#quattrochiacchierecon / Mercurio Loi e gli altri, Alessandro Bilotta racconta i suoi personaggi

Mirko Tommasino

Durante lo scorso Napoli Comicon abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Alessandro Bilotta, autore Bonelli, che in quell’occasione ha presentato la sua nuova testata mensile, Mercurio Loi. Abbiamo parlato ad ampio spettro dei suoi personaggi, focalizzandoci in particolare sul professore nella Roma papalina.

Buongiorno Alessandro, grazie per averci concesso quest’intervista. Partiamo dal tuo nuovo personaggio: Mercurio Loi. Ha già fatto il suo esordio in edicola con un volume autoconclusivo nella collana “Le Storie” nel 2015, ritornando a breve con una testata a colori, sempre edita da Sergio Bonelli Editore. Come mai hai scelto di proporre un personaggio indagatore nella scuderia di una testata che ne ha già altri (Dylan Dog, Dampyr, Martin Mystere, Julia…)?

L’idea è non quella di creare l’ennesimo indagatore. Mercurio è un personaggio che un po’ fa tesoro di tutta quella cultura classica legata all’indagine e al mistero, e un po’ ne racconta il dietro le quinte. È un individuo ossessionato dalle sfide d’intelligenza che vive in una Roma dai connotati surreali, dove tutto quello che è sempre stato visto nell’immaginario collettivo come azione e mistero classico è un po’ fuori campo. Mercurio Loi segue il dietro le quinte di tutto questo.

Presupposti molto diversi, dunque, rispetto al grottesco e all’immagine storica delle città viste in altre testate. Anche fisicamente il personaggio si impone in modo diverso: non è un fusto di casa Bonelli, ma è un personaggio visivamente differente e distinguibile in mezzo agli altri.

La serie è molto incentrata sui personaggi. Penso sia interessante che i personaggi, in qualche modo, nel loro aspetto rappresentino quello che sono interiormente. Questo più che “lombrosianamente” lo definirei affine ad una caratterizzazione alla Tintin, che presenta personaggi con caratterizzazioni molto forti che, nel principio del fumetto e dell’illustrazione classica, rispecchiano caratteristiche che connotano atteggiamenti/tic/difetti già visibili dall’aspetto fisico.

Cosa vuol dire lavorare con queste ambivalenze? Con le maschere del personaggio e il doppio volto della società in cui agisce?

Mi è piaciuto creare un mondo in cui ho ancora più evidentemente posto l’accento sull’ambiguità che lo caratterizza. Se pensi, partendo dal vertice: il fatto che il Papa fosse Re… sembra quasi un ossimoro. In quel mondo lì ho voluto sottolineare queste contraddizioni: ogni persona, per sua stessa natura, era una cosa e il suo contrario. In più, nel tentativo di creare una storia che avesse un sapore supereroistico (dal mantello di Mercurio Loi ai personaggi che vedremo più avanti, tutte figure legate a sette/gruppi di cattivi), tutto questo mondo fa intendere la maschera sia come fisica (qualcuno che la indossa) sia come simbolica (qualcuno che rappresenta sempre qualcosa di diverso da quello che è) come caratteristica della serie.

Roma è un macrouniverso, sviscerata non solo come fondale visivo ma anche come ambiente reale, con le osterie (importantissime per la cultura di quel tempo) e il coprifuoco che chiude la vita cittadina notturna. Qual è il suo ruolo nella storia?

L’ambientazione è rappresentativa della ricerca storica fatta per costruire la serie. Non è un fumetto di sviluppo storico, rappresenta invece una quotidianità storica. Quello che mi ha interessato ricostruire sono i modi di comportarsi e di vivere il quotidiano del mondo di allora, ponendo eventualmente l’accento su stranezze e singolarità di quelle abitudini. Capire come vivevano e si comportavano gli abitanti della città, per poi scoprire che spesso, a fronte delle abitudini, i modi di comportarsi e le esigenze sono in buona parte immutate ancora oggi.

Com’è stata rimescolata la realtà odierna in Mercurio Loi? Ci sono riferimenti ai giorni nostri?

La modernità penso venga fuori non attraverso riferimenti al presente, ma parlando di temi universali con domande che riguardino tutti i tempi e le persone. Nel momento in cui si affronta questo, una storia parla anche di quel che accadrà.

Collegandoci ad un altro dei tuoi personaggi, Valter Buio (edito in una nuova raccolta di volumi da Star Comics), anche lì vediamo sempre Roma, seppur più attuale, con un personaggio ugualmente outsider, che vive fisicamente la città e la strada. Volendo parlare di un ponte tra le due serie: cosa significa raccontare Roma in questi due modi?

Ci sono caratteristiche comuni che si basano sul prendere i luoghi di Roma e renderli un po’ simbolici e metaforici. Un esempio: nel primo episodio di Valter Buio c’è l’Aventino visto quasi come luogo dell’anima, cosa che secondo me Roma quasi ti chiede. Le vicende di Valter Buio avvengono nei giorni nostri, con un mondo che ha un atteggiamento diverso rispetto a quello di Mercurio Loi. In Valter Buio la distinzione netta molto caratterizzante è che, dovendo raccontare una serie su persone che vivono traumi legati a un presente recente, questi sono legati in qualche modo alla storia del Paese in cui avvengono. Senza volerlo, va da sé che Valter Buio è anche uno scorcio sull’Italia degli ultimi cinquant’anni.

Mentre su Mercurio Loi le vicende italiane sono solo uno sfondo, su Valter Buio interagiscono direttamente con la sua vita e cambiano anche il personaggio. Mentre Mercurio Loi è una persona d’intelligenza elevata, estremamente razionale, mentre Valter basa tutta la sua esperienza sulle emozioni e sull’empatia. Com’è stato lavorare prima a un personaggio più empatico e poi a un personaggio basato maggiormente sulla razionalità?

Valter Buio è una serie nel presente che affronta la memoria, gli spiriti hanno a che fare con un passato che non c’è più. Mercurio Loi, invece, è una serie ambientata nel passato che vive di presente, con il “qui e ora”. Il meccanismo della nostalgia nel secondo caso è davvero minimo.

Abbiamo parlato di passato, presente e vorrei affrontare il tema del futuro: Dylan Dog e il Pianeta dei Morti. Lì hai fatto delle scelte molto forti nella caratterizzazione dei personaggi e del loro passato editoriale (basti pensare a Groucho come paziente zero dell’epidemia). Com’è stato lavorare alla riscrittura di un personaggio non tuo, seppur nel futuro?

Qui c’è un ulteriore paradosso rispetto a quanto detto prima. Dylan Dog nel Pianeta dei Morti è una serie nel futuro, ma impostata completamente sulla memoria.

È come se avessi toccato un limite del futuro, potendo tornare unicamente indietro, almeno con il pensiero.

Esatto: una serie che si basa sul rimpianto e sul ricordo. Un personaggio che tutti conosciamo benissimo che, inserito nel futuro, porta all’estremo le sue conseguenze e le sue digressioni su quello che è il personaggio che conosciamo tutti (suo passato, nostro presente).

 Sempre parlando di memoria e del tuo lavoro in Bonelli sulla collana “Le Storie”: “Il lato oscuro della Luna”. Anche lì, c’è un’astronauta nello spazio che vive un’esperienza d’infanzia, anche lui ha raggiunto il suo limite fisico e guarda indietro la sua vita. Un tema ricorsivo nel tuo modo di lavorare, a quanto pare.

Non è una cosa programmata, ma va da sé che scrivendo magari, con sincerità quasi psicanalitica, possano uscire fuori le proprie ossessioni. Gli scrittori che amo sono gli ossessionati, che anche per tutta la vita hanno scritto la stessa cosa per lasciarsi affogare dalla stessa. Per questo certe cose ritornano da sé.

Il rapporto con il proprio passato è molto critico, e anche la visione del futuro (quando c’è) ne risente. Mercurio Loi, completamente razionale, è dunque un’eccezione nel tuo lavoro? Vedremo anche il suo passato o non ci sarà spazio?

Il presente di un protagonista ha già tanto da raccontare. Ho una sensazione: quando si comincia ad avere difficoltà (o poche idee) con un personaggio, si inizia o a raccontare il suo passato o a farlo viaggiare nel tempo. Cambiargli contesto per cambiare lui.

Domanda sui disegni: mi ha colpito molto al ricerca storica su Roma: la rappresentazione della città e del vestiario dei personaggi. Come avete portato avanti la ricerca bibliografica di riferimento? Come avete fatto ad ottenere una tale verosimiglianza?

[Matteo Mosca]: Ho avuto parecchi riferimenti da Alessandro, abbiamo preso in esame vari film ambientati nel periodo (soprattutto per l’abbigliamento). Per quanto riguarda le architetture e le ambientazioni ci siamo basati su libri di pittori danesi del periodo (molto operativi ed insediati stabilmente su Roma). In più, abbiamo studiato le incisioni del Vasi e del Piranesi come base. L’elemento portante, però, è stata l’opera di Ettore Roesler Franz, che ha realizzato una serie di acquerelli di vedute appena prima che venisse sconvolto l’aspetto del Tevere, prima della costruzione dei suoi argini. La “Roma vecchia” rappresentata da questi autori è stata la base su cui ci siamo orientati per creare il tutto. Abbiamo preso i riferimenti come base testimoniale, con il resto costruito in base a quelli.

Ultima domanda: hai un modo di raccontare le storie estremamente “autoriale”. Non perché tu non sia inquadrabile in un genere, ma perché la tua narrazione è sempre riconoscibile, a prescindere dal contesto. Sia i lavori più datati sia quelli più recenti presentano un’impronta personale. Per costruire questo lavoro, c’è stato un momento in cui hai deciso di affrontare la sceneggiatura secondo un tuo canone, fuori dal metodo “scolastico”? Con personaggi che partono Outsider e poi fanno proprio l’ambiente in cui agiscono.

Mi concentro soprattutto sui temi da affrontare e da sviluppare, e al modo in cui verranno presentati. Giuseppe Pontiggia sosteneva che uno scrittore si formasse mettendo a fuoco soprattutto ciò che non volesse scrivere. Una lunga esclusione per poi arrivare al pochissimo. Questo si avvicina alla ricerca di quello che si potrebbe chiamare “stile”. Bisogna obbligarsi nelle regole che ci si danno per trovare soluzioni coerenti, poi semmai, forse, come effetto collaterale queste potranno portare a trovare nuove strade. Assomiglia a un lungo percorso per trovare se stessi.

Ringraziamo Alessandro Bilotta per averci concesso questa intervista e ricordiamo ai lettori che potete trovare in edicola il nuovo numero di Mercurio Loi – Il piccolo palcoscenico (qui la nostra recensione).

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