#quattrochiacchierecon / Intervista a Eleonora Rossetti e Luigi De Meo, autori di: “Damnation”

Mirko Tommasino

Luigi De Meo è un caro amico, uno di quelli con cui puoi passare intere serate a parlare di qualsiasi cosa perdendo la cognizione del trascorrere del tempo. Mesi fa ha iniziato a parlarmi del libro scritto a quattro mani con Eleonora Rossetti: Damnation. Incuriosito, ho iniziato la lettura dopo alcuni giorni e ho deciso di realizzare quest’intervista agli autori.

 

 

Prima di tutto le domande di rito: parlatemi di voi e del vostro lavoro.

 

Luigi: Credo di essere un trentenne come molti altri che coltiva una passione, anzi parecchie passioni: i libri, il fantasy, i videogiochi, il gioco di ruolo, i fumetti, la musica. La scrittura è sempre stata una valvola di sfogo, un modo per tenere la mente sveglia, attenta e capace di sognare. A mio parere è scorretto definirlo “lavoro”. Come fai a definire lavoro qualcosa che ti fa stare così bene? Che ti tiene sveglio di notte, che ti da la febbre, tanta è la voglia di buttare parole su un foglio?

 

Eleonora: Parlare di me mi riesce sempre difficile, perché sono un tipo da mille attività. Sono appassionata di gioco di ruolo (dal vivo e da tavolo), mi diletto in incisioni e lavorazione dell’alluminio (armature per GRV e cosplay, accessori personalizzati), sono la vocalist di un gruppo hard rock e, fino a qualche anno fa, praticavo tiro con l’arco e scherma medievale. Questi che ho elencato sono gli hobbies: la scrittura è la mia passione, anzi, la definirei quasi un’ossessione.

 

Come mai scrivete libri? Cosa vi ha spinto a scegliere questo settore?

 

Luigi: Antonin Artaud, commediografo francese, ebbe a dire: Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito se non, di fatto, per scappare dall’Inferno. Non sono d’accordo con lui, almeno non del tutto. Io scrivo perchè tutti noi da piccoli sogniamo di essere eroi, astronauti, attori eccetera. Ora che sono cresciuto scrivendo posso essere tutte queste cose e anche di più: ho la possibilità di creare mondi e universi interi e condividere i miei sogni con altri. Mi tiene la mente sveglia, attenta, vigile e, cosa più importante di tutte, non perdo la mia capacità di sognare. Mi ripeto e me ne scuso ma ritengo questa capacità molto importante.

 

Eleonora: Chiamarla scelta è scorretto. Per quanto mi riguarda scrivere è un impulso, proprio come la fame e la sete. Hai una spinta dentro, un chiodo fisso. Sono le storie che bussano perché tu possa dar loro voce. Ci sono state notti in cui mi sono alzata dal letto per buttar già anche solo due righe e placare quell’insistente pulsione… e le due righe mi facevano far mattina! Adoro creare mondi e ancora di più i personaggi, dar loro una storia, un passato, quasi rivivendolo sulla pelle assieme a loro. Quando poi l’ossessione per loro diventa irrefrenabile, senti il bisogno di condividerla, proprio come un segreto che non vedi l’ora di rivelare perché taciuto troppo a lungo. Quanti amici sopportano il mio ormai consueto incipit: “Sai, mi è venuta in mente un’idea nuova…” La scrittura è personale, ma è anche condivisione. E’ l’arte di mettere su carta ciò che ti frulla per la testa, perché le emozioni che ti ha suscitato possano contagiare anche tutti gli altri.

 

Ripercorrete a grandi linee le tappe fondamentali che vi hanno portato alla creazione del vostro stile. Come, quando e grazie a quali influenze siete diventati gli autori che siete oggi?

 

Eleonora: Quando si parla di scrittura c’è un’enorme premessa dietro: la lettura. Divoro libri da quando ho imparato a leggere. Alle elementari non degnavo di uno sguardo i libri per bambini, gettandomi piuttosto sui libri di Salgari rubati a mio padre (La Regina dei Caraibi fu il primissimo romanzo mai letto). Crescendo ho ampliato gusti e autori ed elencarli tutti sarebbe impossibile, quindi citerò solo qualche esempio: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Scott Lynch, Marion Zimmer Bradley, Joe Abercrombie, Steven Erikson, Valerio Evangelisti, Andrzej Sapkowski. Ognuno di loro ha uno stile diverso, ed è incredibile quante siano le sfaccettature con cui sono capaci di affascinarmi. Ho cercato allora di capire quale fosse il quid necessario perché ciò che scrivevo colpisse, ammaliasse, invogliasse sempre più nella lettura e lasciasse qualcosa nel lettore. Ho partecipato ad alcuni workshop sull’impostazione del romanzo e a dei laboratori di scrittura, da cui ho imparato molto a livello di metodo. Tuttavia, non illudetevi: non si impara a scrivere da un manuale. Inutile dire che, per trovare il proprio stile, bisogna scrivere tanto ed essere i giudici più severi di questo mondo con quanto si produce. La scrittura è una sfida con se stessi: se ciò che scriviamo non sorprende noi in primis, allora qualcosa non va.

 

Luigi: Prima di tutto bisogna leggere, di tutto. Non bisogna mai fossilizzarsi su un solo genere, ma provare sempre cose nuove. Io sono partito con Jules Verne e, grazie ad una grande raccolta di classici che avevo in casa, ho letto tutto il meglio che sia stato scritto: Goethe, Dumas, Omero, London, Poe tanto per dirne alcuni. Il passaggio al fantasy è avvenuto quasi per caso, a undici anni con Tolkien, e ne sono rimasto folgorato. Se leggete molto è quasi certo che prima o poi vi verrà l’impulso di scrivere. Prima di trovare un proprio stile serve davvero molto esercizio e molta pratica e non è detto che l’idea che si ha del proprio stile di scrittura sia quella giusta. Bisogna essere estremamente autocritici con se stessi. Mai partire dal presupposto di essere la promessa dell’editoria mondiale.

 

 

 

Qual è il tuo approccio alla scrittura? In questo caso, come si svolge la scrittura a quattro mani?

 

E+L: Scrivere a quattro mani è difficile di sicuro, ma non impossibile. Il più è stato amalgamare due stili di scrittura diversi, ciascuno con le sue peculiarità, e non neghiamo che ci siano stati litigi (benché costruttivi) a riguardo. Prima di iniziare a scrivere ciascun capitolo, inoltre, cerchiamo sempre di avere ben chiaro in testa cosa deve succedere e come, quali indizi disseminare, persino quali dialoghi debbano aver luogo. Per quanto riguarda i personaggi, ce li suddividiamo affinché ogni “voce” per ciascuno sia la stessa, dal principio alla fine, nei limiti del possibile. A livello di modus operandi, invece, andiamo a turni: uno di noi scrive un pezzo (un paragrafo o una scena), l’altro continua, e così via, a seconda della voce narrante o dell’ispirazione di ciascuno. Abitando in due città diverse, l’unico punto d’incontro è Skype.

 

PS: anche questa risposta è stata scritta a quattro mani!

 

Parlatemi ora del vostro lavoro: Damnation. Come lo presentate sia dal punto di vista del percorso di elaborazione del prodotto, sia sulla resa finale.

 

E+L: Cominciamo col dire che Damnation è nato come una specie di passatempo. “Scriviamo un libro insieme?” E’ stata la frase che ha fatto partire il tutto, mentre eravamo impegnati in una partita di biliardo. La cosa ci ha preso subito la mano e, dopo esserci a lungo confrontati sull’ambientazione da adottare e su come strutturare i personaggi e la storia, abbiamo cominciato a far letteralmente fumare le nostre tastiere. Nessuno di noi due lavorava allora quindi è stato “facile” per noi passare anche dieci o dodici ore al giorno scrivendo. Cominciavamo la mattina alle nove e finivamo spesso molto dopo mezzanotte. Fare un veloce brainstorming, scrivere un intero capitolo, rileggerlo e fare una prima correzione in un solo giorno ci riusciva molto semplice, complice anche un entusiasmo che possiamo quasi definire infantile. A lavoro finito, dopo averlo lasciato a riposo un po’, disboscato la foresta pluviale per stamparlo e rileggerlo fino allo sfinimento, abbiamo cominciato a proporlo; quando è stato accettato, ci siamo tuffati nell’editing, che ci ha tenuti impegnati per un paio di mesi. Il libro doveva uscire due anni fa, ma per disguidi vari, che non stiamo a citare, abbiamo deciso di risolvere il contratto con la casa editrice e di rimetterci in gioco. Dopo qualche tempo la Nero Press, a cui l’avevamo proposto, si è interessata al progetto. Abbiamo deciso di trasformare il libro in saga a episodi (un format ideale vista la lunghezza), abbiamo collaborato per la copertina e infine ci siamo attivati, assieme alla casa editrice, per la promozione. Daniele Picciuti, Laura Platamone e il loro team hanno fatto davvero un buon lavoro e non finiremo mai di ringraziarli per la fiducia che hanno dato a due esordienti. Il risultato finale possono giudicarlo soltanto i lettori, ma le recensioni fino a oggi ci stanno incoraggiando parecchio. In tanti ci hanno detto, privatamente e non, che la nostra saga porta con sé una ventata di novità e ne siamo felici, perché era esattamente ciò che volevamo: un fantasy oscuro, sporco e brutale, senza alcuna divisione netta tra buoni e cattivi, tra bianco e nero. Tutto in Damnation è in toni di grigio, anzi: di rosso sangue.

 

 

 

A cosa state lavorando in questo momento? Avete altri progetti personali (terminati o in corso d’opera) di cui volete parlarmi?

 

E+L: Ci stiamo concentrando sulla saga di Damnation. Il primo volume non è che l’inizio e abbiamo molte idee e molto materiale da sviluppare. Un secondo volume è praticamente concluso. Inoltre, siamo felici di annunciare che nel 2016 la prima stagione uscirà in cartaceo!

 

Eleonora: quest’anno è uscito in anteprima assoluta Il Cacciatore di Ombre, un dark fantasy edito da La Corte Editore. Al momento è disponibile in versione ebook, ma a Lucca Comics & Games sarò presente allo stand della casa editrice per autografare il cartaceo (quindi se vi interessa, passatemi a trovare al padiglione Games!) Ho altri progetti “stand-alone” in cantiere, un distopico-cyberpunk e una saga urban paranormal: su entrambi sto finendo di progettare l’intreccio, e poi partirò con la scrittura vera e propria. E poi… ci sono altre trame in lista, tutte rigorosamente appuntate, che aspettano di vedere la luce. Il guaio è che ne scrivo una e me ne saltano in mente altre cinque: non finirò mai!

 

Consigli per gli acquisti: ci sono alcuni libri che credete debbano essere nella libreria di ogni lettore?

 

E+L: A parte il nostro? (risata). Scherzi a parte, abbiamo sempre creduto che tutti i libri debbano avere la possibilità di essere letti e sfogliati almeno una volta. Ognuno di noi ha i suoi mostri sacri; i nostri li abbiamo citati poc’anzi. Ma accanto a loro ci sono centinaia, migliaia di autori e di generi narrativi che non aspettano altro che condividere con altri le proprie storie e le proprie emozioni. Se proprio dobbiamo citare qualche titolo che ci è rimasto particolarmente a cuore diremmo all’unisono: la saga della Torre Nera di S. King, quella de La caduta di Malazan di S. Erikson, la saga dei Bastardi Galantuomini di S. Lynch, e la Trilogia de La Prima legge di Joe Abercrombie.


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