiamo condiviso la nostra passione per il cinema. Tra l’altro per certi aspetti era Tarantino che ci univa, anche se eravamo molto diversi (questa cosa conta moltissimo). Cose che piacciono tanto a me, magari a lui non piacciono proprio e viceversa, però questo da la possibilità di arrivare ad arricchire lo sguardo.

Basette con Lupin, Tiger Boy con l’Uomo Tigre, Jeeg Robot..

con Jeeg Robot

Esiste un Mainetti-Guaglianone Universe? 

[ride] e chi lo sa.

Sono tutti a Roma! Perché non si incontrano? 

Beh. Noi ci abbiamo pure pensato. Adesso vediamo che cosa succede con Jeeg. Ti posso dire che nell’immaginarci il nostro prossimo film, che al momento non è Continuavano a chiamarlo Jeeg Robot (perché il secondo come vuoi chiamarlo?), si pensa a questa cosa di unire i mondi. È figo, sarebbe interessante.

Quanto, secondo te, in molte persone è ancora forte questo legame con i vecchi cartoni animati?

Eh vabè ma i cartoni animati sono fondamentali. Continuo a guardarli, però non più come quando ero ragazzino. Tornavo il pomeriggio tardi perché facevo il doposcuola, sennò non studiavo e rimanevo tutto il tempo davanti alla televisione. C’era Bim Bum Bam e anche altri canali che li trasmettevano. Purtroppo rosicavo perché a meno che non riuscissi a dire “guarda sto male, torno a pranzo”, non potevo vedere Kenshiro, sennò me lo facevo registrare.

Sono cose che si depositano nella memoria e ti emozionano nel profondo. Quando hai una grande intelligenza (con questo sono presuntuoso) e ti imbatti nei primi studi tromboni di cinema, non li annienti e non li metti in soffitta. Sai che sono stati importanti e gli dai valore con uno sguardo un pochino più adulto. Sono fondamentali, almeno per me, tanto. Di quelli nuovi c’è One Punch Man che è figo, Kiseiju che è una bomba, però vai a cercati il caso del cartone meraviglioso: non hai una fruizione diretta come da bambino e non ti leghi affettivamente. Mi sono sempre chiesto se questi cartoni animati li avessi visti da adulto, mi sarebbero potuti piacere così come al tempo. A volte ho paura che sia una partecipazione principalmente nostalgica.

Stefano Sollima con Gomorra, Matteo Rovere ha fatto Veloce come il vento, tu Jeeg Robot e a breve arriverà Monolith di Ivan Silvestrini. Pensi che i film di genere possano trovare di nuovo spazio in Italia e diventare un marchio anche all’estero come in passato? 

Mi auguro di si. Mi piacerebbe tanto che accadesse questa cosa. Sicuramente è un momento molto felice per il cinema di genere, però non bisogna mai dimenticarsi quello che è più importante: che ci sono bei film e brutti film. Bisogna sempre fare dei bei film, preferisco una bella commedia a un brutto film di genere, assolutamente.

Uno dei tuoi film di supereroi preferiti? 

Mi è piaciuto molto Kingsman

E adesso esce anche il due! 

Lo fa sempre Matthew Vaughn?

Si si, sempre lui. 

Mi è piaciuto tanto anche se la parte di Samuel L. Jackson un po’ mi rompeva le scatole, però la messa in scena della lotta è eccezionale. Sono legato sempre, non so se per una componente puramente nostalgica, al Batman di Tim Burton, in particolare il primo per me è un must. Mi piace il Batman di Nolan, però di preferito non ho mai niente, forse un film. Però non di supereroi.

Il tuo film di genere italiano preferito? 

Non esiste mai il preferito. Beh, Lo chiamavano Trinità. Per quanto non è poi così italiano, oppure Delitto sull’autostrada.

Fantastico! Anche se personalmente preferisco Trinità. 

Beh è Trinità! Continuavano a chiamarlo Trinità continua ad essere il più grande successo italiano internazionale.


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