#quattrochiacchierecon / Le emozioni a fumetti di Giulio Rincione

Redazione Geek Area

Dopo aver letto Paperugo e Paperpaolo, primi due volumi di Paperi (che abbiamo recensito qui e qui) e Paranoiae (tutti volumi editi da Shockdom), abbiamo chiesto a Giulio Rincione di raccontarci il suo lavoro e cosa comporti trattare emozioni così forti attraverso il fumetto. Lo abbiamo incontrato al Napoli Comicon, questa è stata la nostra conversazione con lui.

Ciao Giulio, grazie mille per averci concesso quest’intervista. Parlaci un po’ di te: qual è stata la tua formazione e cosa ti ha portato ad essere l’autore che sei oggi?

Ho frequentato una scuola di fumetto a Palermo dal 2009 al 2012 e, secondo le basi di quella scuola, disegno in maniera assolutamente anonima. Tramite la lettura di un fumetto di Ashley Wood vengo a conoscenza di un filone di disegnatori più affini al mio stile (asimmetrico e non classico): Kent Williams, Bill Sienkiewicz, Dave McKean. Grazie agli autori che utilizzano questo linguaggio, decido di sperimentare. Per esprimere me stesso ho dovuto per forza di cose scrivere le mie storie, per essere libero nel disegno dovevo essere libero nella scrittura. Iniziai con un’autoproduzione nel 2014 (che portai qui al Napoli Comicon): Tre piccole storielle. Poi ho iniziato con Paranoiae (una versione più estesa, il papà di Tre piccole storielle) dove mi sono messo a sviscerare emozioni del mio vissuto, più o meno interpretato. Cerco sempre di basarmi su ciò che vivo, come credo facciano tantissimi altri autori. Non mi importa fare una storia bella, ciò che mi interessa veramente è che sia vera. Dopo Paranoiae (si sono quasi accavallati i progetti) ho iniziato il filone sui paperi, che non è assolutamente una trovata commerciale (come alcuni possono pensare). Ho sempre disegnato paperi, ma non avendo nelle mie corde i canoni dello stile Disney non ho mai potuto farlo fedelmente. Cosi ho pensato: “Sai che c’è? Proviamo a disegnarli un po’ come cazzo mi viene e proviamo a raccontare le loro sensazioni”. Ero appena tornato dal Treviso Comic Book Festival, nonostante lì ricevetti un premio, non stavo passando un bel periodo. Decisi di fare un papero sotto la doccia, distrutto dalla maschera che porta. Da quel momento mi sono accorto che la gente reagisce in una maniera molto più forte rispetto a quanto potessi mai immaginare. Non perché fosse particolarmente bello quel disegno, ma perché era particolarmente sentito. Era proprio quello che volevo: far passare delle emozioni. Cosi ho iniziato questo progetto con i paperi. Reduce dall’esperienza sfiancante di Paranoiae, per Paperi decido di farmi aiutare dal mio fratello gemello. Il modo in cui lui scrive corrisponde al modo in cui io disegno, siamo in totale simbiosi. Entrambi sappiamo quello che vogliamo dall’altro.

In Paperugo, riuscite a parlare di un argomento molto forte e complicato come la depressione con disarmante semplicità, utilizzando discorsi brevi carichi di significato. Hai condiviso quest’esperienza con tuo fratello: quanto dare ed avere c’è, gioco forza, tra voi due?

È un compromesso necessario che devi per forza accettare. Nel momento in cui scrivi una storia ti esponi in prima persona. È chiaro che in Paperugo ci sono molte cose che hanno a che fare con la nostra vita reale, magari non cosi enfatizzate. Il punto è questo: non tutti i lettori possono comprendere Paperugo. Alcuni possono pensare che non stia dicendo nulla, perché il depresso non dice nulla a chi sta bene. Il nostro obiettivo era realizzare una sorta di malattia a fumetti. Se il lettore sta bene potrebbe non capirlo, potrebbe a quel punto risparmiare quei soldi per altro. È chiaro che, cosi facendo, ci si espone molto ci si sente un po’ nudi, quindi bisogna stipolare un patto tacito tra autori e lettori. Nel momento in cui mi espongo verso il lettore lo faccio con rispetto, con la consapevolezza che in qualche modo il lettore potrebbe approfittarsene. Per fortuna, ciò che avviene molto spesso è che il lettore si spogli a sua volta, creando una sorta di rete, comunità. Non ci conosciamo, ma per un motivo o per un altro ci sentiamo tutti molto più vicini. Questo è il motivo per cui faccio i fumetti: poter parlare alle persone senza doverle conoscere per forza. Sapere che, in un momento della giornata, una persona legge un mio fumetto e me lo viene a dire. Sono orgoglioso di questo.

In Paranoiae e in Paperugo la colpevolezza della propria condizione viene mostrata in due modi differenti. Cosa c’è di te in questo?

Paranoiae l’ho scritto io, mentre Paperugo l’ha scritto Marco. Il fatto che i due fumetti si somiglino cosi tanto sta a dimostrare che siamo gemelli. Testa di Patata è la parte più disillusa dell’essere umano ed è la parte che ci permette si sopravvivere. In tutti noi esiste un Testa di Patata quando ci alziamo al mattino e non pensiamo realmente a quello che dobbiamo fare, quella voce che ci dice di non fare nulla durante quella giornata. Poi, ad un certo punto scatta una certa routine, l’abitudine che ci permette di svolgere comunque gli impegni della giornata. Testa di Patata è questa disillusione. Il discorso che non viene detto esplicitamente in Paranoiae è che ogni sera il signor Testa di Patata vive il trauma della mancanza di Emily, anche se nel libro accade solo una volta perché mi serviva un punto di rottura lì per invertire la routine.

Al contrario, in Paperugo questo processo viaggia al di fuori di un binario, restando sempre veicolato da un disturbo mentale. Al suo interno un disturbo mentale ha la verità e non l’illusione. Paranoiae parte dal presupposto che non è chi sta male ad essere pazzo, perché costui riesce a vedere la verità. Singolarmente siamo troppo piccoli, non abbiamo valore. Veniamo schermati da una sorta di protagonismo, come se tutto il mondo stesse ruotando intorno a noi. Sappiamo che in realtà non è cosi, ma non ce ne rendiamo conto. Il ragazzo che ci fa il caffè al bar la mattina è una comparsa all’interno della nostra vita, mentre per il depresso (a causa della sua maggiore sensibilità) quell’individuo è alla pari di chiunque altro. Il depresso vive un’incomprensione che non può tradurre.

Quanto la domanda posta dal protagonista di Paranoiae conta per te? Cosa significa?

Quella domanda ha scopo di porre fine alla storia, dato che non riuscivo a concluderla. Durante la lavorazione di Paranoiae ho ascoltato solamente The Wall dei Pink Floyd, per tutto il tempo. Alla fine dell’album sento un bisbiglio: “Is in this where..”, torno all’inizio dell’album e trovo scritto “..we came in”, rendendomi conto che bastava mettere insieme le due parti per dare un senso compiuto alla frase. In quel momento ho trovato la soluzione. Quando una persona mi chiede informazioni su Paranoiae di solito gli consiglio di leggerlo per bene una prima volta e rileggerlo la seconda, fermandosi quando sente di farlo. C’è chi ha bisogno ancora di disilludersi e chi non ne ha più necessità.

Il Dottor Bau esiste veramente o è solo un invenzione della testa del protagonista?

Esiste realmente ed è davvero il suo terapeuta. Anche se tutta la storia è ambientata nella testa di Alan, egli resta un essere umano. Non si capisce fino a che punto voglia aiutare il protagonista o sia costretto a farlo dal codice deontologico. Si tende sempre a non uscire dalla routine del vivere, la vita inevitabilmente ti segna, bisognerebbe vivere le emozioni, non fuggirle. Personalmente odio le censure, se una cosa è volgare ha motivo di esserlo.

Perché, diversamente da Paperugo, Paperpaolo non parla?

Volevamo realizzare l’opposto di Paperugo, che restituisce un’idea di vicinanza tale da far sentire il lettore in dovere di aiutarlo. Paperpaolo, al contrario, è distante. Non sai mai quello che pensa, tutto quello che leggiamo sono i pensieri di sua moglie. Le battute in bianco a fine albo sono del protagonista, al contrario di quelle nere pensate della moglie. Ci saranno delle scene inedite nel Paperback. Il terzo numero è sul perché Paperita ha tutti questi pensieri, oltre la realtà devastante che vive con Paperpaolo ci sono dei retroscena che spiegheremo in questo nuovo numero. Il mio consiglio è sempre di osservare i quadri: all’interno ci sono elementi che portano ad una chiave di lettura. Sarà come chiudere un cerchio.

Realizzerai un’edizione collection?

Si, è già in previsione un’edizione da libreria, cartonata, che riunirà tutte le opere. Il mio scopo principale era quello di far viaggiare queste storie a cui tengo molto, ma mi rendo conto quanto sia bello averne un’edizione da libreria. La faremo, ma non so ancora dirvi quanto sarà grande il formato. Inoltre sto pensando ad una serie di contenuti extra da inserire, perché non voglio prendere in giro il lettore e il suo portafoglio, senza mancare di rispetto a nessuno.

In futuro vuoi continuare a lavorare sul lato oscuro dell’animo umano o credi di voler fare anche altro?

Vorrei lavorare su altro, ma mi rendo conto che non sono poi cosi divertente e quindi difficilmente farò fumetti umoristici, anche se mi piacerebbe farlo. Per me va bene qualsiasi cosa, anche un western, l’importante è che sia una storia vera.

[Daniel] Considerando la tua collaborazione con la Bonelli e il tuo ruolo di disegnatore su Orfani, come ti rapporti al lavoro commissionato?

A dire la verità la vivo con molto distacco. È un processo che non mi emoziona, anche perché non sono lavori continuativi. D’altra parte sono molto contento, perché posso essere più preciso da un punto di vista grafico, concentrandomi sulla sperimentazione. Inizialmente su Orfani ero un po’ bloccato, essere in una serie regolare che ha sempre avuto un tratto molto realistico mi ha un po’ portato a forzare la mano. Successivamente mi chiamò Roberto (Recchioni ndr) e mi chiese perché avessi scelto un tratto cosi reale, dicendomi che se avessero voluto un tratto del genere avrebbero chiamato un altro disegnatore.

[Daniel] Secondo te quanto è importante l’evoluzione che Roberto Recchioni sta portando all’interno della Bonelli, facendo conoscere nuovi stili a un pubblico non abituato disegni del genere?

Non è importante, è fondamentale. Perché il mondo del fumetto non è solo Dylan Dog e Tex, ci sono molte altre sfaccettature e soluzioni grafiche differenti. Non lo sta facendo su serie regolari seguite da lettori classici. Questo lavoro di restyling è fondamentale per mettersi al passo con i tempi. La Bonelli, oltre ad essere la più grande casa editrice italiana, deve essere sempre innovativa.

[Daniel] Pensi che prima o poi questo processo di cambiamento possa avvenire su una serie regolare come, per esempio, Dylan Dog?

Credo di no, solo in caso di crollo delle vendite. I lettori di Dylan Dog vogliono quel tipo di fumetto, sarebbe un rischio inutile.

[Daniele] Molti disegnatori lavorano con una musica di sottofondo. Hai gusti particolari mentre lavori o preferisci il silenzio?

A seconda di quello che sto facendo mi trovo con musiche differenti. Un aneddoto divertente: quando faccio delle basi di colore su Photoshop è un lavoro meccanico e poco divertente, cosi mi piace attaccare con le mazurche e le fisarmoniche, perché mi ricordano l’infanzia e mi ipnotizzano, facendomi procedere velocemente. Invece, quando faccio qualcosa di impegnativo credo che la musica adatta provenga da dentro, una musica interiore.

Ringraziamo per la disponibilità e la cortesia Giulio Rincione. Lo salutiamo augurandogli il meglio per la sua carriera! È stato un piacere averti su Geek Area! 


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